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Un molisano ha scoperto un nuovo pianeta attorno a Proxima Centauri, la stella più vicina al Sole

Il Molise è una regione italiana davvero minuscola. Ci sono circa 300 mila abitanti, praticamente quasi la metà della popolazione di Bologna, la città in cui vivo e lavoro attualmente.

Tuttavia, si tratta di una regione meravigliosa: anche il New York Times ha inserito il Molise tra le migliori mete da visitare nel 2020, pensate un po’. E io ci che ci sono nato e vissuto e spesso torno a mangiare pallotte cacio e uova, ventricina, pampanella e “Sua Maestà” il caciocavallo non posso fare altro che confermare, ovviamente.

Ma evidentemente il Molise è terra fertile non solo per la sua bellezza naturalistica e per il cibo. Il Molise è terra fertile anche per l’astrofisica, nonostante l’esigua popolazione: a parte me (che vabbè, ora faccio altro) con il dottorato in astrofisica, c’è anche un altro mio amico, addirittura sempre del mio stesso paese (Fossalto, 1200 abitanti) sempre dottorato e ricercatore. Poi conosco almeno un altro astrofisico molisano che ormai però si è trasferito da anni in nord Italia a studiare l’universo primordiale.

E poi, arriviamo alla notizia di questo post, c’è anche Fabio del Sordo, di Campobasso, è un astrofisico ora all’Università di Creta che si occupa di pianeti extrasolari, cioè dello studio di altri mondi al di fuori del Sistema solare. Tra l’altro ho scoperto che abbiamo pure frequentato la stessa scuola (e gli stessi professori!), anche se ad anni di distanza: il liceo scientifico A. Romita di Campobasso.

Fabio del Sordo ha comunque avuto una carriera (circa 4,2) anni luce più brillante della mia (che ho invece abbandonato la ricerca) e mi sembra giusto dunque parlarne qui su questo mio piccolo blog denso di molisanity da sempre. Fabio Del Sordo ha infatti scoperto, insieme al suo collega Mario Damasso, un pianeta attorno a Proxima Centauri, la stella più vicina al Sole. Appunto, a 4,2 anni luce di distanza da noi.

Il nuovo pianeta si chiama Proxima Centauri c, e fa seguito alla scoperta di qualche tempo fa di Proxima Centauri b, un pianeta di tipo roccioso.

Del Sordo e Damasso hanno ri-analizzato i dati che hanno portato alla scoperta di Proxima b e hanno trovato una possibile evidenza dell’esistenza di un ulteriore pianeta, Proxima c appunto, che avrebbe una massa minima di circa 5 volte la massa della Terra e che impiegherebbe circa 5 anni (terrestri) a fare un giro completo attorno alla sua stella (cioè Proxima Centauri). Il metodo di scoperta di questo nuovo pianeta, che è poi lo stesso usato per Proxima b, è quello delle velocità radiali: il moto di un pianeta perturba anche il moto della sua stella un pochino.

Questo moto della stella può essere misurato con lo stesso principio con cui funziona l’autovelox per le automobili. La luce che noi osserviamo provenire dalla stella cambia frequenza a seconda che si avvicini o si allontani da noi lungo la nostra linea di vista: questo cambio di frequenza della luce è misurabile e ci permette di stimare la velocità della stella. Se l’effetto è grande, allora sarà grosso anche l’esopianeta che lo causa. Anche qui, si osservano i dati e poi si trova un modello in grado di riprodurre ciò che si è osservato. Il primo esopianeta scoperto nel 1995 fu trovato proprio grazie a questo sistema.

Oltre a questi dati sulle velocità radiali, sono stati usati anche i dati molto precisi del satellite ESA Gaia, il quale misura molto bene le posizioni degli oggetti celesti della nostra galassia. Senza i dati di Gaia non si sarebbe scoperta l’anomalia nella velocità della stella Proxima Centauri e quindi niente possibile scoperta del nuovo pianeta Proxima c. Un’altra conferma del fatto che saper mappare l’universo (sia con posizioni, sia con distanze) è un aspetto cruciale della ricerca astrofisica.

