Questo non è un post di divulgazione scientifica

Chiudo questo 2019 con un post un po’ particolare, con una riflessione su cui spero si possa discutere anche tra chi fa divulgazione scientifica. Ci ho messo tempo a scriverlo, non è stato facile. Ci tengo davvero molto a conoscere la vostra opinione (critica in qualsiasi senso) su questo post; spero anzi che si generi abbastanza discussione a riguardo.
Per il resto, buon universo a tutti anche nel 2020!

Qualche anno fa, mentre ero a Portsmouth (nel Regno Unito) a fare il mio dottorato di astrofisica, seguendo soprattutto il bel blog Keplero di Amedeo Balbi, ebbi l’idea di aprire un blog di divulgazione scientifica in cui provare a raccontare l’astrofisica e il mondo della ricerca: era il 4 marzo 2013.

I social network imperversavano già da un po’ in maniera decisa, e forse già in quel momento l’idea di aprire un blog era un’idea pessima. Non potevo, onestamente, immaginare come sarebbero andate le cose (o forse potevo, ma vabbè).

Nonostante tutto, decisi comunque di aprire un blog perché volevo uno spazio circoscritto, in cui le persone potessero arrivare e leggere robe di astrofisica, o almeno ciò che io avevo voglia di raccontare sul tema nel modo in cui lo faccio io. All’inizio usavo i social network soltanto per rilanciare i contenuti che scrivevo sul blog e pensavo che fosse più o meno utile per farmi conoscere. Del resto, se uno scrive lo fa per farsi leggere, altrimenti che scrive a fare.

Lo ammetto, e chi mi sta vicino lo sa: non ho mai avuto un buon rapporto con i social network. Spesso (forse molto spesso) ho cancellato e ricreato un mio profilo e una pagina su Facebook, Twitter e Instagram. Alcuni amici e conoscenti mi hanno forse considerato (parecchio) fuori di testa e molto poco costante – come dar loro torto, conoscendomi – ma in realtà era solo una manifestazione di disagio interiore per la piega che stava prendendo tutto. Disagio da intendersi come opinione prettamente personale, non vuole essere un giudizio necessariamente condivisibile.

Comunque sia, il disagio c’era e probabilmente era solo questione di tempo prima di arrivare al momento decisivo: dal 23 dicembre 2019 non trovate più alcun profilo sui social network commerciali principali (Facebook, Instagram, Twitter) collegato a Quantizzando, una specie di regalo di Natale che mi sono fatto da solo.

Lo so già: molti amici divulgatori (divulgers) non condivideranno questa scelta progettuale-aziendale, e considereranno questo mio gesto un suicidio divulgativo in termini di pubblico raggiungibile. Me ne rendo perfettamente conto, capisco il vostro punto di vista e sono perfettamente consapevole delle conseguenze. Tuttavia ritengo la mia decisione necessaria, per me personalmente, chiaro.

Se questo vuol dire che non ho (mai avuto) il physique du role adatto per svolgere la professione del divulgatore scientifico in futuro, beh, ne prendo atto e lo accetto. Ripeto, capisco perfettamente il punto sensato dei miei amici divulgatori e non ritengo affatto di aver optato per una scelta migliore o peggiore in assoluto.

Ad aggiungere legna sul fuoco di una decisione che già covavo da almeno un anno sono arrivati due letture importanti che consiglio caldamente: la prima è l’ultimo libro di Shosana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, di cui parlerò tra un attimo; la seconda è il resoconto di 10 anni di Twitter della Wu Ming Foundation sul loro blog Giap, a cui anche mi legherò tra poco.

Instagram, che storie

Ho già espresso le mie perplessità sulla divulgazione tramite social network (Facebook e Twitter) in un mio post su questo blog del 2017, quindi non starò a ripetere tutto ciò che già pensavo 3 anni fa. Mi concentrerò oggi sul pezzo mancante che all’epoca non avevo ancora usato abbastanza: Instagram (che appartiene sempre a Facebook, eh).

Ho usato Instagram per un paio di anni in modo intenso e ho creato contenuti (stories) appositamente per quell’ambiente. È stato un gran lavoro, sicuramente time consuming, palesemente poco redditizio se rapportato alla quantità di lavoro necessaria, probabilmente per la mia incapacità di usarlo a dovere.

I numeri però sono quelli che sono: i miei post su Instagram raggiungevano circa 200 like, le storie circa 600 persone. Il tutto a fronte di 5300 follower. Neanche a voi torna vero? Vediamo il blog.

