Categoria: Diario di docenza Pagina 2 di 3

Diario di docenza – puntata 6

Tutte le puntate precedenti sono qui.

Oggi, per quanto strano possa sembrare, sarò brevissimo.
Il prof. Barbero ha condensato in pochi minuti e nei toni giusti, ciò che avrei voluto dire questa settimana.
Allora ho pensato che valesse più che altro la pena lasciarvi alle sue parole che condivido tutte e totalmente.
Sono notevolmente incavolato pure io, by the way.

Voi che dite? Scrivetemelo pure nei commenti (lo so che è una roba da vecchi bloggatori, ma magari per una volta possiamo tornare al passato).

Diario di docenza – puntata 5

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Un’opinione diffusa tra gli studenti è che la matematica e la fisica siano difficili. È vero? Beh, se ripenso a quando andavo io a scuola, in realtà era difficile il disegno tecnico, oppure la filosofia.

Quello che voglio dire è che molto spesso, un aspetto soggettivo individuale viene elevato a caratteristica di massa senza alcun fondamento. Per qualche motivo, essere scarsi in matematica e fisica è socialmente accettabile, mentre non sapere chi fosse Pavese lo è di meno (ah, che belle le opere di Pavese!).

Questo stigma sociale matematico-fisico l’hanno percepito in molti e si è protratto per così tanto tempo che sembra quasi che un fondamento ci sia: è davvero così difficile studiare matematica e fisica?

La fisica è come una lingua, è come l’inglese: usiamo simboli per scrivere frasi concise, tutto qua. Quindi, per prima cosa, per capire la fisica bisogna conoscere la grammatica della fisica, le regole che permettono di usare i simboli e le parole in modo opportuno. Pensateci: è più difficile scrivere e usare F = ma oppure raccontarlo a parole? Esatto: l’italiano appare molto più difficile della fisica in questo caso.

Fatto ciò, l’idea che la matematica e la fisica siano difficili purtroppo resta. Frasi tipo “Prof, ma io non ci ho mai capito niente” oppure, all’estremo opposto “Oh prof, forse stavolta ho finalmente capito” sono dritto e rovescio della stessa medaglia: l’incomunicabilità.

Quando si parla un’altra lingua quotidianamente, per esempio perché siamo un periodo più o meno lungo da soli all’estero, ci si trova davanti persone molto esperte (della lingua) che parlano (ovviamente) in modo naturale. E poi ci siamo noi che, magari, non abbiamo la stessa sicurezza di Alberto Angela di fronte alle sabbie mobili di Moint Saint-Michel, e quindi ci lasciamo trascinare dal fango e dallo sconforto. Qui tutto dipende dal nostro interlocutore.
Se troviamo di fronte una persona spazientita, beh, c’è poco da fare: ci liquiderà velocemente e senza cercare di venirci incontro.
Se troviamo una persona disponibile, non solo la conversazione sarà fruttuosa, ma magari riusciamo anche a migliorare un pochino la nostra capacità di parlare in quella lingua: faremo un passettino, piccolo, in avanti e poi domani è un altro giorno (cit.).

Che cosa voglio dire con tutto ciò. Per la matematica e la fisica a Scuola è uguale: contano più le tappe che la meta, conta più la fattibilità che l’effettivo risultato. Ho sottolineato “a Scuola” perché l’obiettivo della Scuola non è sfornare matematici e fisici ma far crescere delle persone. Se noi insegnanti siamo pessimi interlocutori, se interagiamo con loro male, nulla funziona.
Non solo dobbiamo indirizzare i ragazzi verso la meta (tipo, la stazione) ma dobbiamo anche fare in modo che la meta sia raggiungibile attraverso piccoli passi (prima la rotonda, poi il semaforo, poi il ponte…). Se siamo spazientiti facciamo un pessimo lavoro e indirizziamo malissimo.