Perché, appunto come dicevo, mettendo insieme tutti i dati, compresi quelli di Gaia, è saltata fuori un’anomalia nella velocità della stella Proxima Centauri. All’inizio si è pensato che l’anomalia fosse dovuta alla presenza di qualche attività stellare intrinseca; poi, alla fine, si è capito che quei dati potessero essere l’indizio della presenza di un nuovo pianeta, Proxima c.

Una roba interessante nell’articolo di Damasso e Del Sordo è che si parla di una precedente osservazione della stella Proxima Centauri fatta con ALMA, un complesso di antenne radio in grado di osservare sorgenti astrofisiche con elevata risoluzione. ALMA ha osservato una qualche sorgente sconosciuta attorno a Proxima Centauri: è quella Proxima Centauri c? Per ora non lo sappiamo, ma i futuri dati di ALMA forse potrebbero essere utili per confermare proprio la scoperta di Damasso e Del Sordo.

I nuovi dati saranno fondamentali: infatti dovete pensare che per ora si parla di pianeta candidato perché bisogna capire bene le caratteristiche di Proxima c. Dati migliori e in gran quantità saranno in grado di vincolare meglio i modelli teorici e quindi capire per bene la massa di Proxima c e fare un pensierino sul capire come questo sistema planetario si sia formato ed evoluto.

Proxima Centauri e i suoi pianeti si trovano a 4,2 anni luce da noi. Una piccola stella del nostro vicinato galattico ma piena di sorprese.

Insomma, dai, come il Molise. Le pallotte cacio e uova, la ventricina, la pampanella e il caciocavallo fanno bene, a quanto pare. Come diceva il mitico indimenticabile Fred Bongusto, “Molise, pozz’ess’accis!”

Una galassia e i fiori di zucca

Questa foto astrofisica è pazzesca. Anzi no: questa foto è come un fiore di zucca, con tutte quelle bellissime sfumature di colore. Qui, nella foto, ciascun colore ci parla di differenti fenomeni fisici in atto.

La galassia si chiama M101 e ciò che vedete, in realtà, è una sovrapposizione di diverse immagini ottenute con telescopi diversi.
La parte giallorossa è stata ottenuta con i telescopi spaziali Hubble e Spitzer, che misurano la luce rossa e infrarossa. Le stelle meno calde (3000 °C- 5000 °C), piccole e più avanti con l’età (qualche miliardo di anni) hanno questo colore.
La parte blu è stata ottenuta con i dati del Galaxy Evolution Explorer, che misura la luce blu-ultravioletta. Le stelle molto calde (anche più di 20 mila °C), molto grandi e giovani (qualche centinaio di milione di anni) hanno questo colore.
Poi c’è la parte più scoppiettante, in viola. Sono i dati del telescopio spaziale Chandra, che misura i raggi-X da fenomeni tipo stelle di neutroni, buchi neri e grosse stelle che esplodono. La cosa più interessante è che la distribuzione dell’emissione di raggi-X segue la struttura dei bracci di spirale; questa cosa non deve sorprendere, perché nei bracci abbiamo detto che si formano le stelle più grosse e calde, che sono quelle che esplodono in supernovae e formano poi proprio stelle di neutroni o buchi neri.

Vedete, se osservassimo una galassia solo con la luce visibile anche ai nostri occhi allora ci perderemmo una grandissima quantità di informazioni. Ma il punto non è solo la perdita di informazioni, quanto piuttosto il quadro d’insieme che salta fuori e che dà un senso più compiuto a tutta la fisica in gioco nelle galassie.

