Beppe Grillo e la materia oscura

Il blog di Beppe Grillo, il blog più seguito in Italia si è messo a parlare di materia oscura. Ecco, non è andata benissimo.

Il blog di Beppe Grillo, probabilmente il sito web più seguito in Italia, il giorno 10 aprile 2018 ha pubblicato questo articolo (il link è alla pagina di Web Archive) qui:

Schermata 2018-04-17 alle 09.44.49

Uno legge il titolo e pensa: cavolo, una notizia bomba di astrofisica sul blog di Beppe Grillo e a me è sfuggita del tutto!

Sopreso e colpito al cuore da questa faccenda inizio subito a leggere l’articolo.

Schermata 2018-04-17 alle 09.47.14

Nell’articolo c’è scritto che per spiegare l’espansione accelerata dell’universo bisogna trovare qualcosa che “respinge lo spazio”. Ma che vuol dire? Come se fosse antani? (Se volete saperne di più sull’accelerazione dell’universo andate qui)

Ma il bello viene più in basso: secondo Beppe Grillo (dico secondo lui perché l’articolo non presenta una firma e il blog è suo) il totale delle componenti che ci sono nell’universo è 27% + 5% + 70% = 102%. Punto, game, set, vittoria a zero.

Inoltre, sempre secondo i dati elencati da Beppe Grillo nell’articolo sul suo blog, le componenti di cui sappiamo poco o niente sono 27% + 70% = 97% ma nell’articolo c’è scritto che ciò che non possiamo vedere e che ci sfugge completamente è il 90%. I conti non tornano, e neanche i marchesi.

Vabbè, direte voi, s’è sbagliato, capita.

Infatti andiamo avanti.

La notizia di questo articolo apparso, lo ripeto, il 10 aprile 2018 su beppegrillo.it sarebbe che due astrofisici Mike Hudson e Seth Epps avrebbero catturato (finalmente, dice Grillo) la prima immagine della materia oscura, quella che si vede anche in apertura dell’articolo sul blog di Grillo.

Schermata 2018-04-17 alle 10.45.27

Poi dopo ci torniamo sulla “rete di colore rossastro” (sic). Intanto: come avrebbero fatto a produrre questa immagine? Grazie al lensing gravitazionale. Bene. E tocca spiegarlo, però. Grillo ammette che non è una roba semplice, ma ci prova:

Schermata 2018-04-17 alle 09.56.21

Quindi, secondo Beppe Grillo, il lensing gravitazionale si ha quando c’è della massa non visibile, tipo un pianeta (?), un buco nero o materia oscura.

E allora, in conclusione Beppe Grillo dice:

Schermata 2018-04-17 alle 10.01.16

Bene, per la prima volta (sic) abbiamo osservato (sic) la materia oscura.

E voi, riuscite a capirne la portata? Chissà dove arriveremo di questo passo, signora mia.

Ora facciamo i seri

Naturalmente, quando un blog parla di tutto il rischio di combinare casini è elevato. Questa è una regola generale di Internet, secondo me. Io stesso su Quantizzando cerco di stare sempre attento a non andare oltre quello che ritengo di aver studiato abbastanza bene (per esempio sulla fisica delle particelle meglio rivolgersi al blog di Marco Delmastro che si va sul sicuro).

Detto questo, Beppe Grillo ha preso una bidonata di dimensioni non trascurabili, chiunque sia il vero autore dell’articolo su beppegrillo.it.

Prima di tutto: lo studio scientifico a cui Beppe Grillo si riferisce è stato pubblicato su MNRAS (autorevole giornale di astrofisica) nel luglio 2017 (ecco il link all’articolo scientifico) e non una settimana fa.

Vabbè, direte voi, un ritardo di quasi un anno che sarà mai. Appunto, magari fosse solo quello (abbiamo già visto qualche errorino sulle percentuali, infatti, ma sono io pignolo).

Se si sfoglia l’articolo scientifico, nell’introduzione si legge che “Several authors have reported the detection of a dark matter filament connecting individual massive clusters using weak lensing“, cioè “diversi autori hanno riportato l’osservazione, tramite lensing gravitazionale debole, di un filamento di materia oscura che connette singoli ammassi di galassie”.

Ah sì? Allora Beppe Grillo ha preso una cantonata, perché non è vero dunque che si tratta della prima immagine della materia oscura. Voglio dire, lo riportano proprio Hudson e Hepps nel loro articolo! Infatti, viene riportato che le prime osservazioni di questo genere sono state già fatte nell’ormai lontano 2012 (link all’articolo pubblicato su Nature).

