Diario di docenza

10 minuti di letturaI problemi della scuola non sono arrivati all’improvviso quest’anno ma il Covid-19 ci ha obbligati ad affrontarli

Su tutti i giornali, i telegiornali, ma anche i social network, l’argomento più discusso di questi giorni è sempre lo stesso: la scuola. Sembra quasi che solo nelle ultime settimane ci siamo accorti che a settembre saremmo dovuti ripartire con problemi di sicurezza sanitaria causa Covid-19, logistici e didattici/pedagogici.

Ma è davvero così? La pandemia Covid-19 ha scoperto tutti i problemi della scuola italiana. Problemi che però partono da molto lontano nel tempo. E ora dobbiamo risolverli tutti subito, un’emergenza nell’emergenza. Quindi, per capire bene quali sono queste nervi scoperti della scuola italiana, dobbiamo per forza iniziare il nostro racconto a partire dall’inizio dell’infezione italiana di Covid-19 avvenuta a gennaio di quest’anno.

L’inizio della pandemia

Questo 2020 è senza dubbio l’anno del Covid-19. A livello globale la malattia ha contagiato una marea di persone e fatto morire troppi. In Italia, il 23 gennaio due turisti sbarcano a Milano Malpensa. Provengono dalla provincia di Hubei, in Cina: il capoluogo di questa provincia è Wuhan. A Wuhan, il 9 gennaio 2020 muore la prima persona a causa del nuovo virus (il Sars-Cov2, che può causare la malattia chiamataCovid-19) e il 23 gennaio 2020 viene disposta la quarantena per tutta la città.

Ma torniamo ai due turisti cinesi in Italia. Dopo lo sbarco a Milano il 23 gennaio, i due cinesi si dirigono a Roma, in bus, e fanno tappa in varie città. Il 30 gennaio però i due turisti risultano positivi al Covid-19. Per il governo “la situazione è sotto controllo“.

Il 4 febbraio 2020, come si ricorda in un comunicato del MIUR, l’Istituto Superiore di Sanità precisa che “al momento l’Italia è tra i Paesi che hanno adottato le misure più ampie ed articolate per il controllo della diffusione dell’infezione nell’intera popolazione”.

Eppure, il 17 febbraio 2020 parte la scintilla che ha causato tutto quello che sappiamo. Mattia, un uomo di 38 anni di Castiglione d’Adda, in provincia di Lodi, sta male e si reca in ospedale. I medici diagnosticano una polmonite leggera. Due giorni dopo, 19 febbraio 2020, Mattia torna al pronto soccorso e, per puro caso, gli viene fatto un tampone per vedere se ha contratto il Covid-19: il tampone è positivo, parte la caccia al paziente zero. La dotteressa e l’anestesista che hanno fatto il tampone a Mattia hanno solo pensato “a non ignorare l’ipotesi peggiore”.

Da qui, il 19 febbraio a Lodi, il coronavirus parte alla conquista dell’Italia. L’ultima tappa di conquista del virus sarà il 18 marzo 2020 a Pozzilli, quando anche la provincia d’Isernia (ultima rimasta senza casi) capitolerà al Covid-19. Un mese per infettare tutta l’Italia.

Si chiudono le scuole

Nel frattempo, il 24 febbraio si inizia a chiudere le scuole al nord. Il 4 marzo il presidente del consiglio Giuseppe Conte e la ministra dell’istruzione Lucia Azzolina prendono una decisione: “chiusura prudenziale” fino al 15 marzo. Infine, il 10 marzo tutta l’Italia diventa zona rossa. Da qui parte un clima di incertezza perenne sulla scuola, a suon di hashtag #LaScuolaNonSiFerma e didattica a distanza (ma di questo ne abbiamo già parlato su questo blog qua e qui).

Il 1 aprile 2020 Azzolina prova (con scarso successo) a rompere gli indugi promettendo a giorni decisioni ufficiali sugli Esami di Stato. Insomma, un comunicato per dire che serve tempo. Il via libera arriva il 6 aprile 2020. La chiusura delle scuole viene prorogata fino al 3 aprile. Anzi no, si va oltre: il 28 marzo 2020 Conte annuncia che “la sospensione delle attività didattiche proseguirà ragionevolmente: non c’è una prospettiva di tornare dopo il 3 aprile alle attività didattiche ordinarie”.