Ah, dimenticavo: tutto questo ragionamento l’abbiamo fatto, senza alzare gli occhi dallo smartphone o dal computer, riguardo una galassia a circa 25 milioni di anni luce da noi. La foto che vedete mostra quindi com’era la galassia 25 milioni di anni fa, quando sulla Terra ancora nessuno aveva mai neanche provato non dico a riempirli con la mozzarella, ma proprio neanche provato mai a friggerli, i fiori di zucca. Che brutti tempi quelli, signora mia, non mi ci faccia neanche pensare.


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La storia della tempesta su Giove scoperta per caso

La sonda NASA Juno sta studiando dal 4 luglio 2016 il pianeta Giove. I dati che raccoglie sono fondamentali per studiare atmosfera e campo magnetico di questo pianeta gigante gassoso, il più grande del Sistema solare.

Il 2 febbraio 2017 la sonda Juno ha scattato questa foto al polo sud di Giove.

Immagine in infrarossi del polo sud di Giove. Si vedono molto chiaramente le strutture corrispondenti ai cicloni. Crediti: NASA/Juno

Cinque cicloni, che formano un pentagono praticamente perfetto, che circondano un altro ciclone al centro. Che spettacolo. Per capirci, le dimensioni del ciclone al centro sono quelle degli Stati Uniti. Oh. Wow.

Sembra già una roba incredibile e i passaggi successivi di NASA Juno nei pressi del polo sud gioviano non hanno fatto altro che confermare la presenza di questi cicloni ogni volta. Ma si tratta di fenomeni continui da decenni o siamo stati solo fortunati a beccarli stavolta?

Non lo sappiamo ancora, però il 3 novembre 2019 NASA Juno è stata testimone di una novità: un nuovo ciclone si sta formando e la struttura a forma di pentagono sta per diventare un esagono.

Immagine in luce visibile ripresa dalla JunoCam a bordo di NASA Juno. In alto a destra, indicato con il segno “+” c’è il nuovo ciclone visto nascere in diretta praticamente. Crediti: NASA/Juno

Questo nuovo ciclone, si vede anche dalle immagini, è più piccolo degli altri; si stima sia grande come il Texas, per ora. Crescerà e diventerà come gli altri? Può darsi, anzi lo scopriremo presto grazie ai futuri passaggi ravvicinati di NASA Juno.

La cosa sorprendente è che questa scoperta del sesto ciclone è stata completamente casuale. Vediamo un po’ insieme che cosa è successo.

NASA Juno può lavorare grazie ai pannelli alimentati a energia solare che la tengono in vita. Durante il tragitto che ha portato NASA Juno dalla Terra verso Giove non ci sono stati problemi a tenere la sonda sempre illuminata dal Sole. Ma una volta arrivata dalle parti di Giove bisogna considerare le lune di Giove. Infatti, siccome NASA Juno orbita molto vicino a Giove (nei punti più vicini anche fino a 3500 km al di sopra delle nubi del pianeta), allora una semplice eclissi di qualsiasi luna sarebbe deleteria, perché potrebbe tenere al buio la sonda per un tempo troppo lungo, tale da scaricare le batterie solari.

Questa eventualità si è presentata qualche mese fa: NASA Juno stava per attraversare una zona di Giove completamente al buio a causa dell’eclissi della luna Io. Allora alla NASA hanno deciso di operare una manovra il 30 settembre 2019 per evitare che Juno finisse in una zona d’ombra di eclissi nelle settimane successive. La manovra ha avuto successo, la missione è stata salvata e ha portato NASA Juno verso il polo sud di Giove il 3 novembre 2019. E così, Juno ha scoperto il nuovo ciclone. Se non ci fosse stato il problema dell’eclissi non avremmo mai osservato la formazione di questo nuovo ciclone.

Queste scoperte sono importissime. Infatti Giove è un pianeta gassoso, non ha una superficie solida come la Terra su cui poggiare i piedi (a parte probabilmente un nucleo solido al centro) e le tempeste possono durare centinaia di anni proprio perché non c’è nulla in grado di smorzarle (come capita, per esempio, per la Grande Macchia Rossa). Studiare la dinamica delle tempeste gioviane è fondamentale per capire meglio la meccanica dei fluidi delle atmosfere dei pianeti giganti gassosi.

