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La Scuola nelle mani di Google?

A causa dell’emergenza COVID-19, la didattica a distanza ha stravolto il modo in cui docenti e studenti interagiscono. Tutti vogliono tornare in classe ma per motivi sanitari purtroppo nessuno può. Ho già espresso il mio pensiero sulla didattica a distanza in un altro post.

In sintesi: la didattica a distanza non può essere concepita come strumento che sostituisce totalmente la didattica in presenza. Tuttavia, questo momento può essere usato per sperimentare, inventare nuove metodologie e testarle. Magari in futuro la didattica a distanza potrebbe essere utile per integrare in modo efficace ciò che si fa in presenza e ampliare la funzione sociale della scuola.

Ma nonostante tutte le migliori intenzioni, la realtà è che oggi tra le maglie dei buoni propositi si nascondono sempre problematiche potenzialmente legate alla logica del profitto che pervade il nostro mondo. Provo a spiegarmi meglio.

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La Scuola ai tempi del coronavirus

In un celebre romanzo di Gabriel Garcia Marquez, Florentino Ariza ha amato Fermina Daza tutta la vita. Entrambi da giovani si sono voluti molto bene: poi è accaduta la vita e qualcosa è cambiato. Un lungo e tortuoso percorso ha portato Florentino e Fermina su strade diverse, anzi percezioni diverse della realtà circostante. Passata la bufera della vita, a un certo punto, Florentino e Fermina si riuniscono e sono felici, mentre tutto intorno divampano molti cambiamenti. Più o meno, con qualche licenza, è questa la storia che voglio raccontarvi oggi. I protagonisti però non sono Florentino e Fermina, ma siamo Noi e la Scuola.

E il naufragar m’è dolce in questo mare

Oggi, inteso letteralmente come il giorno in cui sto scrivendo questo post, sono a casa, confinato. È sabato, Bologna è vuota e non sono andato a prendere i cornetti in pasticceria e neanche il giornale (per precauzione, tanto leggo online il pdf). Guardo la finestra e vedo una magnifica desolazione, come disse Edwin Aldrin quando mise piede sulla Luna.

Qualche bus in giro c’è, alcuni buttano il rusco (come si dice qua), altri portano fuori il cane: la vita non è ferma ma estremamente rallentata. L’aria è molto più pulita, me ne accorgo mentre sorseggio la mia tazza di caffè.

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Facciamo la rivoluzione didattica, non l’innovazione

I discorsi attorno alla scuola sono sempre i più difficili da affrontare. Da queste parti, su questo blog, ogni tanto si parla di scuola, istruzione e didattica. Si tratta di divagazioni personali che si agganciano alla mia esperienza quotidiana di fresco docente precario e soprattutto a un discorso generale da cui, ritengo, la divulgazione scientifica non possa prescindere.

Galeotta fu, per questo post, la puntata di Presa Diretta dal titolo Cambiamo la scuola andata in onda il 28 febbraio 2020. Temo che in quella puntata abbiano raccontato una realtà che non esiste e che ciò abbia mostrato un quadro molto lontano dalla realtà dei problemi da affrontare con urgenza.

Bisogna partire dai dati OCSE-PISA

Il centro di gravità della questione è l’insieme dei dati OCSE-PISA, dove PISA sta per Programme for International Student Assessment. Per gli amici, cioè, i dati INVALSI: quelle prove, sotto forma di test, che si svolgono durante alcuni anni precisi del ciclo di studi per verificare come se la cavano gli studenti in alcune materie.

Si tratta di questionari che dovrebbero poi rilasciare un punteggio in grado di misurare la temperatura cognitiva di una popolazione scolastica: la capacità di affrontare ragionamenti scientifici o di leggere, comprendere e interpretare un testo scritto.

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Diario di docenza – puntata 8

Le puntate precedenti sono tutte a questo link.

Ho completato e corretto quasi tutte le verifiche del primo quadrimestre. Sono rimaste un po’ di interrogazioni da fare ma direi che la situazione di questa prima parte dell’anno è abbastanza delineata per tutti gli studenti.
Le verifiche sono un momento particolare, in cui ho notato che gli studenti fanno alcune cose standard.

1) Provano a copiare. Sembra banale ma in realtà non lo è. Di solito sono piuttosto attento ma sono certo che in qualche occasione mi sono fatto fregare. È l’eterna lotta tra controllore e controllato in cui il controllore è sempre il cattivo mentre il controllato assume il ruolo da eroe. Nel bene o nel male, che riesca o meno nell’impresa. L’importante è partecipare, come diceva de Coubertin. Il problema per chi copia è che poi me ne accorgo sempre, magari durante l’interrogazione e quindi poi alla fine tutto si livella. È un peccato, perché l’aver copiato non genera una speranza in chi ha copiato, piuttosto crea una momentanea illusione nell’insegnante che magari, anche solo per un attimo, pensa che il suo lavoro sia stato proficuo, che quello studente ha davvero capito. Invece no, ha solo copiato. Forse emulato?  No, no, ha proprio copiato. Peccato.

