7 minuti di letturaPerché gli Emirati Arabi Uniti hanno inviato una sonda su Marte?

Il 19 luglio 2020, alle 23:58 italiane, gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno compiuto uno storico lancio spaziale dal Giappone: hanno inviato una sonda verso Marte. La sonda si chiama Al Amal, che tradotto vuol dire “speranza”. Ecco il video del lancio.

Il lancio è al minuto 18.

Nelle intenzioni degli Emirati, la sonda Amal si metterà in orbita attorno a Marte a febbraio 2021 ma non farà misure che già altri hanno fatto. A bordo di Al Amal ci sono tre strumenti: una camera per ottenere immagini (EXI), uno spettrometro a infrarossi (EMIRS), uno spettrografo a ultravioletti (EMUS). La camera EXI cercherà di ottenere immagini ad alta risoluzione nell’ultravioletto e nella luce visibile; gli altri due strumenti invece studieranno per bene l’atmosfera marziana con particolare attenzione alle particelle di polvere e acqua sospese nell’atmosfera di Marte. L’obiettivo principale della missione è capire come l’energia delle particelle sulla superficie di Marte si propaga e dissipa attraverso gli strati dell’atmosfera. Capire per bene l’atmosfera di Marte è fondamentale per le future missioni alla volta del pianeta rosso.

Un quadro dei prossimi passi della missione Al Amal (Hope in inglese, cioè speranza).

Gli EAU seguono Unione Sovietica, Stati Uniti, Giappone, Unione Europea, India e Cina nei tentativi di conquista del pianeta rosso. Gli EAU in particolare però esistono da quasi cinquant’anni eppure hanno già inviato una sonda verso Marte. Certo, i soldi non mancano da quelle parti: tuttavia si è in errore se si pensa che la missione sia un vezzo petrolifero. Allo stesso modo, si commette un errore se si ritiene che gli EAU abbiano preparato una missione verso Marte per il puro amore della conoscenza.

Se gli EAU esistono da circa 50 anni, non c’è da meravigliarsi che l’agenzia spaziale degli EAU esista da soli 6 anni. Ora, va bene i soldi e il petrolio, ma io in 6 anni non sono riuscito a combinare granché della mia vita (spero sia andata meglio a voi): allora come hanno fatto gli EAU a mettere in piedi una missione verso Marte senza avere alcuna precedente esperienza nella ricerca spaziale?

La risposta è nella parola collaborazione. Già il fatto che il lancio sia avvenuto dal Giappone rende un po’ l’idea del fatto che se gli Emirati avessero fatto tutto da soli, beh, sarebbe stato arduo. Ma la collaborazione non si è limitata a una rampa di lancio.

Il centro di ricerca Mohammed bin Rashid Space Centre (MBRSC) degli EAU ha collaborato con varie università americane: lo strumento EXI è stato costruito in collaborazione con la University of Boulder, in Colorado (USA); lo strumento EMIRS è stato costruito in collaborazione con la Arizona State University (USA); lo strumento EMUS è stato costruito in collaborazione con il Laboratory for Atmospheric and Space Physics, di nuovo della University of Boulder in Colorado (USA).

A questo punto, come diceva l’inarrivabile Antonio Lubrano, la domanda sorge spontanea: perché tutta questa fretta? Perché Marte? Perché lavorare intensamente a un progetto nazionale e spingere con gli aiuti da fuori? Non fraintendetemi, le collaborazioni vanno benissimo; qui ci stiamo chiedendo perché gli EAU hanno sentito l’esigenza di andare in fretta e furia su Marte a tutti i costi.

Non dobbiamo arrovellarci troppo per rispondere: per fortuna la risposta la fornisce direttamente il principe degli Emirati Arabi Uniti, Hamdan bin Mohammed, che su Twitter ha postato un video a proposito.

Per chi di voi conosce l’arabo sarà già tutto chiaro. Una descrizione in inglese del contenuto di questo video è sul Khaleej Times, il giornale in lingua inglese di Dubai, in questo articolo qui. Il principe nel suo video fornisce cinque motivi che hanno spinto gli Emirati a lanciarsi verso Marte. Vediamoli insieme.

Il primo motivo è molto semplice: non c’è futuro senza scienza e senza conoscenza. Il secondo motivo è già più nazionalista: gli EAU vanno su Marte perché vogliono dimostrare alle nuove generazioni arabe che l’impossibile è possibile. Andiamo avanti con la terza ragione: secondo il Principe, il viaggio degli EAU verso Marte è un messaggio di speranza a tutti gli Arabi, per affermare che gli Emirati possono competere nel mondo della scienza e della tecnologia. Gli EAU guidano oggi questo cambio di passo nel mondo arabo. Il quarto motivo scende sempre più nello specifico: gli EAU stanno andando su Marte perché andare su Marte vuol dire avere grandi ambizioni, ovvero non si tratta soltanto di costruire e lanciare una sonda ma, sempre secondo il principe, si tratta di costruire le basi per il domani. E, infine, la quinta ragione. Il principe ricorda che gli EAU stanno per festeggiare i primi 50 anni di esistenza e sono già proiettati ai prossimi 50 anni: dal deserto della penisola araba al deserto di Marte, di nuovo l’impossibile che diventa possibile.