Questi cicloni sono in tutto per tutto fenomeni meteorologici che dovremmo essere in grado di prevedere se avessimo dei buoni modelli teorici. O almeno, andiamoci piano: dovremmo essere in grado di aspettarci di vedere più o meno robe come quelle che osserva la sonda NASA Juno. Naturalmente, l’incredibile sguardo che sta gettando Juno su Giove è senza precedenti e quindi c’è tutto il tempo per raffinare tutti i nostri modelli. Però l’obiettivo è questo.

Se poi tutto questo avviene per puro caso, allora il godimento scientifico è semplicemente amplificato.


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E se l'energia oscura non esistesse affatto?

L’energia oscura è una di quelle cose che sappiamo sull’universo ma di cui in realtà non sappiamo proprio niente. Magari perché non esiste? Non lo sappiamo, tanto per cambiare, ma i dubbi sono sempre i benvenuti.

In astrofisica i dubbi sono all’ordine del giorno, tutto regolare. Per forza, non può essere altrimenti: si ha a che fare con l’osservazione di fenomeni al di fuori della nostra portata pratica. Per studiare i buchi neri ci servono tubi lunghi qualche kilometro in totale isolamento in grado di misurare le vibrazioni dello spaziotempo (le onde gravitazionali) e per il resto ci affidiamo alla luce che emettono stelle in galassie e gas sparso nell’universo. Non il massimo, certo. Eppure siamo riusciti a fare tantissimo, soprattutto nell’ultimo secolo, soprattutto grazie all’arrivo di sempre più dati e alla conseguente riduzione degli errori di misura.

Probabilmente questo succederà anche nelle prossime puntate della storia che sto per raccontarvi oggi. E allora, iniziamo.

Da dove salta fuori l’idea dell’energia oscura

Quando nel 1998 furono osservate per la prima volta le evidenze di un universo in espansione accelerata da Riess, Schmidt e Perlmutter, il clamore fu simile forse solo alla scoperta dell’espansione stessa dell’universo da parte di Hubble e Lemaitre alla fine degli anni Venti del Novecento. Il fatto che poi, questa espansione accelerata, dovesse essere guidata da quella che chiamiamo energia oscura alimenta il mistero sulle nostre conoscenze e le certezze sulla nostra ignoranza. Inutile dire come poi sia il mistero sia le certezze siano stati amplificate alla notizia che questa energia oscura dovrebbe essere il 68% di tutto ciò che è contenuto nell’universo.

Nel 2011 fu assegnato il premio Nobel per la fisica ai tre astrofisici che hanno coordinato la scoperta del 1998. Stiamo parlando quindi di qualcosa avvenuto praticamente ieri, per quanto riguarda i tempi scala delle scoperte che lasciano il segno.

Una questione di supernovae

La scoperta dell’espansione accelerata dell’universo e quindi dell’energia oscura è stata resa possibile grazie allo studio delle supernovae di tipo Ia.

Le supernovae di tipo Ia sono esplosioni che avvengono quando c’è un sistema binario composto da una stella e da una nana bianca: quest’ultima succhia materiale dalla stella fino a un certo punto; dopodiché la nana bianca non riesce più a sostenere il suo peso ed esplode tutto (questo per sommi capi). Il fatto che questa esplosione avvenga sempre quando la nana bianca si avvicina a una certa massa (detta massa di Chandrasekhar, pari a circa una volta e mezzo la massa del Sole) rende possibile usare le supernovae di tipo Ia come se fossero lampadine cosmiche di cui conosciamo già la luminosità.

Il discorso è: abbiamo osservato una supernova di tipo Ia? Bene, allora una nana bianca deve aver mangiato gas fino a una volta e mezzo la massa del Sole. È (più o meno) sempre così.