E allora che cosa hanno fatto Hudson e Epps? Le osservazioni del 2012 e subito seguenti si sono concentrate sul provare a osservare filamenti di materia oscura tra due e solo due ammassi di galassie; in questo modo il segnale osservato è molto debole, per questo Hudson e Epps hanno pensato bene di fare qualcosa di molto intelligente. I due astrofisici hanno preso il segnale da 23 mila coppie di ammassi di galassie e hanno sovrapposto tutti i segnali in modo da aumentare il segnale stesso. Si può fare, è una tecnica che viene spesso usata in astrofisica ed è chiamata “stacking”.

Ecco la svolta del lavoro di Hudson e Epps, non il fatto che sia la prima immagine della materia oscura. Tornando come promesso alla “rete di colore rossastro” di sopra, tra l’altro vorrei precisare, qualora fosse necessario, che si tratta ovviamente di una mappa a falsi colori, non è che la materia oscura è rossa, visto che non emette luce:

170509_gl35n_rci-m-dark_sn635
La mappa a falsi colori prodotta da Epps e Hudson. Crediti: Epps-Hudson, University of Waterloo

E poi: la teoria della relatività di Einstein dice che il lensing gravitazionale avviene quando tra noi e le galassie lontane c’è massa. Massa, qualsiasi tipo di massa, non solo quella “non visibile” (per chi volesse saperne di più sul lensing, consiglio di andare qui oppure qua).

La responsabilità di fare attenzione

Insomma, quando si ha un blog letto da milioni di persone, bisogna un attimo stare attenti. Soprattutto quando l’argomento trattato in un articolo non è proprio, diciamo così, l’argomento forte del blog.

Mettiamoci nei panni di qualcuno che finisce su quell’articolo di Beppe Grillo sulla materia oscura. Innanzitutto legge una notizia di un anno fa che viene spacciata come nuova. Poi legge una notizia che non è una notizia, o almeno possiamo dire che titolo e contenuto dell’articolo sono abbastanza fuorvianti. Poi, per un articolo così breve, la quantità di errori presenti è non trascurabile.

Di certo, il fatto che non ci sia la possibilità di commentare l’articolo lascia un po’ perplessi, visto che avrebbe dato modo a chi si è magari già accorto degli errori di segnalarli. Io credo che non dare almeno una possibilità ai propri lettori di interagire è una scelta discutibile ma ognuno fa quel che vuole, ovviamente.

E quindi? Forse non sembra, ma siamo di fronte a un problema. Tutti i blog devono stare attenti a ciò che scrivono, nel senso che bisognerebbe sempre stare attenti a controllare le fonti. Un blog, poi, che ha svariati milioni di lettori, credo debba stare attento ancora di più. Se milioni lettori decidono di usare un posto come riferimento per notizie e fatti poi chi gestisce il sito dovrebbe avere la responsabilità di tenere il livello a regimi sempre molto alti. Non è una questione di fake news o altro: è semplicemente una questione di affidabilità, una caratteristica imprescindibile per un blog che si pone da intermediario tra fatti e pubblico (a prescindere che sia un sito di news o un sito divulgativo o un gran calderone). Non si può scrivere una notizia tanto per scriverla: non si può fare in generale, figurarsi con milioni di lettori pronti a leggere ciò che hai scritto.

Poi, certo, si può anche sbagliare, siamo tutti esseri umani. Può capitare di prendere una cantonata, per una volta nessuno ne fa un problema, sono cose che capitano. L’importante è avere poi l’accortezza di correggere e segnalare la correzione fatta.

Accadrà anche per questo articolo sulla materia oscura del blog di Beppe Grillo? Spero di sì, non vedo l’ora di aggiungere un edit a questo mio post in tal senso.

 

Giornalismo scientifico da incubo

A quanto pare, in Italia c’è un certo giornalismo scientifico che sembra non imparare mai dai propri errori. Beh, certo: la paura di una nuova estinzione Permiano-Triassica tira più anche di un buco nero.

Per forza: se un asteroide dovesse mai dirigersi verso il nostro pianeta saremmo tutti giustamente preoccupati. Per molti della nostra generazione, visti i tempi cosmici forse è più probabile essere colpiti da un asteroide che prendere la pensione; tuttavia questo non giustifica un giornalismo scientifico direi becero, almeno verso certi argomenti.

Capita spesso che una qualche testata giornalistica online si metta a scrivere a vanvera di asteroidi che colpiranno la Terra e, di solito, non scrivo articoli a riguardo. Ma oggi il quotidiano Il Mattino sul suo sito ha fatto un piccolo capolavoro, difficilmente eguagliabile dalla redazione più disagiata dell’universo.