Su Quantizzando, ogni giorno, ci sono in media circa 200 visitatori unici per circa 300 visualizzazioni dei miei post. E, attenzione: non pubblico ogni giorno: questi sono quindi valori che valgono anche per i giorni di inattività del blog. Poi, ci sono post storici come quello della bandiera sulla Luna che è stato letto circa 30 mila volte e post recenti come quello della potenziale esplosione di Betelgeuse letto già più mille volte.

Che cosa voglio dire? Sicuramente i post sul blog sono un contenuto molto diverso dai post sui social. Sul blog posso strutturare meglio, inserire link, immagini o video nel punto esatto in cui servono. Se avessi avuto un riscontro di tipo diverso, per esempio maggiori visualizzazioni dei post social rispetto a quelli sul blog, allora avrei detto “OK, il mio blog è morto”. Ma di fronte ai dati che ho, pur conscio di gestire un blog minuscolo, allora mi chiedo quale sia il senso di investire energie su Instagram se ottengo risultati migliori già solo con il blog, grazie al quale poi riesco ad esprimere meglio ciò che voglio raccontare.

Si potrebbe dire: già ma con i social interagisci direttamente con i tuoi follower, ti crei il tuo pubblico, la tua community. Ma questo lo faccio già da tempo: la newsletter con oltre 500 iscritti, i quasi mille iscritti al feed su Spreaker del podcast Parsec.

Se queste persone hanno scelto di seguirmi anche in questo modo, un motivo ci deve pur essere. Stiamo sempre parlando di un blog di astrofisica che in fondo è un blog di approfondimento (anche se in modo divulgativo).

Fin qui, pure analisi numeriche. Opinabili, non necessariamente condivisibili, dense di pro e contro. Malgrado i numeri, avrei comunque potuto tenere i social, tanto non mi sarebbe costato nulla: una condivisione ogni tanto, un annuncio quando serve, cose così.

Il punto, spero sia chiaro, non è semplicemente numerico: si tratta di una questione più profonda, di un modo di vedere le cose (opinabile, chiaro) che solo in un secondo momento i numeri mostrano in modo trasparente. È un tentativo di leggere i fatti che riguardano Quantizzando per poi analizzarli. Nel prossimo paragrafo cerco di spiegarmi meglio, promesso, e sarà più chiara la mia riflessione spero.

Una riflessione condivisa

Qui entrano i gioco il libro di Zuboff e i post di Wu Ming sul loro blog Giap.

Il libro Il capitalismo della sorveglianza è un libro incredibile: lucido, documentato, ben scritto, gradevole alla lettura. Ma soprattutto, un libro inquietante perché vero. Facebook, Google, Amazon, Twitter, tutte queste aziende guadagnano profitti con il surplus comportamentale generato dal nostro uso dei social network. La marea di dato che cediamo a queste aziende è fatto di camionate di conoscenza sui nostri comportamenti; dall’analisi di questi comportamenti, poi, aumenta il potere di predizione dei nostri comportamenti futuri, anche a livello commerciale. Questo in sintesi, ma consiglio davvero, ma davvero, di leggerlo tutto.

Noi tutti, quindi, cediamo parte della nostra libertà per ottenere conoscenza sui comportamenti futuri, ma questa conoscenza a noi non è accessibile. Perché dovrei fare divulgazione a questo prezzo? Non è coerente con ciò che penso, non ha senso. Scrivo post sui social per aumentare la conoscenza scientifica di chi mi legge, ma al contempo tutti cediamo questa conoscenza alle aziende che gestiscono i social network (i capitalisti della sorveglianza, appunto). Anche a voi non torna qualcosa, vero?

I Wu Ming hanno espresso più o meno lo stesso concetto i due post sul loro blog Giap, sebbene i connotati siano più politici e militanti, piuttosto che di divulgazione scientifica. In particolare, nei loro post i Wu Ming invitano tutti a riappropriarsi degli spazi comuni di Internet, dove discutere, commentare, in generale trovarsi: cioè, i blog.

Per questo, in quest’ultimo periodo ho quindi messo insieme i miei dubbi atavici sulla divulgazione social con la lettura di un testo che secondo me è fondamentale sull’argomento (sono certo che il libro di Zuboff diventerà un classico imprescindibile per chiunque). In più, anche l’esperienza di chi si interroga su questi temi da molto più tempo di me, anche in un’ottica politica, mi ha aiutato in questa riflessione.