Ora, se abbiamo una lampadina di cui conosciamo già la luminosità (diciamo 100 watt) e la mettiamo a distanze sempre più lontane (sconosciute), possiamo fare questa cosa: possiamo misurare il flusso di luce che ci arriva e, sapendo che in realtà la lampadina è da 100 watt, quindi stimare la distanza a cui è stata posta.

Con le supernovae di tipo Ia si fa la stessa cosa. E siccome le supernovae di tipo Ia sono fenomeni che avvengono in galassie, in questo modo misuriamo la distanza delle galassie. Inoltre, le supernovae di tipo Ia sono molto brillanti quando avvengono (sono pur sempre violente esplosioni cosmiche): questo ci permette di misurare la distanza di galassie molto lontane e quindi capire che cosa succede all’universo su scale molto grandi.

Ecco, nel 1998 si è visto che le supernovae di tipo Ia (e quindi le galassie che le ospitavano) erano molto meno brillanti del previsto. La spiegazione che si è vista funzionare per spiegare questo fenomeno è stata quella di universo che si espande aumentando sempre più il proprio tasso di espansione (cioè un’espansione accelerata, come si dice in gergo).

Supernovae giovani e anziane

In tutto questo è stata fatta un’ipotesi importante: le supernovae di tipo Ia brillano sempre allo stesso modo, a prescindere dalla distanza. Questo sembra una cosa normale ma pensateci un attimo. Prendiamo una galassia lontana, diciamo, 10 miliardi di anni luce: quando la guardiamo, noi vediamo l’immagine di com’era questa galassia 10 miliardi di anni fa. Questo perché la luce viaggia nell’universo a circa 300 mila km al secondo e quindi impiega 10 miliardi di anni per raggiungerci sulla Terra e finire nel nostro occhio o telescopio.

Ora, chi ci dice che una supernova di tipo Ia 10 miliardi di anni fa esplodeva come farebbe una supernova oggi? Questo perché più guardiamo l’universo distante, più vediamo l’universo nel passato. In gergo, si dice che guardiamo l’universo ad alto redshift. Quindi, una supernova esplosa 10 miliardi di anni fa si trovava in un universo più giovane di quello attuale: sicuro non sia un fattore da considerare questo?

Nel 1998 si erano già posti questo dubbio infatti, si tratta di astrofisici seri eh. In quel caso gli autori dei vari studi della scoperta (gli astrofisici Riess, Schmidt, Perlmutter) cercarono di capire se ci fossero differenze tra le supernovae di tipo Ia trovate nelle galassie ellittiche e quelle trovate nelle galassie a spirale. Gli astrofisici trovano che la differenza c’era, sì, ma era davvero molto piccola per avere un qualche impatto sulla stima del tasso di espansione dell’universo e quindi dell’energia oscura.

Più di recente però si è pensato di estendere questo tipo di analisi. Per esempio, magari non le supernovae di tipo Ia non dipendono dal tipo di galassie in cui avvengono, ma vale la pena controllare se ci sono possibili correlazioni con la massa delle galassie che le ospita, oppure con altre caratteristiche fisiche non passate al vaglio nel 1998. La lista di lavori in questa direzione e lunga e balziamo direttamente al lavoro più recente, che sembra essere anche molto interessante.

Forse si può fare a meno dell’energia oscura

Alcuni astrofisici (Kang et al.) hanno infatti trovato che forse queste differenze nelle supernovae di tipo Ia man mano che si va più lontano a osservare in termini di distanza (e quindi, per quello che dicevo prima, anche man mano più indietro nel passato) sembrerebbero esistere.

La ricerca di Kang et al. è uscita sul sempre utile ArXiv il 10 dicembre 2019, quindi è roba fresca; ed è stata anche già accettata per la pubblicazione su The Astrophysical Journal (quindi ha passato con successo il processo di peer-review).

Il punto di questa nuova ricerca è che un modello teorico di universo senza energia oscura (tenendo fermi tutti gli altri parametri cosmologici) e che tiene conto delle differenze di brillantezza delle supernovae al variare del redshift dà risultati simili, in termini di confronto con i dati, di un modello con il 68% di energia oscura ma assumendo che non ci siano differenze nelle supernovae osservate.