2) Sono disordinati. Davvero, fanno più confusione i ragazzi a scrivere esercizi di fisica su un foglio a quadretti che Vincenzo Salemme nel personaggio del cuoco. Personalmente, credo sia dovuto solo alla mancanza di esercizio a casa. Poi ci penso e mi rendo conto che il problema potrebbe essere più profondo: l’obiettivo e fare, non farsi capire. Ecco: la verifica come rogna di cui liberarsi, come momento non per mettersi alla prova ma solo per ottenere il meglio con il minimo sforzo.

3) Si preoccupano. Voglio dire, non è normale questa cosa. Siamo a scuola, mica all’università. Andare male in una verifica è assolutamente normale. Per certi aspetti, dovrebbe essere auspicabile. Non fraintendetemi: quello che intendo è che la verifica dovrebbe essere un momento formativo (anche) e non (solo) un momento valutativo. Io posso valutare gli studenti in qualsiasi momento durante l’anno e comunque la mia è una valutazione complessiva che si integra nell’arco di mesi, non di un singolo evento. L’idea che dobbiamo prepararci a un singolo evento valutativo mi pare assurda. Purtroppo questa idea è quella dell’esame di stato attuale: il voto del diploma è il voto di prove singole e singolari su argomenti diversi. Cinque anni di scuola superiore per ottenere un numero in soli tre giorni (prima prova, seconda prova, colloquio orale). Certo, ci sono i crediti, ma sarebbe disonesto dire che le prove d’esame non rappresentino il grosso della valutazione del diploma. Quindi, certo, gli studenti si preoccupano, gli educhiamo a preoccuparsi. Questa è la cosa preoccupante. Ma del resto, in un mondo in cui c’è necessità di documenti, di prove scritte che attestino, certificati e voti, che cosa possiamo aspettarci se non questo?  

Ho fatto questo mini-elenco di tre cose non per lamentarmi, quanto piuttosto per provare a individuare i punti su cui noi insegnanti dovremmo lavorare. Si copia per il voto, si è disordinati perché si pensa al voto, si preoccupano per il voto. Ma anche: tutto il percorso di studi porta a un voto. Sembra un loop non affrontabile da un insegnante quadratico medio, eppure in futuro bisognerà trovare le forze per affrontarlo. Educhiamo le future generazioni al giudizio, la scuola fa questo a tutti i livelli e non prepara davvero a questo ma rende tutto così lievemente inevitabile. Poi finisce la scuola, inizia un mondo pessimo e precario: da insegnante, avrò fatto il possibile per formare questi ragazzi a un mondo che mi costringe a giudicarli mentre li educo? Non lo so.

Diario di docenza – puntata 7

Le puntate precedenti sono tutte a questo link.

Ho finito di leggere questo libretto qui.

Questo libro parla di un concetto molto usato: il concetto di merito. In sostanza l’autore afferma che, sebbene dietro la parola merito ci sia un’idea positiva, di uguaglianza, di capacità di ottenere un riconoscimento in base al lavoro svolto, in effetti c’è un inghippo.
Il problema è che, soprattutto di recente, l’idea positiva di uguaglianza ha abbandonato il concetto di merito; ormai quando si parla di merito si parla di competitività, di essere più bravi di qualcun altro e quindi di meritarsi le cose.

In certi casi la competizione è addirittura esaltata, descritta come sanissima. La conseguenza principale di questa esaltazione è che i problemi sociali diventano problemi individuali. Cioè, se non si riesce ad essere appetibili (che brutta parola) per il mercato del lavoro allora, in una società in cui il merito è il motore, la colpa sarà solo di ciascuno di noi.

Così, il conflitto sociale (che dovrebbe essere il vero motore dello sviluppo di una società) è coperto, nascosto, messo sotto il tappeto.

Inoltre, la competività e il merito passano oggi attraverso metodi di valutazione che sono definiti standard e, udite udite, oggettivi. Ma non è così: i metodi di valutazione possono essere molteplici, si sceglie un metodo tra i vari disponibili e non esiste un metodo migliore degli altri. Ma poi, che cosa dobbiamo esattamente misurare con questi metodi di valutazione? Come si fa a decidere quali sono le competenze (altra parola molto ambigua) da parametrizzare?

E infine: malgrado tutto, questo concetto di merito non scalfisce neanche per sbaglio le vere disuguaglianze sociali, le quali persistono a prescindere. Non è merito di nessuno nascere in una famiglia piuttosto che in un’altra, o in una regione piuttosto che in un’altra. Un sistema di valutazione standardizzato, che non risolve questi problemi di base, alla fine non permette di appianare le divergenze sociali. 

Comunque sia: mi trovo molto d’accordo con il pensiero e l’analisi di Boarelli, ma mi piacerebbe anche sapere che cosa ne pensate voi, così a pelle o magari dopo aver letto il libro (sono circa 100 pagine). Scrivetemi pure via mail o su Telegram (nome utente @snadroc) oppure semplicemente commentate qui sotto.

To be continued…

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