Diario di docenza

5 minuti di letturaO’ Scienza, where art thou?

Uno spettro si aggira tra le commissioni d’esame della maturità nei licei scientifici. I prof. e le prof. di italiano, storia e filosofia si sono alleati in una caccia spietata contro questo spettro.

Lo spettro è la scienza.

Mi spiego. Gli studenti ne dicono di cose assurde all’esame di maturità (che, per inciso, reputo inutile nella sua forma attuale), castronerie che necessiterebbero il commento della Gialappa’s Band, visto che noi della commissione non possiamo fare battute sferzanti. Alcune sono castronerie molto gravi: per esempio il fascismo che nasce prima del 1915 o Kafka che improvvisamente diventa siciliano (giuro, entrambe quest’anno). Sono gravi, lo ribadisco. Una gravità inaudita.

Ve ne racconterò un’altra: pensate, uno studente ha detto che la forza elettromotrice è una forza. Un momento. Percepisco della perplessità: non vi sembra una castroneria? Magari provo a spiegarla meglio. La f.e.m., forza elettromotrice appunto, è un sinonimo di potenziale elettrico, ovvero di generatore di un circuito.

Come dite? Troppo tecnico? Va bene, allora vi racconto un’altra castroneria. Uno studente ha detto che in un materiale la luce ha velocità maggiore della velocità della luce nel vuoto. Ancora perplessi? OK, provo a spiegare anche questa: la luce nel vuoto viaggia a 300 mila km/s (la velocità della luce nel vuoto, appunto) mentre in un qualsiasi materiale, poiché interagisce con atomi e molecole, viaggia a velocità minore di 300 mila km/s. Tra l’altro, non conosciamo nulla al momento che possa viaggiare più veloce della luce, quindi insomma è molto grave come affermazione.

Ma non vi sento proprio convinti, c’è qualcosa, lo so, che comunque fa sembrare il Kafka siciliano un errore più grave. Vi dirò la verità, e ve la dirò da insegnante di fisica: ho percepito anche io questa disparità. Ma come mai?

Molto spesso la risposta è nella vita quotidiana. Capita più spesso che qualcuno si vanti di non saper risolvere le equazioni o capita più spesso che qualcuno si vanti per non leggere neanche un libro? Capita più spesso che qualcuno dica “troppi numeri già mi frigge il cervello” oppure “non sono mai stato bravo in matematica e fisica, mai capito nulla” o capita più spesso che qualcuno dica “non sapevo che nel mezzo del cammin di nostra vita fosse l’inizio della Divina Commedia di Dante”? Ecco, ci siamo capiti forse.

A dire il vero, nulla di nuovo, ma scontrarsi con la realtà dà sempre quel sottile brivido che solo i film di Indiana Jones sanno darti: lo sai che Harrison Ford si salva e ne esce vivo, però non puoi fare a meno di preoccuparti per lui. E così è stato.

Lo so, lo so: non sapere nulla di matematica e fisica è universalmente accettato in Italia come un difetto ammissibile. Guai a non sapere che la ginestra di Leopardi era quella del Vesuvio, invece sulla differenza tra nucleo e atomo possiamo chiudere un occhio. Facepalm.

Naturalmente non vorrei mai che accadesse il contrario, che la parte scientifica surclassasse la sezione umanistica, ci mancherebbe altro. Qui stiamo parlando di parti equamente fondamentali dello scibile umano. Il punto che voglio sottolineare è smetterla di considerare gli errori matematico-fisici meno importanti di quelli di letteratura. Perché non saper studiare una funzione è più universalmente accettato rispetto al non sapere il significato di X agosto di Pascoli? Ovvio, qui parlo principalmente di maturità scientifica, quella che sto facendo come commissario interno dal 17 giugno, ma il discorso si può applicare a qualsiasi indirizzo.

Non credo di esagerare se provo ad azzardare che questo atteggiamento non è il risultato bensì la causa di tutti i mali della cultura scientifica in Italia. La cultura umanistica è la cultura prevalente a scapito di quella scientifica, trascurabile per molti: mi pare un dato di fatto.

Come tutte le cose, colto il problema e compreso il conflitto che c’è dietro è necessario agire per impostare non una nuova supremazia ma anzi una nuova sinergia. Posso parlare solo per matematica e fisica, certo, ma credo possa essere un ottimo spunto di partenza per un eventuale dibattito serio su questo tema.

Probabilmente noi insegnanti di matematica e fisica dobbiamo rivedere tutti le nostre strategie e metodologie: è evidente che sono anni che non funzionano se un ex-ministro della Repubblica farebbe obiezione di coscienza pur di non risolvere equazioni e disequazioni. C’è qualcosa che non va nel docente quadratico medio di matematica e fisica; un’idea, magari malsana ma tendente alla verità, è che i docenti di matematica e fisica insegnano matematica e fisica come materie e non come parti di una materia unica, la scienza.