L’algortimo regna

La divulgazione scientifica è un lavoro, questo è chiaro. Creare contenuti sul proprio blog personale è naturalmente un lavoro gratuito (ossimoro); sul proprio blog si fa una scelta propria, nessuno costringe a farlo e a investire il proprio tempo. Anche sui social network sembrerebbe essere così, ma siamo sicuri di ciò? Sui social network la pressione sociale è ineluttabile; gli algoritmi premiano i contenuti (sia di ottima qualità divulgativa sia di puro intrattenimento) in modo alquanto misterioso e incomprensibile. O meglio, il motivo si sa: creare le condizioni per cui gli utenti stiano il più possibile sulla piattaforma, ma questa è un’altra storia.

Sui social network c’è un movimento per cui l’autore insegue il lettore, con il lettore che accoglie prima passivamente il contenuto e poi attivamente. Tutto ciò, ovvio, non esiste sul blog personale: qui abbiamo un movimento per cui l’autore si propone al lettore senza coinvolgerlo direttamente, con il lettore che arriva, magari per caso, sul blog già in modo attivo e infine diventa passivo se decide che la cosa non interessa o che è giunto il momento di leggere altro.

Secondo me la differenza è educativa e politica, oltre che riguardare i meccanismi. Sui social network sembra si svolga un lavoro gratuito come sul blog; ma in realtà si è su una piattaforma che genera enormi profitti grazie (indirettamente) alla creazione di contenuti. Finché si tratta di condivedere i propri contenuti prodotti sul blog con un ampio numero di persone, la faccenda può avere senso: è come creare un feed RSS molto personalizzato. Quando però la faccenda diventa prima uno spostamento della discussione (con i commenti) per arrivare a una migrazione dei contenuti (che appartengono poi alla piattaforma e non più a chi li crea), allora il danno diventa quasi irreparabile.

Voglio chiarire che il mio punto non è che temo che Facebook si impadronisca dei contenuti che creo, quello è l’ultimo dei problemi, vista la situazione. Come spiega bene il libro di Zuboff, non è direttamente il mio contenuto che interessa a Facebook/Instagram. Il capitalismo della sorveglianza si interessa a come scriviamo e condividiamo cose ed emozioni non a cosa scriviamo e condividiamo. Stessa cosa vale per YouTube.

Del resto, è vero: ci sono molti esempi di giovani divulgatori che sì, magari hanno avuto un grande seguito iniziale grazie ai social e hanno usato questa spinta per far diventare la presenza live il loro punto di forza (e hanno fatto benissimo!). Tuttavia, la loro presenza social non è stata per questo accantonata, anzi si è resa sempre più necessaria per giustificare (cioè per non far crollare) l’impianto commerciale ed editoriale creatosi dopo l’exploit social. Sia chiaro: non è una critica personale, semmai una critica al sistema. Sto solo cercando di descrivere una dinamica che pare inevitabile ma che, secondo me, non è inevitabile affatto. Se siamo d’accordo con tutto questo sistema allora magari siamo solo assuefatti a ciò: pensiamo sia normale, pensiamo che t.i.n.a (there is no alternative); invece è tutto parte dello stesso ciclo che anima la gamification sui social network, cioè il profitto grosso di poche aziende e la sopravvivenza di coloro che producono contenuti e ottengono solo una piccolissima parte di quei profitti.

Quindi se creo contenuti esclusivamente per i social network invito le persone a passare molto più tempo sulla piattaforma e quindi aumento la quantità di surplus comportamentale prodotto dagli utenti, cioè contribuisco ad aumentare la quantità di profitto della piattaforma. In altre parole: penso di promuovere cultura scientifica ma invece, in un modo che forse Facebook non aveva previsto, coinvolgo ancora di più gli utenti con una nuova forma di attrazione (gamification) che aiuterà ad aumentare i profitti di multinazionali social e grandi aziende (dalla vendita dei prodotti di vario genere alle case editrici). Questo è il motivo principale della mia riflessione.

Una nuova vecchia fase

La soluzione più immediata che ho trovato a tutti i miei dilemmi etici, politici, esistenziali è stata quella di abbandonare Twitter, Facebook, Instagram. Non ho (ancora) abbandonato YouTube per il semplice fatto che, in effetti, non ho trovato una valida alternativa su cui caricare i miei video già fatti (ho messo il video della bandiera sulla Luna su PeerTube, come esperimento, però).
Di sicuro però, su YouTube non mi metto a pubblicare come un forsennato (non l’ho mai fatto finora); carico un video solo quando ho tempo di produrne uno e penso sia utile.

Ormai è una settimana che non condivido contenuti sui social network tradizionali e non lo farò mai più. Devo dire, in tutta onestà, che non è affatto male.