Molto spesso i ragazzi spengono le loro velleità matematiche semplicemente perché noi insegnanti non li sappiamo indirizzare verso la “stazione”; magari all’inizio ci provano pure da soli, certo, poi si accorgono che in fondo in fondo a loro non serve andare in stazione e che va bene così se non sono in grado di prendere il treno. Magari non usciranno mai dalla città, ma potranno stare in città, anche se parlando il meno possibile nella nuova lingua.

Certo, noi non possiamo pretendere che tutti i ragazzi abbiano voglia di prendere il treno della matematica e della fisica. Ma possiamo dire loro che la stazione esiste e si raggiunge in un certo modo. Poi loro decideranno se andarci o meno per davvero.
Ma per fare ciò, dobbiamo prendere ciascuno studente per mano, parlare usando la grammatica e la motivazione giusta per ciascuno studente e infine, magari se serve, accompagnarlo proprio in stazione (almeno la prima volta, poi vedranno loro se tornarci).

E qui arriviamo al vero punto che vorrei condividere con voi oggi. Per fare un lavoro di questo tipo in matematica e fisica serve una scuola completamente diversa, ripensata completamente. Non voglio essere ripetitivo in questo diario: è solo che secondo me partendo da aspetti diversi si arriva a conclusioni simili. Affrontando argomentazioni differenti si conclude che i nodi della questione sono sempre più o meno gli stessi.

Per prima cosa, non può esistere proprio il concetto di competizione scolastica: tutti dobbiamo andare in stazione e il treno parte quando arriviamo. E nel caso fosse già partito, tranquilli, ne partirà un altro. Non dobbiamo mettere i ragazzi contro tra loro. E come si fa? Bisogna eliminare l’unico strumento che crea tutto questo. Esatto, avete già capito: bisogna eliminare i voti.

E poi: i prof devono aumentare il rapporto qualità per studente, perché se necessario bisogna accompagnare tutti alla “stazione”. Per farlo, a mio avviso, c’è un’unica soluzione: ogni prof deve avere una classe (massimo due). L’idea sarebbe quella di dedicare più tempo a ciascuno studente dentro e fuori dalla classe, avere la possibiltà di preparare attività più mirate (anziché attività poi da riciclare per tutti ogni anno), avere il tempo di costruire momenti di verifica personalizzati, per capire esattamente a che punto è ciascuno studente nella sua strada verso la “stazione”.
Momenti di verifica che, naturalmente, non prevederebbero un voto ma sarebbero un modo per aggiustare il tiro strada facendo. Per chiarezza: non bisogna fare tutto questo per vedere SE poi lo studente arriva in stazione, ma bisogna fare tutto questo per ESSERE SICURI che lo studente arrivi in stazione.

Ovviamente la mia è solo un’idea: ha punti deboli sicuramente, è criticabile, migliorabile, è chiaro questo. Tutto va bene se mettiamo al primo il benessere degli studenti come futuri cittadini.

Il successo formativo deve essere garantito per tutti gli studenti. È un successo di ciascuna persona: gli studenti arrivano alla meta, noi insegnanti cresciamo insieme a loro.
Così tutti noi diventiamo persone migliori. Questo è il vero obiettivo della Scuola: creare una società migliore.

In tutto questo verrebbero assunti più insegnanti, gli studenti sarebbero seguiti molto di più e avrebbero una figura di riferimento che può accompagnarli per più anni. Lo dico perché, al momento, con la mancanza di assunzioni gli studenti si trovano a cambiare davvero troppo spesso insegnanti. Questo non va affatto bene: gli insegnanti a Scuola non possono essere intercambiabili come gli impiegati delle Poste. 

Per questo piano utopico di costruzione sociale a partire dalla Scuola ci vorrebbero più soldi: il governo dovrebbe decidere di investire in modo massiccio in questo settore. Dico utopico non tanto perché quello che ho scritto finora non sia realizzabile, ma lo dico perché non ho mai visto mettere soldi seriamente su questi aspetti sociali scolastici. Promettono un miliardo di euro, anzi minacciano di dimettersi se non arriva.
Poi resta tutto uguale. Anche la Scuola resta uguale, anzi peggiora. Pure la società resta uguale, anzi peggiora.