Perché, se avrete la pazienza di seguirmi per poche righe, vedrete tanto, ma tanto di quel disagio che ne avrete abbastanza per parecchio tempo.

Un titolo per ghermirli, un titolo per domarli. I lettori, dico

L’articolo è questo qua:

Screenshot del 20 marzo 2018, ore 20:30

Potete leggere l’articolo intero cliccando sull’immagine qui sopra. Non dovrei, ma vi agevolo il link perché, anche se darà visite e clic immeritati al sito de Il Mattino, tuttavia è utile per chi volesse verificare di personale ciò che sto per dirvi e quindi la totale assurdità della situazione.

E vi assicuro che ne vale assolutamente la pena. Dunque, prima di procedere con qualche commento, l’articolo de Il Mattino si trova qui.

Allora: il titolo è al di fuori di qualsiasi immaginazione apocalittica. Ma il titolo, si sa, è fatto per  acchiappare. Per esempio, se date uno sguardo ai titoli degli articoli di Quantizzando scoprite che sono tutti pessimi e quindi questo spiega perché la sezione “Tecnologia” de Il Mattino sicuramente fa più visite di questo blog.

Del resto, quando uno si trova davanti a titoli che iniziano con “Un asteroide gigantesco minaccia la Terra” e con un virgolettato che recita “Distruggerà tutto”, beh, lo ammetto, anche io me la farei sotto. E quindi CLIC, alla fine siamo umani tutti.

E che cosa c’è scritto nell’articolo?

Ma ci siamo abituati: se il titolo è per ghermire, il testo dell’articolo di solito dice qualche verità. Di solito, eh. Perché l’articolo de Il Mattino parte subito a razzo con un rassicurante “Un asteroide si sta avvicinando pericolosamente alla Terra, ma non potrà essere distrutta in modo preventivo”. Ecco, ora il panico non dovrebbe diffondersi, anche se la notizia fosse vera.

Ma poi: quando arriva questo asteroide? Nel 2135. Ah, beh, dai. La pensione la prendo, mi godo la vita, poi i nipoti se la vedono loro. Ma quelli de Il Mattino non vogliono che i nipoti abbiano sorprese: la data precisa è il 21 settembre 2135.

Visto che “sembra non si possa fare nulla per evitarlo”, la redazione scientifica de Il Mattino ci fa sapere che l’asteroide si chiama Doomsday (come vedremo non è vero e rideremo un sacco tra poco). In realtà, “C’è 1 possibilità su 2.700 che (l’asteroide ndr) potrebbe impattare contro la Terra”, e allora che si fa, visto che questa poi è l’unica cosa riportata con accuratezza nell’articolo de Il Mattino. Infatti, subito dopo, il rospo lo dobbiamo ingoiare comunque perché “La tecnologia che abbiamo oggi non è abbastanza evoluta per poter distruggere una massa tanto grande”. Ahia.

Ma poi, dulcis in fundo, ecco una ventata d’ottimismo visto che “per ora l’asteroide si trova a 50 milioni di miglia dal nostro pianeta e viene studiato in continuazione, ma rappresenta una seria minaccia. Tra le ipotesi per la distruzione c’è la bomba nucelare, ma per ora si tratta solo di idee”.

Insomma, dai che Doomsday (ma si chiama davvero così? Spoiler: no) lo facciamo fuori, dai!

Qual è la fonte della notizia?

Ora torniamo seri. No scherzavo, è impossibile. Nell’articolo de Il Mattino, la redazione scientifica ci tiene a precisare che non si tratta di notizie inventate, che si lavora seriamente insomma.

Secondo voi quale potrebbe essere la fonte di questa notizia? La NASA? L’ESA? Magari.

La fonte de Il Mattino è The Mirror (qua trovate l’articolo originale), noto tabloid inglese che si occupa prevalentemente di astrofisica e cosmologia con scrupolosa attenzione. No, non è vero, ma lo sapevate già.

Sì, vabbè, ma The Mirror dove ha preso la notizia? Da Buzzfeed, link qua. Ah, ecco. E Buzzfeed? Da un articolo scientifico pubblicato su Acta Astronautica nel febbraio 2018 che si intitola “Options and uncertainties in planetary defense: mission planning and vehicle designe for flexible response”, link qua.

Si tratta di uno studio che prova a capire quali potrebbero essere i tempi di reazione di fronte all’eventualità che fosse scoperto un asteroide la cui orbita potrebbe minacciare la Terra. Nello studio si prende come caso di esempio l’asteroide Bennu, perché la missione NASA OSIRIS-REx sta andando verso l’asteroide Bennu per studiarne le caratteristiche e prelevarne un campione da rispedire sulla Terra per essere studiato. Insomma, si è provato a studiare un asteroide di cui presto dovremmo saperne molto più di ciò che sappiamo su qualunque altro asteroide in giro pericolosamente attorno alla Terra.