Qualcuno mi ha fatto notare che un progetto come Fossalto Scienza potrebbe risentire di questa mancata mia presenza su Facebook e Instagram. Al momento non posso prevedere come andrà ad agosto però posso dire questo: il 28 dicembre sono stato a Bojano (CB) a parlare di buchi neri. Per l’occasione ho anche mostrato al (buono e paziente) pubblico le immagini di Fossalto Scienza 2019 e ho promosso l’edizione 2020: credo sia stato il momento di massima promozione dell’iniziativa finora, più di qualsiasi post condiviso su Facebook ad agosto e in questi ultimi mesi. Il fatto che ciò sia accaduto qualche giorno dopo la mia decisione definitiva di abbandonare Facebook, Instagram e Twitter, per me è stata una rivelazione: qualcosa del tipo “Ma allora, anche senza social network…si…può…fare!“.

Certo, probabilmente sarà più difficile avere grossi aumenti di pubblico sul blog. Lo riconosco, anche perché sarei un’ipocrita se dicessi che ciò non mi interessa. Come ho già detto, se uno scrive di divulgazione scientifica lo fa per essere letto, altrimenti non vedo perché dovrebbe farlo. Su questo siamo tutti d’accordo, il punto è: a qualunque costo? Ecco, io credo che no, non bisogna farlo a qualunque costo. Mi rendo anche conto che la mia decisione nasce da una visione personale del mondo, se volete anche politica, che in questi mesi sentivo di dover esprimere pienamente, oltre che nella mia esperienza di vita quotidiana, anche nel contesto della divulgazione scientifica che racconto.

Il futuro di Quantizzando (e non solo)

Lo avete ormai capito: questo blog sarà più attivo che mai, d’ora in avanti. Spero tanto che tutti voi affezionati lettori siate più invogliati a commentare qui sotto ogni post e stimolare la discussione con domande e aggiunte importanti. Scriverò sul blog ad ogni occasione che si rivelerà opportuna per me per raccontare qualcosa di astrofisica e fisica in termini divulgativi.

Probabilmente, perché in fondo mi sembra utile, ogni tanto produrrò dei video su PeerTube, caricandoli anche per ora su YouTube e, perché no, delle live in cui cerco di rispondere a tutte le vostre domande. E magari ci vediamo in giro a discutere e chiacchierare, organizzando eventi per parlare di astrofisica in giro per l’Italia; magari iniziamo da Bologna, la città dove vivo attualmente, ma su questo vi terrò aggiornati qui. Sono sempre più convinto che il rapporto diretto con il pubblico sia l’arma vincente della divulgazione scientifica (per questo siamo partiti con Fossalto Scienza, per creare occasioni del genere anche in Molise).

Ci tengo a precisare infine che il problema non sono tanto i social in sé, quanto i social commerciali che agiscono da capitalisti della sorveglianza, per dirla à la Zuboff e come ho provato a spiegare prima.

Infatti, come esperimento non commerciale e libero ho aderito a Mastodon un social network open source e decentralizzato. Mastodon è diviso in istanze, che chiunque può far girare su un proprio server; ogni utente sceglie un’istanza in cui iscriversi, ma poi può seguire utenti in tutte le altre istanze. Insomma, vediamo come va, magari tornerò a parlarne tra qualche mese. Per il momento mi sembra un’ottimo ambiente con delle grandissime potenzialità.

Per la precisione, ho aderito all’istanza italiana su Mastodon. Sarebbe bello, lo dico se ci sono divulgatori italiani in ascolto, lanciare una nostra istanza tipo mastodon.scienza e crearci quindi uno spazio social tutto nostro, dal basso, con la nostra policy e a cui tutti possono partecipare. Che ne dite? Io la butto là.


Spero di essere riuscito a condividere il mio pensiero sul futuro di Quantizzando e sull’idea che ho del rapporto tra divulgazione scientifica e piattaforme social.

Ho voluto fortemente cercare di pubblicare questo post l’ultimo giorno dell’anno del 2019: sia per partire con un piglio diverso nel nuovo anno (ma poi ogni ricorrenza lascia il tempo che trova, o no?) sia per ribadire la caratteristica bloggara di questo post.

Alla fine credo di aver buttato giù solo un sacco di domande aperte ancora senza risposta: spero che tutto questo sia solo l’inizio di una lunga discussione e riflessione generale su come vogliamo gestire il nostro futuro culturale su Internet (e non solo). Buon universo e buon 2020 a tutti voi.

Fossalto Scienza 2019

Quest’anno, il 12 e il 13 agosto, la divulgazione scientifica sbarca in Molise.