Il 6 aprile poi avviene quello che secondo me è il capolavoro tragico di Azzolina. Nella stessa conferenza stampa in cui annuncia la nuova modalità degli Esami di Stato, la ministra chiede “scusa ai precari” perché non sarà possibile aggiornare le graduatorie d’istituto, aggiornamento previsto come di consueto a maggio 2020. Neanche un bambino avrebbe fatto una mossa così poco lungimirante, bloccando l’ampliamento della base docente disponibile ai tempi della pandemia, ma ci torniamo tra poco.

Intanto la chiusura della scuola viene prorogata al 13 aprile, poi al 4 maggio. Addirittura, si pone come data limite per capire se riaprire o meno le scuole la scadenza del 18 maggio: una data completamente a caso, a soli 15 giorni effettivi dalla chiusura programmata dell’anno scolastico, per la quale Azzolina e il suo ministero prevedevano diversi scenari, tra cui la riapertura.

Sappiamo com’è andata a finire: la scuola è rimasta chiusa fino all’ultimo giorno e gli (inutili) Esami di Stato sono stati svolti in presenza. E così, arriviamo a luglio: si parte con le iscrizioni ai concorsi ordinari e straordinari nonostante le pressioni per avere assunzioni basate solo su titoli e, toh chi si rivede, Azzolina fa retromarcia e dispone di nuovo le graduatorie per le supplenze, le stesse che aveva deciso di cancellare il 6 aprile chiedendo scusa ai precari in diretta televisiva e social.

E così arriviamo a oggi: emergenza precari, poca chiarezza sul protocollo sanitario da adottare in caso di contagi, banchi con le rotelle e tutte le difficoltà che presto si troveranno a scuola dal 14 settembre.

L’invasione dei precari

Sono mesi che i sindacati parlano di 200 mila precari per l’anno scolastico 2020/2021. Da febbraio ad agosto sono 6 mesi, circa 180 giorni di Covid-19, eppure non c’è stato verso di sistemare situazioni lavorative che potevano essere sanate senza problemi. I docenti con 3 o più anni di esperienza avrebbero dovuto ricevere l’immissione in ruolo, stilando un concorso basato su soli titoli. L’articolo 97 della Costituzione Italiana dice che “agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”.

Quindi dobbiamo fare un concorso per rispettare la Costituzione, ma la nostra legge fondamentale non dice quali debbano essere i criteri del concorso (cioè, andava bene fare per soli titoli). Su questo si è sviluppato un dibattito devo dire interessante. Christian Raimo su Internazionale ha più volte ribadito la necessità di svolgere delle prove perché, secondo lui, il concorso è l’unico momento in cui possiamo valutare i docenti.

Mi permetto di dissentire: la procedura per soli titoli proposta dai sindacati riguarda solo i precari con più di 3 anni di esperienza, quindi persone per cui una valutazione sull’operato da parte dei dirigenti scolastici, sebbene probabilmente non completa e rigorosa esiste già.

E comunque sia, l’immissione in ruolo è sempre soggetta allo svolgimento di un ulteriore anno di prova con controllo costante durante l’anno e con esame finale. Quindi i nuovi docenti assunti tramite un concorso per soli titoli avrebbero comunque dovuto dimostrare le loro capacità in corso d’opera: non è meglio di una prova a crocette?

Più formazione, meno concorsi

Non sono d’accordo con Raimo neanche quando dice che gli insegnanti debbano fare dei concorsi seri. Gli insegnanti svolgono un ruolo delicato e la loro immissione in ruolo deve essere la più indolore possibile. Qualunque prova concorsuale è uno shock: si passa dal non essere mai entrato in aula a diventare perno centrale del sistema d’istruzione italiano.

Non può funzionare, neanche con un concorso serio. Piuttosto, gli aspiranti docenti dovrebbero manifestare la loro volontà e iscriversi a percorsi abilitativi istituiti dal MIUR sulla base dei posti disponibili. Per l’accesso a questi percorsi potrebbe essere necessario un concorso su base provinciale o regionale, ma sarebbe un concorso di primo livello che fa accedere a un percorso di formazione, come i test di medicina, e non un concorso che prevede l’immissione in ruolo diretta.