In verticale c’è una quantità relativa alla brillantezza delle supernovae di tipo Ia (sopra lo zero, le supernovae sono più deboli, sotto lo zero sono più brillanti); in orizzontale c’è il redshift (più si va a destra a redshift alti e più si va lontano nello spazio e indietro nel tempo a osservare); i puntini blu sono i dati osservati. Lasciate perdere la curva gialla, non ci interessa: invece, più importanti sono la curva nera che è quella con il 68% di energia oscura e le curve rossa e verde che sono il modello senza energia oscura che tiene conto dell’evoluzione delle supernovae con il redshift.
Crediti: ArXiv:1912.04903

Come vedete dai grafici, in pratica è abbastanza difficile distinguere i casi con e senza energia oscura se si tiene conto dell’evoluzione della brillantezza delle supernovae al variare del redshift.

Per fare questo ultimo lavoro gli astrofisici hanno usato circa 50 supernovae di tipo Ia in galassie che si trovano fino a massimo redshift uguale a 0,05. Dalla luce delle galassie si sono stimate alcune quantità fondamentali tipo l’età delle galassie e il loro contenuto di elementi atomici più pesanti dell’elio. Queste quantità sono state poi messe a confronto con la brillantezza delle supernovae per capire se ci sono delle correlazioni.

I risultati danno che per alcune caratteristiche sono state osservate delle correlazioni.

In verticale c’è la stessa quantità della figura precedente, in orizzontale c’è l’età della galassia che ospita la supernova di tipo Ia: i dati sono messi a confronto con una potenziale correlazione tra le due quantità (linea retta obliqua). Crediti: ArXiv:1912.04903

E in alcuni casi invece di correlazioni neanche l’ombra.

In verticale c’è la stessa quantità della figura precedente, in orizzontale c’è l’abbondanza di elementi atomici pesanti nella galassia che ospita la supernova di tipo Ia: non si vede nessuna correlazione tra i dati. Crediti: ArXiv:1912.04903

Mettendo insieme tutto, alla fine viene fuori un modello per come potrebbe evolvere la brillantezza delle supernovae di tipo Ia man mano che guardiamo l’universo ad alto redshift. È questo modello trovato che sembra fare lo stesso lavoro, quando confrontato con i dati, di un modello in cui l’energia oscura è il 68% del contenuto dell’universo.

E adesso?

Messa così viene quasi da preoccuparsi seriamente. Questa nuova ricerca di Kang et al., sulle supernovae sembra smontare completamente la ricerca del 1998, ma in realtà il mondo delle supernovae di tipo Ia è molto più complicato.

Pensate che se ne discute da decenni di come capire se particolari fenomeni astrofisici possano essere buoni indicatori di distanza: è probabilmente il problema numero uno dell’astrofisica da sempre (un esempio stagionato ma attuale è a questo link).

Il modello per l’evoluzione delle supernovae di tipo Ia trovato da Kang et al. ha usato solo galassie fino a un certo redshift ed è stato estrapolato a redshift più alti per poterlo confrontare con i dati. Kang et al. hanno valutato ciò nel loro lavoro e ritengono che non sia un grosso problema. Sicuramente, come ben sottolineano, il punto cruciale è nella riduzione degli errori statistici: avere un campione di galassie e supernovae di tipo Ia sempre più grande non può far altro che aiutare a capire meglio questa evoluzione delle supernovae ad alto redshift.

Senza dubbio, Kang et al. hanno indicato che c’è un potenziale grosso problema nell’analisi delle supernovae di tipo Ia e, di conseguenza, il loro uso cosmologico per studiare i vari modelli di universo. È abbastanza chiaro che questo dell’evoluzione delle supernovae di tipo Ia con il redshift sarà un fattore importante di cui tenere conto in futuro.