Quest’anno, se siete in Molise, potete raggiungermi a Fossalto: il 12 e il 13 agosto ci sarà FOSSALTO SCIENZA 2019, un piccolo evento di divulgazione scientifica che ho organizzato grazie al patrocinio del Comune di Fossalto e del CICAP.

Ecco la locandina con tutto il programma.

Come si arriva a Fossalto? Consiglio di usare il navigatore o Google Maps. Giusto per darvi un’idea, la posizione di Fossalto è questa:

Fossalto è tra Napoli, Bari, Pescara e Roma.

Allora, che fate? Venite? Io vi aspetto!

Voyager 2 è nello spazio interstellare

Il 5 novembre 2018 la sonda Voyager 2 è arrivata nello spazio interstellare

È accaduto il 5 novembre 2018: la sonda Voyager 2 è entrata nello spazio interstellare. Dopo la Voyager 1 nel 2012, per la seconda volta nella storia, una sonda ha raggiunto lo spazio interstellare.

Voyager 2 è stata lanciata nel 1977 e si trova ora 18 miliardi di km dalla Terra. Possiamo ancora comunicare con la sonda, ma ogni messaggio (viaggiando alla velocità della luce) impiega 16,5 ore per arrivare alla sonda e lo stesso tempo a tornare. Per confronto, la luce del Sole impiega 8 minuti circa per arrivare sulla Terra.

Ora Voyager 2 ha lasciato l’eliosfera ed è ufficialmente entrata nello spazio interstellare. L’eliosfera è quella regione che circonda il sistema solare e che delimita la regione in cui domina il vento solare, l’insieme delle particelle cariche provenienti dal Sole.

Come abbiamo fatto a capire che la sonda Voyager è arrivata nello spazio interstellare?
Grazie a uno strumento a bordo della sonda chiamato PLS (Plasma Science Experiment).

In pratica, PLS raccoglie le particelle del vento solare e ne misura la corrente elettrica. In questo modo ottiene velocità, densità, flusso del vento solare.

Dal 5 novembre scorso PLS ha iniziato a misurare un calo del flusso di particelle del vento solare: il segno che Voyager 2 ha lasciato l’eliosfera e si è tuffata nello spazio interstellare.

A sinistra: i dati sul flusso di particelle del vento solare.
A destra: lo strumento PLS a bordo di Voyager 2.

Ma non solo: oltre ai dati sul plasma, ci sono anche quelli sui raggi cosmici, particelle cariche molto energetiche provenienti dallo spazio.

Una parte dei raggi cosmici sono deviati quando incontrano l’eliosfera e quindi le sonde dovrebbero registrare un numero maggiore di raggi cosmici quando raggiungono il mezzo interstellare.

Aver lasciato l’eliosfera però non vuol dire aver lasciato il sistema solare. La zona di influenza del vento solare non coincide con la zona di influenza della gravità del Sole.

I confini del Sistema solare si trovano dopo quella che si chiama Nube di Oort, una regione in cui ci sono piccoli come le comete, che si estende fino a quasi 150 mila miliardi di km: Voyager 2 impiegherà circa 30 mila anni per raggiungere la fine della Nube di Oort e quindi per uscire definitivamente dal Sistema solare.

E ora una domanda che sicuramente vi sarà balzata in mente: potranno mai le sonde Voyager entrare in un altro sistema stellare? Perché no, certo.

Ovviamente i tempi sono enormi rispetto alla durata media di una vita umana, però il discorso è più che mai attuale dopo la storia di ‘Oumuamua (che però, è confermato, non è una sonda aliena).

Nel caso in cui le Voyager dovessero essere recuperate da una civiltà extraterrestre non ci sarebbe da disperarsi perché le Voyager hanno a bordo il Golden Record di cui vi mostro subito subito la copertina qui sotto.

Il Golden Record

Già, le Voyager portano con se un disco di registrazioni dei suoni della Terra e di alcune musiche “umane”. Inoltre vi sono, oltre al disco, anche alcune fotografie di essere umani ma anche delle prime osservazioni astronomiche dell’epoca. Insomma una vera e propria capsula del tempo. Il tutto è stato gestito da una commissione appositamente nominata dalla NASA e presieduta dall’astronomo Carl Sagan.

Tuttavia, a conti fatti, la probabilità che una delle due sonde Voyager venga raccolta da una civiltà extraterrestre è davvero molto bassa; infatti le due sonde non puntano verso nessuna particolare stella.

Comunque resta sicuramente una cosa sensazionale sapere che un pezzo della nostra cultura ora gira nello spazio interstellare della nostra galassia.