Ah, e la data non è il 2135, bensì il 2175. Nipoti potete stare tranquilli, pronipoti chissà, comprate almeno un elmetto con i soldi messi da parte dai nonni.

Le cose incredibilmente errate nell’articolo de Il Mattino

Insomma, la redazione scientifica de Il Mattino ha scritto un mucchio di sciocchezze, alcune clamorose. Vediamole con calma.

1) L’asteroide si chiama Bennu, non Doomsday. Da dove è uscito Doomsday? Doomsday in inglese vuol dire giorno del giudizio ed è la parola di apertura dell’articolo di The Mirror, il quale inizia con “Doomsday asteroid” cioè l’asteroide che causerà il giorno del giudizio. Pensate, già nel sottotitolo (ma poi anche ripetutamente nell’articolo) sul sito di The Mirror c’è scritto che l’asteroide si chiama Bennu, come certifica questo screenshot.

Screenshot del 20 marzo 2018, ore 21:57

Lo so, ve lo state chiedendo anche voi: ma chi è quel genio che ha scritto l’articolo su Il Mattino? Di chi è quella mente giornalistica brillante che ha scambiato Doomsday per il nome dell’asteroide? Peccato, forse non lo sapremo mai e non potremo stringere la mano a nessuno per complimentarci con la montagna di disagio che si porta dietro.

2) Il titolo dell’articolo su The Mirror dice che l’asteroide “could devastate Earth” cioè potrebbe (condizionale) spazzare via la Terra. Invece il titolo de Il Mattino riporta un vigolettato, non sappiamo di chi, in cui questa persona sconosciuta afferma che l’asteroide “distruggerà” la Terra. Buzzfeed invece è molto più cauto e titola “Scienziati del governo (americano ndr) hanno un piano per distruggere gli asteroidi con una testata nucleare”.

Screenshot del 20 marzo 2018 delle 22:09

Beh, un pelino diverso da quello de Il Mattino, o no? Si potrebbe dire: ma la redazione de Il Mattino ha praticamente tradotto/copiato quello di The Mirror, non quello di Buzzfeed. Vero, ma la domanda infatti è: va bene fare il titolo acchiappa clic, ma perché la redazione de Il Mattino non ha riportato il molto meno inquietante articolo di Buzzfeed oppure un link all’articolo originale dello studio scientifico? Eh, già. Il problema è che la conosciamo la risposta. E il disagio dilaga.

3) La data non è il 2135, bensì il 2175. Qua la faccenda è divertente. L’articolo su Buzzfeed è uscito originariamente il 7 marzo 2018 e vi era scritta come data il 2135. L’articolo su The Mirror è uscito il 16 marzo. L’articolo su Il Mattino è uscito il 18 marzo.

Però, su Buzzfeed si sono accorti dell’errore e il 17 marzo hanno corretto e cambiato la data in 2175 (c’è scritto in fondo all’articolo su Buzzfeed). Quindi ciò vuol dire che quelli de Il Mattino non hanno guardato neanche di striscio l’articolo di Buzzfeed e quindi neanche (qua devo dire forse) l’articolo scientifico originale. Buzzfeed ha fatto un errore e ha corretto. Il Mattino, invece ciaone proprio.

Non ci siamo proprio

Ormai con articoli scientifici del genere noi italiani siamo purtroppo abituati. Se ci fosse un minimo di serietà e onestà intellettuale, la redazione de Il Mattino dovrebbe chiedere scusa ai suoi lettori. Sia a quelli che hanno letto l’articolo, sia ai 3107 (dato del 20 marzo alle 22:21) hanno condiviso l’articolo su Facebook. Tra l’altro, la pagina Facebook de Il Mattino ha oltre 1 milione e 200 mila like anche se poi le interazioni sono molto più basse. Comunque, una pagina Facebook che, algoritmi permettendo, ha un bacino di utenza così grande, non può assolutamente condividere roba come questa:

ALLUCINANTE. Per non parlare dei commenti al post.

 

In realtà ci sono capitato per caso su questo articolo, grazie a un tweet di Emanuale Balboni, che ringrazio nonostante mi abbia fatto scoprire questo scempio. Ma il punto è che articoli del genere, oggi nel 2018, in Italia, vengono scritti su siti di quotidiani che hanno tiratura nazionale. Proprio così, c’è un giornalismo scientifico sui giornali che raggiungono un vasto pubblico che scrive cretinate inerarrabili. Capita e continua a capitare. Lo segnalamo e continua a capitare. Non solo alla redazione de Il Mattino, sia chiaro.