To be continued…

Diario di docenza – puntata 4

Questa che state per leggere è una raccolta di pensieri sparsi su questo mio anno da insegnante a scuola. Questo diario appare ogni domenica mattina nella mia newsletter, e poi lo carico sul blog il sabato successivo per tutti. Se volete iscrivervi alla newsletter e leggere il diario il modo aggiornato, allora andate qui.

Puntate precedenti: puntata 1, puntata 2, puntata 3.

Si può fare meglio l’insegnante? Certo, ovvio.
Personalmente, me lo ripeto tutti i giorni: “posso fare meglio, molto meglio”.

È scontato, lo so; ma me lo ripeto non perché voglia auto-assolvermi, quanto piuttosto perché vorrei cercare di capire che cosa potrei fare per migliorare il modo in cui lavoro.
Dopotutto, sono soltanto al mio secondo anno di esperienza (in corso) e non ho mai davvero fatto una specifica preparazione o formazione per docenti. 

Come moltissimi miei amici e colleghi sono finito in una classe senza alcuna esperienza pregressa. Senza aver mai fatto un corso di formazione pedagogica. Anzi: senza aver mai studiato pedagogia. Tutto questo, se ci pensate, è profondamente assurdo. La Scuola è un’istituzione fondamentale, forma i cittadini di domani (e, volendo, anche di dopodomani visto che gli attuali studenti poi saranno a loro volta genitori). Dare le chiavi di questa istituzione a insegnanti senza alcuna formazione pedagogica è grave, sconsiderato, senza alcuna veduta lungimirante.

Certo, una forte conoscenza degli argomenti della materia è importante anche parecchio, ma non può essere l’unico requisito fondamentale per poter diventare insegnante. 

Mi rendo conto di dire queste cose anche contro me stesso. Se le dico è perché vorrei fare tanto l’insegnante in futuro, ma vorrei farlo in modo corretto. E questo vuol dire con una precisa formazione pedagogica che possa rispondere ai bisogni di una qualsiasi classe.

Se ci dovesse essere il concorso quest’anno, beh, comunque sia mi pare chiaro che non potrà essere un concorso a confermare se possiedo o meno capacità di insegnamento. L’unica cosa che può darmi il concorso è l’accesso a una posizione lavorativa privilegiata.

Detto questo, ciò su cui vorrei ragionare oggi è: come faccio a formarmi? Per chiarezza, non sto parlando di corsi in cui mi insegnano come usare meglio strumenti digitali e metodologie didattiche. Sto parlando di formazione nel senso: chi insegna agli insegnanti a stare in classe?

Mi pare, così a occhio, che questa cosa sia data completamente per scontata: cioè, sei una persona adulta, allora sicuramente puoi gestire un gruppo di 10 (20? 30?) studenti.

Beh, ho una cattiva notizia: non è così. Al di là delle conoscenze della materia di insegnamento, oltre il digitale e la didattica innovativa, gli insegnanti devono saper parlare ai ragazzi, sintonizzarsi sulle loro frequenze di linguaggio parlato e presenza fisica.

Voi direte: cavolo, mica è facile! Già è difficile e complicato quando si esce normalmente tra adulti per un appuntamento o con un nuovo gruppo di amici. Come si può fare con due dozzine di ragazzi e ragazze in un’aula di pochi metri quadrati?

Proprio così. Per quanto ne so, nessuno giudica o mette in discussione le capacità pedagogiche, psicologiche e attitudinali degli insegnanti (se non in caso di problemi acclarati, certo). Eppure ne avremmo bisogno tutti noi insegnanti di queste valutazioni.