Tra le righe ma non troppo il principe delinea non solo il futuro dell’agenzia spaziale degli Emirati; è molto chiaro anche il motivo principale per cui è stato scelto di inviare una sonda su Marte. Il motivo è passare da zero a cento, ovvero fare immediatamente un grande salto nelle capacità scientifiche e tecnologiche degli Emirati. Il principe dice una cosa molto vera: non c’è futuro senza scienza e conoscenza. Allo stesso tempo è evidente che il futuro di cui parla è soprattutto un futuro economico, che guarda al prodotto interno lordo più che allo sviluppo scientifico (per non parlare delle questioni politiche che, prima di tutto, passano dal PIL).

Gli Emirati forse hanno capito prima degli altri paesi arabi che il petrolio non durerà per sempre o almeno che l’economia basata sul petrolio non potrà continuare a generare sempre gli stessi profitti. Assicurarsi una crescita tecnologica permette di investire i soldi guadagnati oggi in nuovi ambiti di mercato domani.

Se gli Emirati sono in grado di inviare sonde su Marte, vuol dire che sono partner tecnologici affidabili. In questo senso, le collaborazioni sono state strategiche: perché fare da soli quando si può crescere con l’aiuto degli altri? Affidereste la costruzione di uno spettrografo a ultravioletti agli Emirati oppure, per esempio, alla Croazia? Se la missione Al Amal avrà successo e verranno raccolti dati dell’atmosfera di Marte senza disguidi, beh, la risposta alla domanda è ovvia. In più, gli Emirati possono sempre dire di aver imparato dagli americani, che di strumenti da dislocare su Marte se intendono eccome. In questo modo gli Emirati Arabi Uniti sono entrati di peso nel mercato globale dello sviluppo di strumenti spaziali: l’obiettivo è sia tornare sulla Luna sia andare per la prima volta su Marte e chi vuole un pezzo (leggi: soldi) della torta deve mostrare le proprie capacità. Per gli Emirati andare su Marte non è un obiettivo bensì un mezzo per sviluppare le capacità tecnologiche per affrontare il mercato globale nei prossimi decenni.

La strategia degli Emirati Arabi Uniti suona come impeccabile: è un mostrare al mondo che gli EAU non sono solo terre di petrolio ma anche luoghi che sviluppano tecnologia sofisticata. Poi, certo, c’è una sonda che arriverà su Marte: oltre a stimolare automaticamente investitori (anche esteri) a mettere soldi nella ricerca scientifica nella terra degli emiri, allo stesso tempo gli EAU metteranno un’importante vessillo attorno a un altro pianeta. Mica poco. Se, anche dopo aver letto le dichiarazioni audaci del principe degli Emirati, comunque vi sorprende che gli EAU abbiano scelto di andare prima su Marte anziché optare per la Luna, pensate a questo: l’Unione Sovietica già nel 1960 provò a inviare la prima sonda verso Marte (e fu un insuccesso già al lancio), qualche mese prima del volo del Vostok 1 con Yuri Gagarin.

Non bisogna pensare che questa strategia sia esclusiva degli Emirati. In realtà avrei potuto scrivere questo post anche per l’India, la Cina, Israele, e molti altri. Avevamo già parlato su questo blog di come lo spazio possa essere una risorsa dai risvolti economici importanti (leggi qui il caso dell’Etiopia). Molte altre nazioni hanno capito da tempo che lo sviluppo delle missioni spaziali è l’amo con cui riuscire a pescare nuovi capitali d’investimento e nuovi mercati. Sicuramente lo sviluppo commerciale è molto avanzato per ora solo negli Stati Uniti, dove accanto l’agenzia spaziale nazionale (NASA) sono presenti diversi soggetti privati che hanno già riscosso ottimi risultati, tuttavia possiamo constatare che le altre nazioni del mondo non sono certo rimaste con le mani in mano negli ultimi anni.

Non credo che il contenuto di questo post sia molto sorprendente. Da (ex) astrofisico ovviamente sono felice se nuovi strumenti accurati e precisi riescono a raccogliere dati importanti che ci permettono di capire meglio come funziona l’universo. Ma sarei un ingenuo se non ponessi gli sviluppi tecnologici della ricerca astrofisica all’interno della cornice del capitalismo globale. Se volete un’ulteriore prova, pensate al Recovery Fund, il debito comune che l’Unione Europea metterà a disposizione per andare incontro agli effetti dell’epidemia di Covid-19. Per racimolare quei soldi dal bilancio europeo sono stati fatti dei tagli, in un gioco tessile di uncinetto monetario. E così, i soldi a disposizione della ricerca scientifica sono calati rispetto a quanto preventivato. Sappiamo già che cosa vuol dire: meno soldi per la ricerca scientifica vuol dire più selezione per i progetti che verranno proposti, cioè meno progetti saranno finanziati. E quali progetti avranno più probabilità quindi di essere finanziati? Non ci sono dubbi: quelli che potranno avere il maggior ritorno in termini soprattutto economici.

Se negli anni della guerra fredda la corsa allo spazio era soprattutto uno strumento per ottenere il predominio sulla Terra, oggi la nuova corsa allo spazio è principalmente l’ingresso dell’umanità in un nuovo gigantesco mercato economico che frutterà milioni solo a chi sarà capace di sfruttarlo.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.