Sembra una sciocchezza, ma se ci pensiamo un attimo la differenza è gigante: considerare matematica, fisica e scienze tre materie separate delle superiori è esattamente ciò che le fa odiare. Gli studenti pensano spesso di avere tre compartimenti stagni, che si parlano poco e soprattutto (per loro) con tre voti differenti. Gli insegnanti possono anche essere diversi, ci sta, ma bisogna trovare un modo per fare interagire queste tre materie, esattamente come interagiscono italiano, storia e filosofia. La soluzione l’abbiamo sempre avuta davanti agli occhi, non abbiamo mai voluto vederla. Le tre materie scientifiche devono diventare un unicum in grado di comporre la mentalità scientifica di base, calibrata su una scala di grigi a seconda ovviamente dell’indirizzo di studi preciso della scuola superiore che si frequenta. E infine, perché no, aggrapparsi come in un giro di vite proprio alla letteratura, alla storia e alla filosofia.

È questo il salto di qualità richiesto: la cultura scientifica è trascurata perché come istituzione scolastica non siamo in grado di creare contenuti trasversali. Se il sistema educativo di un paese non riesce a rendere sistematico l’approccio scientifico, allora non ce la potremo mai fare.

Ora, la vedo molto dura attendere una riforma scolastica in questo senso, di questi tempi. Non sono solito dare consigli sul fai da te ma in questa fase onestamente mi sembra molto meglio che, in ogni classe, i docenti di queste tre materie accartocino ogni programma definito per immergersi nell’iperuranio della formazione culturale scientifica. È così, e lo dico anche io che in fondo poi sono solo un docente pivello: dobbiamo osare, caspita, sì che dobbiamo.

Focalizziamo la nostra attenzione sulla formazione culturale scientifica e non sulla conoscenza del singolo argomento. Quando gli studenti non sanno quale sia il contributo di Faraday alla scienza, non stanno soltanto ignorando una precisa casella di conoscenza: ignorano una domanda che non si sono posti e che noi docenti non siamo stati in grado di rendere evidente o sottolineare, ignorano la loro curiosità innata.

Se noi docenti scientifici non siamo in grado di stimolare questa curiosità, non riusciremo mai a ribaltare le sorti dell’area scientifica. Perché se noi docenti di fisica conosciamo bene Leopardi, Pascoli, Marx non è solo per cultura o per pavoneggiarsi, ma è perché la nostra curiosità si è spinta oltre la solita siepe per arrivare ad apprezzare la sete di conoscenza espressa a parole dalla letteratura o dalla filosofia. Per esempio l’emergenza Covid-19 lo ha dimostrato una cosa lampante. Improvvisamente tutti volevamo la scienza (anche non specifica del virus in certi casi, a volte proprio la metodologia della scienza), ma la vera domanda è: perché quella cultura scientifica richiesta non c’era già su grande scala tra il pubblico? Al di là delle potenziali risposte, facciamo prima un onesto mea culpa: noi insegnanti, ma forse anche semplicemente noi divulgatori, abbiamo sbagliato qualcosa.

Quello che voglio dire in questo post è che il problema di coloro che si vantano di non capire un’acca di matematica e la fisica e di coloro che lo ammettono con nonchalance è un problema che esiste ma che non va ribaltato, perché non è una gara tra umanesimo e scienza. Al di là delle effettive difficoltà, il fatto che ci siano lacune più tollerabili di altre rischia di relegare infine la scienza sempre in secondo piano, producendo danni che sul lungo termine potrebbero portare a un clima di sfiducia totale o di abnegazione totale verso la scienza: sono entrambe prospettive errate, perché la scienza si nutre di spirito critico.

Al contrario, questo problema indica che noi che insegnamo scienza dobbiamo trovare una soluzione, come ogni problema scientifico che si rispetti, per riuscire a stimolare le domande nel cuore degli studenti.

Le domande verranno agli studenti quando loro saranno pronti. Ma noi saremo pronti a rispondere con la soddisfazione di chi chiude una discussione o saremo pronti a scavare ancora di più nel loro cuore scientifico alla ricerca di nuove interessanti domande?

Questa è la vera sfida di chi insegna scienze, fisica e matematica.

2 thoughts on “5 minuti di letturaO’ Scienza, where art thou?

  1. Non trovo che nella vita reale non sapere la matematica o la scienza sia più accettato che non avere conoscenze di tipo umanistico: in realtà da noi si crede che la cultura in generale non sia molto utile. E questa mentalità si riflette molto sui ragazzi in età scolastica, che ritengono che si debba studiare non per imparare, ma per passare (a parte forse negli studi universitari).
    Uno dei grandi difetti della scuola italiana è non saper spiegare ai ragazzi a cosa serve avere le conoscenze che la scuola stessa fornisce…

    1. Sul fatto che i ragazzi e le ragazze puntino molto sul concetto di passare sono d’accordo. È la maledetta votofobia. I voti e le valutazioni attuali, che sembrano odorare di meritocrazia, spesso lasciano gli studenti in balìa di un vuoto culturale intorno ai loro studi, come una trincea. Ne ho parlato spesso anche su questo blog nella categoria di articoli etichettati come Diario di docenza.

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