Il concetto di salute, oggi, non è più quello di assenza di malattie. Piuttosto, salute vuol dire stato di benessere psichico e fisico. Quindi il fatto che un insegnante non stia male, non vuole che stia bene se manca uno stato di benessere personale. Insomma, il discorso è un po’ più articolato e non credo neanche di avere i mezzi opportuni per entrarci dentro come si deve. Ciò che voglio dire è che la formazione degli insegnanti deve assolutamente partire da valutazioni psico-attitudinali; l’obiettivo finale poi sarebbe arrivare allo sviluppo di tecniche pedagogiche personalizzate che ciascun docente possa usare in classe (per esempio la gestione del colloquio con gli studenti, il controllo della postura o dello sguardo sulla classe).

Questo materiale di formazione, naturalmente, non deve essere solo propedeutico all’entrata in classe di un docente; piuttosto deve essere anche un’attività in itinere, cioè che accompagni il docente durante tutto il suo percorso lavorativo. E, sempre naturalmente, tutto ciò richiede che il docente sia valutato, che abbia un feedback formativo.

Tutto molto complicato, ovvio, in un mondo in cui il corpo docente è lavorativamente precario, in attesa di assunzione da anni, con mutui e problemi personali pendenti. Ma se, discutendo con altri di queste cose, vi diranno “beh, ma questi sono problemi di tutti”, allora sarete arrivati al cuore del problema più grosso: a nessuno importa della Scuola nel nostro paese.

Non possiamo sempre appoggiarci a dimostrazioni di passione lavorativa e stakanovismo educativo. L’unica cosa da fare è prendere i soldi è investirli nella Scuola, investirli prima di tutto in formazione pedagogica, psicologica e attitudinale degli insegnanti ed edilizia scolastica.

Se vogliamo una buona scuola allora ci servono buoni insegnanti. Ma i buoni insegnanti non crescono sugli alberi: i buoni insegnanti devono avere certo passione e voglia di mettersi in gioco (come in tutti i lavori) ma devono anche avere gli strumenti di formazione a loro completa disposizione. Una comunità di persone, che sia una nazione o un ente sovranazionale, dovrebbe investire in modo massiccio in tutto questo.

To be continued…

Diario di docenza – puntata 3

Questa che state per leggere è una raccolta di pensieri sparsi su questo mio anno da insegnante a scuola. Questo diario appare ogni domenica mattina nella mia newsletter, e poi lo carico sul blog il sabato successivo per tutti. Se volete iscrivervi alla newsletter e leggere il diario il modo aggiornato, allora andate qui.

Puntate precedenti: puntata 1, puntata 2.


A che cosa serve insegnare fisica alle scuole superiori?

Se da un lato è chiaro che l’obiettivo non è sfornare dottorandi di ricerca, d’altra parte i programmi ministeriali (con le famigerate indicazioni nazionali) sono quelli che sono e in qualche modo vanno rispettati.

Forma mentis, ragionamento deduttivo, metodo scientifico. Queste tre competenze a me appaiono molto più importanti dell’equazione che esprime la forza tra due fili percorsi da corrente elettrica. L’idea sarebbe arrivare a quelle competenze attraverso le indicazioni nazionali. Ma l’obiettivo non è facile da raggiungere nel ginepraio di formule e calcoli. Per non parlare, almeno per gli studenti dello scientifico, dello scoglio della seconda prova dell’esame di stato.

Spesso, gli studenti vedono la fisica come una matematica con meno conti, magari però con più aderenza alla realtà che ci circonda. Per loro sembra più intuibile, ma meno meccanica da usare rispetto alla matematica. Per questo l’esame di stato fa paura. Formule, calcoli e risoluzioni di esercizi sono importanti, ma credo che la fisica sia soprattutto una nuvola di concetti e modelli.

Voi direte: ma che facciamo allora, non partiamo più dalle indicazioni nazionali?  Non sto dicendo per forza questo. Non mi sto focalizzando su quali conoscenze selezionare nell’insegnamento della fisica, bensì sul perché dobbiamo insegnare la materia nel suo complesso.