Bisogna cambiare la Costituzione per fare ciò? Ebbene, questo mi sembra molto più importante del taglio dei parlamentari, se devo essere onesto.

La scelta di chiudere prima e riaprire poi le graduatorie per le supplenze è stata ridicola. In mancanza di percorsi formativi, le graduatorie sono l’unico mezzo per risolvere il problema delle classi senza docente. Entrare in classe senza una formazione pedagogica adeguata è grave per un sistema scolastico che vuole essere serio, ve lo dice uno che è entrato in classe proprio in questo modo.

Imparare dall’esperienza è bello, stimolante ma profondamente sbagliato nel campo dell’educazione: i docenti devono avere una formazione psicologica e pedagogica: l’obiettivo dei docenti non è trasmettere conoscenze ma insegnare ai ragazzi come apprendere. Questo della formazione dei docenti, a mio avviso, è il problema principale della scuola italiana.

Le maledette classi pollaio

Se abbiamo polemiche sui banchi con le rotelle e le aule troppo piccole la colpa è del fatto che la legge attuale consente un massimo 33 studenti per aula (nelle scuole superiori). Chiunque, sia uno studente o un genitore o un docente, sa benissimo che sono troppi. Le classi sono sempre state affollate troppo, si è sempre sentita l’esigenza di ridurre questo numero limite.

Lucia Azzolina, ministro dell’istruzione, nell’aula della Camera dei Deputati in occasione del question time sull’emergenza coronavirus, Roma 25 marzo 2020. ANSA / FABIO FRUSTACI

Finora sono stato molto critico con Azzolina, ma qua devo spezzare una lancia in suo favore. A fine 2018 l’attuale ministra dell’istruzione, all’epoca semplice parlamentare del M5S, aveva proposto una legge per eliminare le classi pollaio, ovvero per ridurre il limite massimo di persone ammesse in un’aula scolastica a massimo 22. Da 33 a 22, non male. Purtroppo però nel corso del 2019 la discussione si è arenata. Motivo principale: i soldi.

Ora, sappiamo bene come funziona: quando lo Stato dice che mancano i soldi eliminare le classi pollaio in realtà vuole dire che i soldi che servono per eliminare le classi pollaio ci sono ma verranno usate per altre priorità del governo. Decidere dove mettere i soldi è una scelta politica. Nel corso di tutto il 2019 al governo ci sono stati M5S, Lega, PD e LeU. Tutti evidentemente avevano altre priorità, tra Papeete e taglio dei parlamentari.

Pensate: se avessimo iniziato l’anno scolastico 2019/2020, cioè l’anno appena terminato, con massimo 22 persone per aula i problemi di scorporamento e divisioni delle classi sarebbe stato già risolto un anno fa e oggi avremmo potuto guardare con più ottimismo all’inizio dell’anno scolastico.

Anzi, magari adesso saremmo qui a pensare a come dividere una classe di 22 in due classi da 10-11 studenti, riducendo ulteriormente il distanziamento. Invece siamo qui a pensare a come dividere in due una classe di 33-36 persone: ovvero siamo al problema che avremmo dovuto risolvere l’anno scorso senza la pandemia Covid-19.

Prima della pandemia: i problemi della scuola di oggi sono vecchi

E così, come la Luna dal monte, la scuola anche è spuntata prepotente come mai all’orizzonte. Di più, quasi sembra sia spuntata all’improvviso. Anzi no, non spuntata: scoppiata. Ma attenzione: davvero è scoppiata all’improvviso?

La legge sull’eliminazione delle classi pollaio è in Parlamento da due anni, il governo sceglie consapevolmente di non mettere tanti soldi sull’istruzione, non c’è un percorso abilitante formativo per docenti (TFA) dal 2014 e nel frattempo le graduatorie per i precari sono state aggiornate già tre volte (2014, 2017, 2020) con estremi che vanno dai neolaureati di quest’anno a precari caparbi con quasi dieci anni di esperienza. I problemi della scuola italiana sono quasi ancestrali, ma a noi interessano gli ultimi 20 anni. Perché?

