6 minuti di letturaRientrare o ritornare a scuola? Liberiamo le menti bloccate tra i banchi

Nonostante le enormi difficoltà e rischi in agguato sia in classe sia nei trasporti verso le scuole, il leitmotiv di questi ultimi mesi è sempre stato lo stesso: l’importante è tornare a scuola. Ma si intende ritornare a fare scuola oppure rientrare dentro la scuola?

Problemi atavici

Partiamo dal principio. I problemi della scuola italiana sono noti da anni e comunque sicuramente sono stati resi ancor più evidenti già a febbraio, all’inizio della pandemia. I problemi non sono arrivati all’improvviso in agosto, come qualcuno vorrebbe far credere, ma si è perso tempo anche quando non c’era più tempo. Imperdonabile.

Questo concetto è stato ribadito di nuovo anche su Il Manifesto in un articolo di Pier Giorgio Ardeni e, ancor più di recente, in maniera estremamente efficace devo dire, dalla Rete Bessa sul blog Giap. Rimando a questi ottimi articoli per un approfondimento su tali questioni, di cui già ho trattato anche io in precedenza su questo blog.

Negli ultimi mesi abbiamo visto discussioni su riaperture delle aziende che (almeno il 30% di loro) hanno ottenuto la cassaintegrazione senza alcuna perdita del fatturato, dibattiti sulla riapertura dei locali che sono stati lasciati liberi di aprire senza alcun criterio pur di non avere perdite economiche, discussioni infinite sulla ripartenza del calcio. Su queste riaperture si è discusso da febbraio a oggi. E sulla scuola? Fino a metà maggio si discuteva se riaprirla oppure no per giugno e per gli esami, non per settembre. Così, per dire.

È evidente che si è guardato prima al profitto e poi all’educazione scolastica. Perché? Purtroppo la scuola non genera un profitto (almeno non immediato) e inoltre sono decenni che gli italiani (o almeno gli italiani che governano) non risolvono i problemi della scuola. Sarebbe stato davvero da ingenui aspettarsi che tutti i problemi potessero essere risolti ora, nel bel mezzo di una pandemia. E allora perché tutti si prodigano nel dire che l’importante è tornare a scuola subito? C’è un chiaro interesse elettorale ed economico.

A scuola ci vanno le ragazze e i ragazzi

E le ragazze e i ragazzi? Sono loro il cuore della scuola, il motivo unico per cui la scuola esiste, ma nessuno ci pensa mai sul serio. È normale, anzi fondamentale, che loro vogliano tornare a una piena vita sociale ed educativa. Il caos delle discoteche di agosto 2020 non è il segno dell’immaturità dei giovani; piuttosto è il segno della noncuranza degli adulti nelle scelte politiche che si fanno, degli adulti che hanno deciso prima di aprire e poi di chiudere le discoteche dopo Ferragosto, dimostrando pochissima lucidità: come si fa a dare la colpa ai ragazzi? Puntare il dito in questo modo verso i giovani è irresponsabile e, soprattutto, altamente disonesto.

Le e gli adolescenti hanno dunque ragione a voler ritornare a scuola: è un loro diritto e gli adulti (o almeno, gli adulti che governano) avrebbero dovuto pensarci da subito a marzo per poter rendere ciò possibile davvero a settembre. Invece gli adulti hanno pensato solo a far rientrare i ragazzi a scuola.

È importante che si torni a scuola il prima possibile, che i ragazzi riescano di nuovo a innescare le loro sinergie sociali anche a scuola, in un luogo educativo in cui si discute e non solo in ambiti di intrattenimento. Però gli adulti (o almeno, gli adulti che governano) hanno deciso che fosse più importante prima potersi ritrovare nel profitto (negozi, consumi), poi nell’intrattenimento (locali, discoteche) e poi nell’educazione (scuola). Gli adulti (o almeno quelli che governano) hanno perso MESI (eh sì, lo scrivo maiuscolo, cavolo!) in cui avrebbero potuto discutere i problemi.

Queste sono state le scelte fatte finora, ne prendiamo atto e aspettiamo anche di vedere come evolve la situazione con il virus. Dopo averne preso atto e osservata la situazione però, tocca ragionarci e, se necessario, anche incavolarsi parecchio nei prossimi mesi.

L’aula come prigione didattica

Ora, secondo i protocolli che entreranno in vigore a scuola, l’aula (già luogo di costrizione adolescenziale) rischia di diventare una prigione didattica per tutte e tutti: per motivi sanitari (e quindi giustamente da rispettare), le ragazze e i ragazzi dovranno restare nel loro banco e ogni banco dovrà restare nel suo metro quadrato; stessa cosa per le docenti e i docenti. Se queste righe non vi fanno né caldo né freddo, allora vuol dire che forse la scuola siete inconsapevoli fautori di una didattica abbastanza fuori moda. Se ritenete che questo tipo di aula, per così dire, bloccata sia normale, allora vuol dire che per voi è importante tornare a scuola, sì, ma solo come luogo fisico non come luogo di palestra sociale. La mobilità è essenziale.

Con le attuali condizioni oggettive non c’è modo di riuscire a svolgere attività didattica come si deve, perché questa richiede inevitabilmente incontro, movimento, intersezione e cooperazione tra le ragazze e i ragazzi.