Se ci limitiamo solo alle conoscenze allora non facciamo altro che inculcare nella mente degli studenti, anche con le buone intenzioni, solo una gran quantità di informazioni da memorizzare. Cioè, la situazione attuale è del tipo “è bene che tu capisca, ma poi non puoi non sapere almeno la formula, eddai”. Quindi gli studenti vanno al risparmio: prendono le informazioni e le incorporano in loro stessi come se fossero verità scolpite nella pietra anziché il processo di una più lunga gestazione.

Ci ho pensato molto, anche guardando le facce dei miei studenti. L’unica conclusione – non definitiva, chiaro –  a cui sono arrivato ora è che bisognerebbe fare poche cose ma fatte bene (sul grosso problema del *come* farle ci tornerò la settimana prossima).

Sembra una banalità, forse lo è. Allora mi sono concentrato sul significato di “fatte bene”. Che cosa voglio davvero trasmettere ai ragazzi? Questa settimana, mentre correggevo le verifiche scritte di tutte le mie classi non ho potuto fare a meno di rimuginare su tutto ciò. Sono state le prime verifiche insieme e se dovessi trovare tre parole per descriverle (in media) direi: disordine, disordine, disordine. Ma attenzione, non disordine sul foglio. Intendo disordine meccanico.

Provo a spiegarmi. I ragazzi hanno dimostrato di aver lavorato molto sull’aspetto meccanico degli esercizi della verifica ma allo stesso tempo hanno fatto vedere che per loro l’importante è arrivare al punto finale, al risultato. Lo studente quadratico medio (anche bravo/a) pensa: “ho quattro equazioni, in qualche modo riesco a cavarmela per risolvere l’esercizio (e poi il prof mi ha addestrato abbastanza durante la lezione in classe)”.

Questo aspetto meccanico è, in qualche modo, importante. Saper risolvere un problema è qualcosa di molto utile in generale.
Ma chi sa risolvere un problema di fisica vuol dire anche che necessariamente ha capito quale sia il problema in gioco?

Beh, non è detto: infatti per esempio la capacità di arrivare a un punto morto è una specialità della ricerca scientifica spesso e volentieri, anche se in questo caso si prova a risolvere problemi mai risolti da nessuno.

Le più grandi intuizioni teoriche scientifiche sono arrivate quando si è capito il problema; quando si è ribaltato un punto di vista di un problema che magari già si risolveva in un altro modo (anche se magari, va detto, non un modo soddisfacente).

Credo che sia per questo che valga la pena insegnare la fisica a scuola: per insegnare a vedere i problemi da un altro punto di vista. La fisica, (forse) più di altre materie, permette di stravolgere ciò che i nostri occhi vedono senza riflettere. Attraverso le pupille guardiamo i problemi in modo molto economico e basico; la fisica aggiunge complessità, vero, ma lo fa portando il problema su un altro piano per guardarlo da un’altra angolazione.
E, all’interno stesso della fisica poi, le angolazioni possono anche essere molteplici.

Secondo me noi che insegnamo fisica dovremmo pungolare parecchio gli studenti su questo aspetto: cerchiamo di mostrare come la fisica non sia solo scoprire come funziona l’universo, ma  soprattutto anche scoprire come osservare l’universo con occhi diversi.

Non è facile: bisognerebbe rivedere le indicazioni nazionali, i sistemi di valutazione e lavorare sulla mentalità e l’approccio degli studenti. Fiuuu, ‘na faticaccia. Più che altro, non si può fare già domani mattina. Secondo me, realisticamente, ogni docente che voglia cambiare in questa direzione lo deve fare gradualmente. Possono volerci anche anni per arrivare a un equilibrio. 

Perché non è facile, ci mancherebbe altro. La vita di classe è fatta di mille altre cose e risulta difficile riuscire sempre ad applicare quello che vorremmo. Ci proviamo e lo facciamo sempre per un unico scopo, per cercare di far arrivare i ragazzi al vero successo formativo: diventare persone che ragionano con la propria testa in una società che ha tanto bisogno di persone ragionevoli.

