Diario di docenza

10 minuti di letturaDopo l’emergenza Covid-19, ora rimettiamo la scuola al centro della nostra società

Questo anno scolastico resterà per sempre nella storia a causa dell’emergenza Covid-19 che ha costretto studenti e docenti a fare lezione da casa.

In un certo senso mi spaventa il fatto di averne fatto parte nel ruolo di docente, perché un giorno sarò l’anziano di turno che si troverà a raccontare come fosse la scuola in questo periodo e non so se sarò in grado di raccontarlo per bene.

Le cose che mi porto dietro

A oggi, ho pochi anni di esperienza come insegnante e non sono stato mai formato per stare in classe e svolgere il mio lavoro. La maggior parte delle cose che ho imparato mi sono arrivate tramite l’esperienza diretta con gli studenti e con i colleghi insegnanti più esperti. Ho molte lacune eppure comunque la società mi permette di svolgere una professione di cui sento ogni giorno la responsabilità culturale a livello di collettività. Ne sono fiero ma anche allo stesso tempo ne sento il peso importante che si snoda sul lungo termine, quando i ragazzi che ora sono nelle mie classi diventeranno adulti.

Sicuramente una cosa mi è chiara da questo mio periodo da insegnante: a me piace troppo questo lavoro, nel bene e nel male, a me piace insegnare. E lo dico nel senso più ampio e coinvolgente del verbo: insegnare nel senso di educare culturalmente.

Onestamente, non credo di essere sempre riuscito a insegnare nel modo giusto. Gli errori che ho fatto sono stati dovuti sicuramente alla mia poca esperienza e alla mia mancanza di formazione iniziale, visto che sono passato da fare ricerca sulle lenti gravitazionali nell’universo a gestire classi con trenta e passa adolescenti. Insomma, non è stato facile, non è attualmente facile. A tutto questo si unisce il fatto che io, docente, non sono un robot: c’è la mia vita con tutte le sue gioie e i suoi dolori a fare da sfondo. Questo non è necessariamente un male, se gestito come si deve; ma è inevitabile, dato che comunque il lavoro dell’insegnante è pur sempre un lavoro che richiede l’interazione tra persone.

Ho passato molto tempo a riflettere, a cercare di comprendere i miei errori per fare meglio nel futuro. Ogni anno scolastico mette i docenti di fronte a nuove sfide (il Covid-19 ne è una dimostrazione lampante) e ogni anno tutti noi insegnanti impariamo qualcosa di nuovo e importante prima di tutto su noi stessi e poi sulla scuola. Su questo blog ho sempre condiviso le mie riflessioni (potete leggerle nella categoria Diario di docenza) e di certo potrete notare una qualche evoluzione nei miei pensieri.

Le cose che tutti ci portiamo dietro

A causa dell’emergenza Covid-19 credo che quest’anno tutti noi abbiamo dovuto fare i conti con la nostra visione del mondo e dello stato delle cose in generale in modo quasi definitivo. Molte volte si è citato l’adagio secondo cui “non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità è il problema”. Infatti è così, è incontrovertibile: la normalità che abbiamo vissuto fino al 2019 ha creato tutte le condizioni che hanno portato oggi a farci riflettere.

Molti, a dire il vero, stavano già riflettendo da anni su tutti i problemi analizzati in questi mesi, sia della società sia della scuola. Voglio dire: non c’era bisogno certo dell’emergenza per capire le cose che non andavano (infatti, nel nostro piccolo qui su Quantizzando, i post del diario di docenza sono partiti mesi prima dell’emergenza sanitaria). Tuttavia è un bene che queste discussioni ora siano finalmente di ampio respiro, condivise tra tutte le parti della società.

Didattica a distanza e case degli italiani

Come sapete non sono un grande sostenitore della Didattica a Distanza (DaD); non lo sono stato sin da principio, ho sempre visto la DaD come uno strumento temporaneo che non può in alcun modo sostituire la didattica in presenza. Ho già fatto notare (in un precedente mio post) che comunque la DaD potrebbe essere utile per squarciare le pareti scolastiche in situazioni in cui ciò è richiesto, in cui magari i ragazzi e le ragazze hanno bisogno di un sostegno e di una guida maggiore da parte dei docenti. Ma solo inteso in questo senso didattico-educativo può avere senso, non come mera sostituzione. Naturalmente è utile usare la tecnologia come mezzo didattico per delle attività. Ma non è il caso di esultare perché finalmente ora si è sdoganato un nuovo modo di fare scuola: non è il mezzo il problema, è lo scopo. Usare la tecnologia non migliora le cose se manca uno scopio educativo e sociale nell’azione dei docenti.