Anche ottenere dati sempre più precisi sulle supernovae può essere doppiamente utile: da un lato per capire meglio come le supernovae di tipo Ia evolvono con il redshift, dall’altro lato per ridurre gli errori e quindi capire meglio quale modello, con o senza energia oscura, è davvero in grado di riprodurre ciò che osserviamo.

In realtà, al di là dei Nobel e dell’energia oscura, a rischiare di uscire con le ossa parecchio rotte da questa discussione puramente scientifica è la cosmologia fatta usando le supernovae di tipo Ia come strumento affidabile di analisi per testare le proprietà generali dell’universo. Tra l’altro, poi, bisognerà affrontare anche la radiazione di fondo, i cui dati sono perennemente in discrepanza con quelli delle supernovae per quanto riguarda la stima della costante di Hubble (e quindi anche dell’energia oscura). Comunque sia, anche dal lato radiazione di fondo c’è poco da stare sereni: abbiamo visto già pochi giorni fa su questo blog che anche la radiazione di fondo potrebbe avere brutte gatte da pelare internamente ai suoi dati.

Tutto molto preoccupante, ma anche tutto molto eccitante: di solito, nei migliori film, è proprio quando sembra che non ci si capisca più niente che arriva la svolta decisiva. Vediamo che succede, io preparo i popcorn.


Qui trovate l’articolo di Kang et al.


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L'antimateria sulla Terra arriva da Geminga

Negli ultimi anni alcuni esperimenti spaziali, come il NASA Alpha Magnetic Spectometer (AMS-02) a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, hanno misurato una quantità di positroni (di grande energia) più alta di quella che ci si aspettava. I positroni sono particelle di antimateria: hanno la stessa massa degli elettroni, ma carica opposta. Come mai tutti questi positroni? Da dove provengono?

I primi sospetti caddero subito sulle pulsar vicine e, tra queste, sulla pulsar Geminga. Vediamo perché.

C’è qualcosa o…Geminga?

La prima volta che ho sentito pronunciare Geminga è stato grazie al prof. Adriano Guarnieri mentre frequentavo il corso di Astronomia I a Bologna, nel 2006. In quell’occasione il prof. Guarnieri ci stava parlando delle pulsar e volle raccontarci l’origine del nome Geminga per quella particolare sorgente stellare.

Geminga è una pulsar che si trova a circa 800 anni luce di distanza da noi ed è stata scoperta dal NASA Small Astronomy Satellite 2 (SAS-2) negli anni Settanta. Il nome iniziale di questa pulsar era tecnico e generico, tipo Gemini gamma-ray source, dovuto al fatto che questa sorgente era stata scoperta nella costellazione dei Gemelli. Giovanni Bignami e Patrizia Caraveo però ebbero il colpo di genio e coniarono l’acronimo Geminga (vedi nota alla prima pagina dell’articolo scientifico a questo link), cioè la contrazione delle parole Gemini e gamma. Il genio è che Geminga, letto con un accento milanese e con la g dura, vuol dire “non c’è niente”: infatti sebbene fosse stata trovata una sorgente di raggi gamma dal SAS-2, per osservare una controparte ottica ci sono voluti alcuni anni (ma poi fu trovata definitivamente nel marzo del 1991 grazie al satellite ROSAT).

Una pulsar non è altro che una stella di neutroni rotante. Una pulsar ha un campo magnetico molto intenso: questo perché una pulsar è il residuo di una stella di grande massa che ha subito un collasso su se stessa. Il campo magnetico della stella originaria quindi anche è collassato e ha occupato uno spazio più piccolo diventando quindi molto ma molto più intenso.

Il campo magnetico più debole (weak magnetic field) di una stella (a sinistra) diventa un campo magnetico più forte (strong magnetic field) quando la stella collassa e diventa una stella di neutroni (a destra).

Attorno a una pulsar di solito c’è una grossa nube di elettroni e, appunto, positroni, tutti residui del collasso ed esplosione della stella originaria; queste particelle, visto che sono cariche, sono accelerate all’interno dell’intenso campo magnetico della pulsar, acquistano energia e partono in giro nell’universo.

