6 minuti di letturaLa precarietà della scuola e l’importanza di porsi domande

Qualche giorno fa ho parlato con mio nipote di 16 anni e abbiamo chiacchierato di varie cose. A un certo punto, quasi inevitabilmente, siamo finiti sul discorso scuola. Gli ho chiesto se si sentisse pronto a tornare a scuola dopo questo periodo di prolungata lontananza dai banchi e lui mi ha risposto che tutto sommato sì, è pronto. Più che la mancanza di entusiasmo, mi ha colpito di più l’assuefazione; o meglio, la totale condiscendenza a una situazione più grande di me e lui messi insieme, certo, ma di cui comunque andrebbe sempre fatta un’analisi critica.

Tuttavia, notando questa assuefazione, ho dirottato il discorso su un altro aspetto e gli ho chiesto: ma secondo te, perché è così importante ritornare a scuola e, in ultima analisi, andarci a scuola?

Le risposte di mio nipote sono state, comprensibilmente, piuttosto vaghe e generiche. Dalla preparazione al mondo del lavoro fino alla preparazione alla vita in generale. Siccome a me piacciono più le domande che le risposte, semplicemente perché di risposte non ne ho, ho rincarato la dose sommando un’altra domanda: perchè si fanno cose di cui non si ha una percezione immediata dell’utilità, perché per esempio c’è gente che stanzia fondi per studiare i buchi neri o il destino ultimo dell’universo? È palese che questi studi non potranno avere alcuna ricaduta immediata sulle nostre vite quotidiane, allora perché studiamo tutto ciò? E quindi, in definitiva, perché andiamo a scuola?

Lo ammetto: il ragazzo ha mostrato i primi segni di cedimento e confusione. Ho lasciato che le domande sedimentassero, magari un giorno ci torneremo su, magari tra anni.

Ma è così: è difficile spiegare perché è importante andare a scuola, proprio com’è difficile spiegare perché è importante fare ricerca di base. Ognuno di noi può decidere di guardare a un singolo aspetto e usare quello come risposta-fine-di-mondo per la questione. Per esempio, per la ricerca di base, si può sempre dire che farla è utile perché poi in futuro potremmo avere delle ricadute tecnologiche inaspettate. Certo, è verissimo. Ma è questo il motivo per cui la facciamo?

Anche per la scuola vale lo stesso. Possiamo dire che grazie all’istruzione poi sarà più facile trovare lavoro (ehm…) oppure che lo status sociale sarà più elevato (doppio ehm…); ma in fondo, è per questo che teniamo aperte le scuole?

Come dicevo, non ho risposte a tutto questo. E, anche se avessi qualche idea, non avrei mai l’arroganza di scriverle come se fossero verità assoluta. Molto più interessante porsi delle domande.

In questi giorni ho letto il libro Armi, Acciaio e Malattie di Jared Diamond. È un libro che insegna a porsi le domande giuste, prima ancora di fornire contenuti scientificamente interessanti. Ma, del resto, fare scienza e porsi domande dopo aver osservato i fatti, questo sempre. Ecco, per esempio nel libro di Diamond ci sono diversi capitoli in cui l’autore si chiede come sia possibile che sia nata l’agricoltura nella storia umana e, soprattutto, come sia possible che non tutte le popolazioni umane sparse sul globo abbiano sfruttato l’agricoltura allo stesso modo. Secondo me questa è una domanda estremamente interessante. Ma la cosa più interessante è la domanda in sè, cioè il fatto di essersi posto questa domanda.

La capacità di porsi domande interessanti non è un aspetto banale delle nostre vite. I contenuti che leggiamo, ascoltiamo e vediamo non dovrebbero essere contenitori di risposte ma piuttosto rubinetti di domande.

A scuola troviamo un sacco di contenuti e quindi dovremmo trovare parecchi rubinetti di domande: è così? Lo spero. Qualunque sia il senso e l’obiettivo che diamo all’esistenza della scuola, non possiamo comunque fare a meno di pensare alla scuola come una rete idrica da cui sgorgano più domande che risposte. Finita la scuola, usciti dal percorso di studi, è giusto che si abbiano più dubbi che all’inizio. Sembra un discorso astratto, ma in realtà è un dato di fatto: la scuola si regge su questo flusso, altrimenti diventa un’entità trasparente, si trasforma in un parcheggio in cui travasare informazioni.

La mancanza di una visione strutturale da parte di ministri e governi è, in questo senso, clamorosa. Da istituzione pilastro della società, la scuola ormai è solo un castello burocratico e precario.