Per ora, l’unico pregio che sembra avere avuto la DaD in questi mesi è quello di aver spalancato la scuola ai genitori, per davvero. Noi docenti siamo davvero entrati nelle case delle famiglie (non tutte, solo circa l’80% e questo è un problema grosso di infrastrutture e disuguaglianze su cui bisogna riflettere) malgrado diverse implicazioni per la privacy di cui bisognerà discutere seriamente.

Alla fine, la scuola, come servizio pubblico, è arrivata nelle case. Le tasse che i cittadini pagano sono tornate visivamente nelle case degli italiani. Le famiglie hanno potuto vedere solo un surrogato didattico, vero, ma comunque hanno potuto assaporare la tensione, il disagio, la qualità e la quantità della scuola dei figli sotto al loro naso.

Percorsi, non programmi da svolgere

Che cosa impariamo da tutto questo? Ora che tutti gli italiani hanno visto la scuola arrivare a casa, che cosa pensano della scuola? Si sono accorti che noi docenti avremmo bisogno di maggiore formazione pedagogica e psicologica prima di affrontare una classe? Sarebbe il caso di investire in tutto ciò e dirottare buona parte del PIL in questa direzione? Oppure magari va bene così? Magari i genitori, le famiglie si sono accorti che la scuola tutto sommato è sempre la stessa di 20-30 anni fa. Lezione, interrogazione e verifiche, voti verdi o rossi, sufficienze o insufficienze. E poi si riparte con questo ciclo.

Del resto io e molti miei colleghi coetanei (anche loro sbatacchiati nella scuola senza alcuna formazione specifica) siamo usciti da una scuola fatta così. E anche i genitori dei nostri alunni sono usciti da una scuola simile. Noi tutti siamo gli adulti di oggi: noi siamo coloro che, senza alcun merito a parte l’anagrafe, siamo chiamati a trainare la società verso una direzione sconosciuta e ovviamente pensiamo di farlo nel modo migliore possibile, democraticamente parlando. Molti di noi magari pensano che sì, la scuola che abbiamo fatto non era la migliore del mondo, ma educava, dava una disciplina, altrimenti ora non saremmo qui. Se siamo tutti in qualche modo, chi più chi meno, sopravvissuti e perché quel modello deve aver funzionato, malgrado tutto.

E quindi molti sono rimasti ancorati all’idea di programmi da svolgere; ma non è più così. Ci sono delle indicazioni ministeriali ma oggi la programmazione è per competenze, la scelta dei contenuti è a discrezione del docente (date le indicazioni nazionali) e questo vale per tutte le materie, non solo per l’italiano ma anche per la matematica e la fisica. Non ci sono cose che si devono assolutamente sapere, ci sono percorsi che bisogna scegliere per ogni classe. Percorsi, non programmi. Motivazioni, passione e ascolto di ciò che hanno da dire i ragazzi, non predellini per gli insegnanti.

Bisogna chiedersi, caso per caso, che cosa bisogna fare con una classe, o addirittura con un singolo studente, se necessario. L’esclusione di un argomento dal programma non rappresenta una rinuncia: è una scelta libera dell’insegnante che non può assolutamente essere vincolata o contestata, a patto che il percorso completo vada nella direzione dello sviluppo delle competenze previste. Volendo, questo è un aspetto didattico per cui ogni docente può anche essere valutato esternamente, per capire come migliorare nell’anno scolastico successivo.

Bisogna formare i docenti: è indispensabile

Ovviamente ciò che scrivo è ciò che vorrei riuscire a fare in futuro e anche ciò che vorrei vedere in futuro a scuola. Se da un lato comunque certe cose si imparano soltanto lavorando, d’altro canto il problema principale è sempre la mancanza di formazione per noi docenti: come si fa? Tutto è demandato alla voglia personale di ciascuno di noi di mettersi in gioco. Tutti noi facciamo continuamente errori e da questi estraiamo informazioni utili per la prossima volta. Ci auto-formiamo quando invece dovremmo aver già avuto una qualche formazione a monte.

Ciò che lega la situazione attuale a quella delle vecchie generazioni è proprio questo: i nostri docenti di una volta non avevano troppe nozioni di pedagogia o psicologia e ora non le abbiamo neanche noi nuovi docenti. Non è cambiato nulla, insomma.

E, mi dispiace dare questa notizia, giocoforza non saranno formati neanche i 72 mila nuovi docenti assunti dei prossimi concorsi pubblici per le immissioni di ruolo. Abbiamo fatto esplodere così tanto il precariato che ora giustamente è richiesta una soluzione lavorativa; peccato che tutto questo avverrà a discapito della formazione dal punto di vista pedagogico e psicologico dei futuri nuovi insegnanti.

Si investe tanto sulla tecnologia, sulle cosiddette didattiche innovative, ma invece ci si dimentica sempre di investire sul corpo docente, il quale è sempre trattato dai governi solo come un grosso gruppo di persone da accontentare dopo anni di ingiustizie e non come un potenziale gruppo umano da formare. Per esempio, per il governo in carica il problema è riempire le caselle delle supplenze e non preoccuparsi di chi verrà inserito in quelle caselle. È un’emergenza, si dirà. Già, ma ormai è sempre così da anni, anche prima del Covid-19.