I banchi bloccati sono in grado di bloccare pure la didattica più rivoluzionaria – allo stesso modo come bloccano la maggior parte delle attività sociali che sono state rinviate quest’estate. Certo, queste al momento sembrano le uniche condizioni per riuscire a rientrare nei locali della scuola. Anche qui, ne prendiamo atto. Ma rendiamoci conto che questo non vorrà dire tornare a scuola, almeno per chi intende la scuola come uno spazio mentale ed educativo. E rientrare a scuola non è tornare a scuola.

Ma del resto, che cosa potevamo aspettarci da un governo che non ha ancora assunto i docenti per il prossimo anno? Nessuno di noi docenti (supplenti) in graduatoria sa se avrà una classe a tra qualche giorno e, in caso positivo, nessuno di noi sa quale classe avrà. Medie? Superiori? Liceo? Istituto tecnico? Lo sapremo, se tutto va bene, 24 ore prima di entrare in classe. È chiaro che la pedagogia, la didattica e la formazione degli insegnanti sono state messe sotto al tappeto dagli adulti (o almeno, dagli adulti che governano) da ANNI (e anche qui perdonatemi il maiuscolo).

Creare protocolli e regole per poter tornare a scuola pensando di poter svolgere le lezioni come se nulla fosse è un’idea tanto utopica quanto quella di qualche mese fa in cui si riteneva di poter far svolgere una normale attività scolastica ai ragazzi tramite la didattica a distanza.

Noi docenti possiamo scegliere

Forse stavolta come non mai, noi docenti dobbiamo fare una scelta importante. Oggi, di fronte alle prospettive scolastiche settembrine, che cosa possiamo fare?

Possiamo decidere, oggi, di trasformare il rientro a scuola anche un ritorno a scuola. Dobbiamo assicurarci, noi docenti (o almeno quelli tra noi che torneranno in classe a settembre dopo la chiamata dalle graduatorie), che il blocco dei corpi tra i banchi non sia una timorosa regressione a una tipologia di lezione anacronistica.

È necessario piuttosto che questa sia l’occasione definitiva per andare fuori dagli schemi imposti dal circolo di lezione-verifiche-voti-lezione e sganciarci da questo tipo di chiusura mentale che non è assolutamente imposta dalle attuali indicazioni ministeriali (visto che state tutti studiando per il concorso, sicuramente lo saprete anche voi).

Parecchie delle idee che ci portiamo in classe e che altri adulti proiettano nelle classi sono solo un retaggio culturale che tutti ci portiamo dietro dall’epoca in cui (noi adulti) andavamo a scuola. Ma ecco, forse meglio sottolinearlo per bene, casomai fosse sfuggito: quella scuola, nel complesso, con la nostra generazione ha fallito e i risultati si vedono oggi non su noi stessi come individui, ma sulla società. Se a scuola nasce la società politica del futuro, beh, ultimamente non è stato fatto un gran bel lavoro direi, vista la situazione politico-economica e le disuguaglianze sociali in essere.

Prima noi nuovi docenti ne prendiamo definitivamente atto, prima decidiamo di mettere in pratica nuove situazioni scolastiche, prima arginiamo la marea montante che dolcemente ma inesorabilmente ci travolgerà nei prossimi decenni.

Teniamo a bada il virus con i protocolli, certo, ma non blocchiamo le menti dei nostri ragazzi in una scuola di nuovo vecchia e fuori contesto. Siamo sempre noi docenti, purtroppo, che dobbiamo dimostrare a chi ci governa che abbiamo in cantiere uno spazio educativo brillante, che questa è la nostra idea di scuola: un lavoro educativo, non una lavoro di formazione professionale

Impegniamoci tutti a creare un nuovo circolo: critica della realtà – distruzione in pezzi – ricostruzione unitaria. Aboliamo le vecchie pratiche, le solite modalità di verifica, le solite modalità di assegnazione dei voti, la solita istigazione alla competizione (sia tra alunne e alunni, sia tra scuole – quest’ultima incomprensibile).

La scuola pubblica come bene collettivo per il futuro

Non è facile, lo so. Sono il primo a dire che è estremamente complicato. Ma la scuola pubblica, con la sua forza educativa ha il dovere di fare ciò, pur rispettando tutte le indicazioni ministeriali. Progettiamo un futuro: pensiamo davvero alle studentesse e agli studenti come attrici e attori protagonisti del domani, come lo siamo noi docenti oggi; non pensiamo a loro come attrici e attori passivi del contesto in cui viviamo. Rendiamo libere le loro menti proprio mentre il virus le blocca tra i banchi. Questa è la grande sfida che non possiamo più rimandare.

Se lo faremo, aiuteremo davvero le ragazze e i ragazzi. Facciamolo per loro, non c’è altro motivo, decidiamo una volta per tutte di stare ora e per sempre dalla loro parte.

In fondo, quelle ragazze e quei ragazzi avremmo potuto essere noi. Non dimentichiamolo e creiamo per loro, nella scuola pubblica, quindi per il bene collettivo, le condizioni per riappropriarsi di ciò che a loro potrebbe essere negato, e che magari è stato negato anche a noi da coloro che ci hanno preceduto. Spezziamo questa catena pericolosa, ora, proprio nel bel mezzo di una pandemia, sì: avremmo dovuto farlo tempo fa, vero, ma se non lo facciamo neanche ora, allora quando?

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