Le graduatorie per le supplenze, come ogni volta che si aggiornano, mostrano un quadro desolante. Data la cronica incapacità dei governi di formare, aggiornare e stabilizzare i docenti, si è deciso di aprire l’ennesima guerra tra precari: punteggi, titoli, rettifiche, inserimenti di istanze errate seguendo la logica del “non si sa mai, tu inserisci”, ricorsi. Queste sono le cose che hanno occupato la mente di decine di migliaia di aspiranti docenti, non la didattica e la pedagogia.

Ma attenzione: non è (solo) colpa di noi aspiranti docenti, impazienti di lavorare. Quando un percorso non è chiaro e limpido, quando l’aspetto esecutivo non si palesa in tutte le sue contraddizioni prima che partano le procedure, non si può dare tutta la colpa a chi prova di inserirsi nel processo, anche se c’è chi farebbe di tutto per lavorare visto il quadro generale (e come dare torto). Tuttavia, anche qui, siamo di fronte alla natura burocratica e precaria della scuola; anche chi è fuori e vorrebbe farne parte non vede più la scuola come qualcosa di oserei dire sacro e fondamentale per la nostra società. Ministeri e governi hanno agito, nei decenni, da carpentieri indefessi nella costruzione di quel castello precario che è oggi la scuola italiana.

Per esempio: siamo al 14 settembre e le procedure di convocazione dei supplenti non sono state ancora completate. Come mai? Perché le graduatorie sono state aperte a luglio a fronte di una scuola chiusa già a marzo? In fondo si poteva informatizzare la procedura per le graduatorie già a maggio: sul sito Istanza online a fine maggio era possibile iscriversi al concorso, e per le graduatorie si è usata la stessa interfaccia, però ad agosto.

Purtroppo sappiamo bene perché è successo questo. La ministra Azzolina, a inizio aprile 2020, ha escluso categoricamente la riapertura delle graduatorie per le supplenze – nonostante fossero state previste tre anni fa e rese provinciali a dicembre 2019. Perché la ministra disse ciò, chiedendo scusa ai precari? Perché, secondo lei, non sarebbe stato possibile informatizzare le procedure entro settembre. Eppure, toh, è stato fatto nonostante le graduatorie siano state riaperte, per decreto legge, a inizio giugno. Domanda: quanto tempo avremmo potuto risparmiare se Azzolina avesse inserito la riapertura delle graduatorie nel decreto di aprile senza ripensamenti?

I sindacati si sono sgolati in questi mesi: anziché fare un concorso classico, facciamo una procedura per soli titoli per i docenti precari con almeno 36 mesi di servizio. Anche in questo caso, Azzolina ha escluso categoricamente questa eventualità e ha tenuto il punto. Risultato: una marea di precari, che avrebbe potuto iniziare di ruolo il 14 settembre, inizierà come marea di supplenti nei giorni successivi. Domanda: perché non si poteva chiamare per il ruolo da una graduatoria con personale in servizio da 36 mesi e fare in modo che così, dal 1 settembre, ci fossero già tutti i docenti a scuola?

Non conosceremo forse mai le risposte a queste domande, ma secondo me è giusto insistere nel continuare a porsele. Sono domande estremamente interessanti che sarebbe un peccato dimenticare.

Le ragazze e i ragazzi che in questi giorni tornano a scuola sono certo si siano posti queste domande, tipo: perché non ci sono i docenti se sappiamo da mesi (anni?) qual è la situazione nelle classi? Questa è una domanda interessante, pure.

Probabilmente, ministero e governo hanno una loro risposta a queste domande, legittima, sempre secondo loro. Ma al di là delle risposte, sarebbe molto meglio se non avessimo avuto affatto bisogno di porci queste domande.

Questo è il punto fondamentale.

Invece, il circolo si è innescato: le ragazze e i ragazzi si chiedono perché devono andare a scuola oggi, poi si chiedono perché la scuola comunque non sia al massimo delle possibilità, poi tutti (adulti e ragazzi) ci chiediamo perché certi problemi della scuola non siano affrontati in modo strutturale, in seguito noi adulti ci chiediamo a che cosa serva una scuola in queste condizioni e infine le ragazze e i ragazzi si chiedono perché devono andare a scuola oggi.

Non se ne esce fuori perché gli adulti di oggi sono i ragazzi di ieri e i ragazzi di oggi saranno gli adulti di domani.

Questo è un circolo da spezzare, in modo da identificare un inizio e una fine. E, se possibile, una nuova strada. Non troveremo un modo per spezzare questo circolo dall’alto: si potrà fare solo dal basso, con l’unione di intenti tra docenti e studenti. Sarebbe qualcosa mai accaduto prima, due generazioni che si uniscono in un luogo di confine e trincea, la scuola, per il bene né dell’una né dell’altra parte, ma per scoprire ciò che deve ancora esistere: un futuro in cui porsi nuove e differenti domande, per andare oltre.

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