A seguito di articoli del genere, in un’Italia che probabilmente si trova in un universo parallelo a questo, la credibilità di un giornale sarebbe fortemente compromessa. Perché si è visto che un articolo è stato scritto, giornalisticamente parlando, proprio con i piedi, senza controllo delle fonti oppure volutamente e forzatamente acchiappa clic. Forse la prima ipotesi è davvero la peggiore per una nazione in cui alcuni problemi di comunicazione scientifica sembrano abbastanza sotto gli occhi di tutti. O magari, qualcuno in qualche stanza segreta di una qualche redazione italiana ha scoperto che l’unico modo per acchiappare clic è proprio quello di evitare le fonti accurate come la peste.

Quando l’astrofisica diventa musica

Che cosa hanno in comune gli Oasis, i Radiohead e l’astrofisica? Fanno tutti buona musica.

Ma andiamo con ordine. Immaginate di avere a disposizione un sacco di dati astrofisici. Fantastico, via con l’analisi, chissà quante cose si possono scoprire. Ma non solo: si possono usare i dati e lo studio di quei dati anche per scopi meno scientifici ma comunque affini, magari in direzione divulgativa. Ma al di là del significato e dello scopo, vorrei condividere con voi ciò che segue per un motivo molto più semplice e veniale: è una cosa bellissima.

Sto parlando del progetto Astronomy Sound of the Month (AstroSoM). Le onde sonore per propagarsi hanno bisogno di un mezzo e lo spazio invece è praticamente vuoto. Tuttavia, sebbene non sia possibile produrre suoni nello spazio, noi esseri umani possiamo sempre associare suoni ai dati osservati. Ecco, questo è ciò che fanno i ragazzi di AstroSoM: ogni mese sul loro sito viene pubblicata una realizzazione di dati astronomici convertiti in musica.

Il progetto è partito proprio quest’anno, nel 2018. Quindi, sul loro sito, possiamo già trovare tre realizzazioni musicali di dati astrofisici.

 

Gennaio 2018

A gennaio AstroSoM ha pubblicato un’immagine dei dati di Hubble Ultra-Deep Field (per saperne di più, andate qui) modificata aggiungendo la musica: in particolare, muovendo il mouse (funziona solo da PC, niente tablet/smartphone per ora) è possibile ingrandire l’immagine e ottenere, per ogni singola galassia, la distanza in anni luce e una conversione sonora del redshift, cioè dello spostamento verso il rosso della luce della galassia, causato dall’espansione dell’universo.

Mettete le cuffie, caricate il mouse e andate a questo link: http://astrosom.com/Jan2018.php

 

Febbraio 2018

Le supernovae sono stelle che esplodono, principalmente. Quante ne abbiamo scoperte finora? Su AstroSoM trovate un video che mostra una mappa del cielo che varia nel tempo e che fa vedere quante supernovae sono state osservato ogni anno e in quale zona dell’universo. Poi, visto che è un video di AstroSoM, a ogni supernova è associato un suono, in base all’intensità osservata. Il video va dal 1950 al 2018; il numero di supernovae osservato di recente è enorme, ci sono molti suoni tanto che addirittura parte una canzone degli Oasis!

Mettete le cuffie, aspettate gli anni 2000 e andate a questo link: http://astrosom.com/Feb2018.php

Marzo 2018

Il moto dei pianeti intorno al Sole, già di per sé, è qualcosa di sublime dal punto di vista fisico. Ciò che osserviamo è il prodotto di miliardi di anni in cui la gravità ha svolto un lavoro egregio. Ma tutto ciò può essere anche triste, molto triste. Prendete per esempio il moto di Mercurio, Venere, Terra e Marte. Aggiungete qua e là qualche asteroide tanto per gradire. Associate a ognuna di queste orbite un suono. Ecco, ciò che viene fuori è una delle più tristi canzoni dei Radiohead, True love waits, sigh!

Mettete le cuffie, preparate i fazzoletti e andate a questo link: http://astrosom.com/Mar2018.php

 

Pronti per i prossimi mesi?

Beh, le premesse per un 2018 totalmente dipendente da queste realizzazioni musicali mi sembra ci siano tutte. Cercherò di condividere con voi anche i prossimi progetti che usciranno su AstroSoM, nel caso in cui doveste perderveli. Intanto, per chi volesse, su GitHub ci sono tutti i codici delle realizzazioni che avete visto grazie a questo post.