To be continued…

Diario di docenza – puntata 2

Questa che state per leggere è una raccolta di pensieri sparsi su questo mio anno da insegnante a scuola. Questa qui sotto è la puntata del diario apparsa nella newsletter di domenica 20 ottobre. Ogni domenica infatti trovate una nuova puntata nella mia newsletter, e poi la carico sul blog il sabato successivo per tutti. Se volete iscrivervi alla newsletter e leggere il diario il modo aggiornato, allora andate qui. La puntata 1 invece potete leggerla qui.


Le verifiche sono una parte importante della vita scolastica. Ma non per il voto (vedi scorsa puntata di questo diario) bensì perché sono un momento unico e importante, per ciascun studente, per capire se un concetto è stato digerito oppure no. E, in caso di errori nella verifica, bisognerebbe sfruttare l’occasione per imparare qualcosa o comunque per iniziare a ri-digerire quel concetto.

Ma, ovviamente, sapete benissimo anche voi che questo non accade nel mondo reale.

Nel mondo reale gli studenti sono terrorizzati dalla verifica. Per loro il voto è fonte di ansia perché attorno al voto ruotano anche altri protagonisti oltre ai soliti scolastici. Per esempio, entrano in gioco in genitori. Ed è chiaro che una cosa è tornare a casa con un 8, un’altra è tornare con un 4.

Che cosa genera tutto questo? Spesso, insicurezza nei soggetti un po’ più fragili, facilità di errore anche dove si può evitare, studio di una materia senza motivo se non evitare l’insufficienza.

Mi soffermo sull’ultimo punto. Se l’obiettivo degli studenti diventa evitare l’insufficienza, allora la verifica perde tutto il suo significato. Anziché essere un momento scolastico del tipo “vediamo dove siamo arrivati, come ci siamo arrivati e, in caso, come intervenire per sistemare le cose”, piuttosto rischia di diventare “momento supremo in cui evitare rogne nelle prossime settimane”. 

È evidente che questo nostro mondo reale non ha molto senso.
D’altra parte, non è facile scardinare questo preconcetto. Per ora, in ciò che vivo come la mia esperienza, l’unico strumento a mia disposizione è il dialogo: parlare con gli studenti per tranquillizzarli, per infondere loro fiducia nei loro mezzi. Bisogna far capire loro che con la verifica non si vuole punire nessuno, ma che si tratta solo di un momento per tirare le somme. 

Non è facile. D’altronde, i problemi piu difficili della vita sono sempre legati al cambio di mentalità, alla modifica di una prospettiva. 

Ho appena fatto in questi giorni le prime verifiche dell’anno in tutte le mie classi. Non sono certo che tutti abbiano accolto la verifica come momento per tirare le somme. Ci devo ancora lavorare con i ragazzi su questo.

La scuola però dovrebbe educare, non creare ansie da prestazione. Le verifiche (scritte e orali) non possono essere mini-esami universitari (nelle modalità intendo soprattutto); voglio dire che gli studenti devono poter sbgliare una verifica a scuola, perché l’errore a scuola dovrebbe essere un momento educativo centrale. Noi adulti sappiamo bene come la vita e la società attuale spesso non perdonino i nostri errori. Se vogliamo cambiare tutto questo, dobbiamo insegnare ai ragazzi che errare è educativo, e non punire chi sbaglia una verifica. Perché ognuno di noi ha i suoi tempi di apprendimento. 

Certo, voi direte: OK, ma se poi non studiano? Ecco, secondo me sono legate le cose, soprattutto in matematica e fisica. A volte i ragazzi non studiano perché ritengono a prescindere di non potercela fare. E quel “non potercela fare” a cosa è legato? Alle verifiche, al fatto che molte volte il momento valutativo della verifica non è usato come occasione educativa.

Ora, in tutto questo entrano mille altre difficoltà umane e sociali che ogni giorno si palesano negli aspetti quotidiani di una classe. 

Ma come diceva uno più famoso, intelligente e importante di me, “non lo facciamo perché è facile, lo facciamo perché è difficile”. 

To be continued…

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