Perché nel 2003 c’è stata la scampata pandemia della SARS, perché già da anni si parla di questo rischio e quindi tutti (non solo l’Italia) avremmo dovuto già essere pronti, almeno con la testa, al Covid-19. E la notizia sconvolgente è che, cavolo, potevamo già essere pronti: avremmo potuto avere classi senza pollai, corpo docente senza precari, insegnanti formati il più possibile.

Perché non si è bloccato subito l’anno scolastico a febbraio, anziché tirarla per le lunghe con le decisioni fino addirittura al 18 maggio mentre l’epidemia italiana si trasformava in pandemia globale Covid-19? Perché non si sono aggiornate subito le graduatorie dei supplenti per via telematica evitando di arrivare a farlo ad agosto? Perché non si è votato a tempo debito per eliminare le classi pollaio? Perché non si sono fatti i concorsi con urgenza anche l’anno scorso quando c’era lo stesso problema di precariato? Perché non si sono più istituiti percorsi di abilitazione per i neolaureati? I nostri parlamentari hanno votato la fiducia a governi che non hanno avuto la scuola tra le loro priorità economiche. Non dovremmo tagliarli, dovremmo semplicemente cambiarli.

E ora le scuole riaprono

Che cosa accadrà dal 14 settembre in poi? Personalmente mi auguro che non accada nulla di grave, che nessuno si ammali di Covid-19 e che ragazzi, docenti e personale scolastico tutto stiano bene. Sono un precario, sono anche io nelle graduatorie per le supplenze: spero di essere chiamato, ovviamente, perché così potrò lavorare. Ma al di là di questo mi rendo conto che siamo in decine di migliaia in questa situazione. Poi ci sono milioni tra studenti e famiglie che verranno coinvolti e travolti da tutte le scelte che verranno prese dal 14 settembre in poi.

Certo, nessuno può dire che cosa sarebbe successo se le decisioni durante la pandemia fossero state prese da altri, anche se qui su Quantizzando abbiamo affrontato queste tematiche proprio durante i mesi dell’emergenza sanitaria Covid-19 (per esempio qui e qua).

Infatti, in questo post proseguiamo con un dibattito che si snoda su un arco temporale più largo di quello dell’emergenza sanitaria: ci tengo a precisare che, a parte qualche scelta obiettivamente ridicola degli ultimi mesi sulla scuola (chiusura a tappe, graduatorie chiuse e riaperte, concorsi per titoli scartati), in questo post la critica principale riguarda il vero nucleo dei problemi che viene da lontano (scelta dei soldi, classi pollaio, problemi infrastrutturali, adeguamento antisismico), da molto lontano. Problemi che, come abbiamo visto nel nostro breve riassunto, la pandemia ha messo a nudo una volta per tutte e li ha resi in modo definitivo non rinviabili ulteriormente.

La parola da tenere a mente è sempre la stessa: lungimiranza

Se il coronavirus non ci avesse colpito e fosse rimasto solo in Cina, sicuramente saremmo ripartiti il 14 settembre 2021 con le classi pollaio, sempre con i precari senza formazione e abilitazione e, soprattutto, senza preoccuparci affatto di un’eventuale pandemia globale.

Ma guardiamo avanti, altro non possiamo fare data la situazione. Al di là di tutte le questioni, teniamo sempre a mente la parola “lungimiranza”. Qua non solo si sta giocando con il percorso scolastico degli attuali adolescenti, ma si sta minando la fiducia dei futuri adulti nell’importanza dell’istruzione. Stavolta stiamo affrontando una pandemia, in futuro il problema sarà un altro di sicuro: sulla scuola dobbiamo sempre essere vigili, pronti, attenti. Il 14 settembre, il prossimo anno scolastico, deve essere una data di svolta perlomeno per quanto riguarda l’approccio governativo alle questione scolastiche: la scuola deve diventare priorità assoluta. Qualunque cosa accadrà in futuro, c’è una sola certezza: se dovremo ripartire di nuovo da una situazione grave, potremo farlo solo con una scuola in grado di funzionare, il passato già ce lo insegna.

Su Quantizzando, come fatto finora, continueremo a raccontare gli sviluppi di questa storia nei prossimi mesi con la speranza di aggiungere qualche elemento utile al dibattito e, soprattutto, per provare a ricollocare l’origine dei danni fatti sulla scuola, che alla base ha scelte sbagliate di opportunismo politico.

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