Voi direte: ma se è così, allora basta tracciare il percorso dei positroni misurati da AMS-02 e vedere se il punto di partenza è Geminga. Magari fosse così facile: i positroni sono particelle cariche e qualsiasi campo magnetico nell’universo ne modifica la traiettoria, anche dopo aver lasciato la pulsar. Quindi è impossibile determinarne la traiettoria in modo preciso una volta misurati.

Affidiamoci ai raggi gamma

Quindi dobbiamo prima di tutto capire se la pulsar Geminga è in grado oppure no di produrre una enorme quantità di positroni ad alta energia.

Nel 2017, l’osservatorio High-Altitude Water Cherenkov gamma-ray observatory (HAWC) situato a Puebla, in Messico, ha osservato un intenso alone di raggi gamma attorno a Geminga intorno a qualche migliaio di miliardi di elettronvolt (un’unità di misura dell’energia di una particella): ecco forse la pistola fumante allora.

Infatti la domanda successiva è: da dove saltano fuori tutti questi raggi gamma? Una possibile risposta è data dall’effetto Compton inverso: quando una particella con un’alta energia si scontra con un fotone (luce) allora può avvenire un trasferimento di energia dalla particella al fotone, così che il fotone diventa qualcosa tipo un raggio gamma (cioè semplicemente luce ad altissima frequenza, quindi energia).

Ecco come funziona l’effetto Compton inverso (Crediti: NASA)

Messe così le cose, cioè come le hanno misurate con HAWC, a conti fatti solo raramente i positroni riescono a raggiungere la Terra.

Con il telescopio spaziale, andiamo a osservare

Ma nel frattempo il satellite spaziale NASA Fermi stava continuando a osservare in modo ossessivo Geminga: lo ha fatto per 10 anni di fila e ha anche osservato energie più basse, tipo qualche miliardo di elettronvolt. L’idea è che particelle con energia più bassa possono viaggiare di più indisturbate prima di trasferire la loro energia e formare raggi gamma. E, addirittura, una buona parte di queste particelle può arrivare fino a noi sulla Terra a produrre questi raggi gamma che poi sono misurati da NASA Fermi. Questa è l’idea: ma torna?

Per scoprirlo, Mattia Di Mauro, Silvia Mancon e Fiorenza Donato hanno preso proprio i dati di NASA Fermi (e anche di AMS-02 per la misura diretta delle particelle energetiche) e a marzo 2019 hanno diffuso su ArXiv un articolo scientifico (poi accettato e pubblicato su Physica Reviews D a dicembre 2019) in cui hanno costruito dei modelli da confrontare con questi dati. Nei modelli l’alone c’è sempre, ma varia a seconda delle energie considerate delle particelle.

Più aumenta l’energia delle particelle (positroni), più l’alone di raggi gamma è piccolo. Questo è dovuto anche al fatto che le particelle con energia minore viaggiano di più e producono raggi gamma su una regione più ampia quindi. Crediti: NASA

Questi modelli, che tengono anche conto del moto della pulsar, sono in accordo non solo con i dati di NASA Fermi da cui si è partiti per l’analisi, ma anche con i dati, a energie più alte, del 2017 di HAWC.

L’astronomia multimessaggero colpisce ancora

Quindi tutto torna stavolta, bisognava guardare al giusto livello di energia: la pulsar Geminga potrebbe dunque essere una sorgente di una grossa fetta di positroni che arriva sulla Terra, per la precisione circa il 20% di quelli misurati da AMS-02.

Per una volta quindi, niente materia oscura o altre robe più esotiche. D’altra parte, questo dei positroni di Geminga è ancora una volta un esempio di astronomia multimessaggero, cioè di ricerca astronomica che mette insieme osservazioni indipendenti della stessa sorgente, in questo caso raggi gamma (cioè luce) e positroni (o meglio raggi cosmici in generale).


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