Per questo sono preoccupato: io voglio insegnare e per farlo devo passare per un concorso che potrebbe darmi l’abilitazione e il ruolo. Ma che cosa cambia nel mio essere insegnante tra prima e dopo il concorso? Certo, avrò studiato per il concorso ma si tratta di studio autonomo, pressoché inutile alla propria formazione. Siamo tutti diplomati, laureati un paio di volte e alcuni anche dottorati: non c’è bisogno di dimostrare ancora una volta che sappiamo studiare. Il lavoro che siamo chiamati a svolgere è un lavoro culturalmente delicato: i ragazzi passano migliaia di ore a scuola e dovrebbero passarle con professionisti dell’educazione, non con persone selezionate a caso con quiz da settimana enigmistica su serie numeriche da riempire o su avverbi e frasi da completare.

Naturalmente non è colpa di noi aspiranti docenti, o almeno non direttamente. Noi vogliamo lavorare, dobbiamo lavorare. Siamo stati lasciati allo stato brado per anni e ora pretendiamo (giustamente) stabilità. Il dibattito sulla scuola in tutti questi anni è stato sterile, si è parlato solo di tagli e mai di investimenti. Da una parte i governi si sono dimenticati della scuola, d’altra parte la scuola non ha contro-agito, non ha sviluppato i giusti anticorpi per poter permettere di ribaltare la situazione una volta che i giovani studenti sono diventati adulti.

Ciò dimostra che probabilmente le politiche degli ultimi due-tre decenni sono state molto più invasive di quanto pensassimo: come società nel complesso siamo arrivati addirittura a non considerare la scuola un potenziale luogo di rilancio socio-culturale, di palestra di socialità e incontro educativo tra le persone.

Che fare?

In questi mesi ho detto più volte che è assolutamente il momento di costruire una nuova scuola pubblica. Non mi pare che il dibattito stia virando nella direzione (almeno) da me auspicata.

Tre esempi su tutti: 1) i soldi arrivano a pioggia per i computer (quindi si sta ancora pensando alla DaD?); 2) i nuovi docenti saranno nel migliore dei casi assunti tramite concorso (e la formazione?), nel peggiore dei casi prelevati da terza fascia (e la formazione?); 3) i programmi non esistono e il docente crea i propri percorsi, ma poi, almeno per le materie di indirizzo, tutto diventa vincolante a causa della seconda prova dell’esame di stato, e di questo naturalmente non si parla mai, la maturità è sacra in Italia, guai a chi tocca la notte prima degli esami, ma che scherzi.

Che fare quindi? A questo punto ritengo ci sia una sola soluzione: unirsi. Noi docenti, precari e non, dobbiamo unirci seriamente per rigirare la scuola come un calzino. L’emergenza Covid-19 ha dimostrato in modo inequivocabile che i docenti sono fondamentali, che la passione e la dedizione degli insegnanti è cruciale per mandare avanti la scuola. Dobbiamo chiedere che si investa sulla nostra formazione, ogni anno perché il mondo è in continua evoluzione. Dobbiamo chiedere di avere classi meno numerose per poter seguire meglio tutti gli studenti e svolgere il nostro lavoro in modo più tangibile su ciascun alunno. Dovremo scioperare? Dovremo manifestare ed esporci più di quanto abbiamo mai fatto nelle nostre vite? Se dovrà essere fatto lo faremo, ma non lo faremo per noi adulti, sarà fatto per i nostri ragazzi e per le future generazioni. Non chiederemo solo di poter lavorare meglio, ma chiederemo di poter lavorare meglio per le future generazioni, chiederemo di essere formati per poter formare meglio chi verrà dopo di noi e prenderà le scelte per evitare le prossime crisi ambientali, sanitarie, economiche.

Serve ai docenti soprattutto il supporto sociale delle famiglie, le quali ci hanno visto entrare nelle loro case, che ci hanno in qualche modo compreso nelle nostre difficoltà, e che forse ora sanno più che mai che i docenti non sono autorità ma sono davvero loro alleati e compagni in un processo educativo in cui provano a spendersi totalmente ogni giorno malgrado sia una battaglia donchisciottesca per cause che dipendono dall’inerzia ministeriale a portare avanti la baracca senza un progetto lungimirante che si concentri proprio sulla diretta formazione degli insegnanti, quindi indirettamente sui ragazzi.

Dobbiamo essere tutti uniti, tutti insieme per chiedere che la scuola sia tra i primi posti dell’azione esecutiva e legislativa dello stato. Se non lo faremo neanche questa volta, gli attuali studenti diventeranno come noi, adulti che diranno a loro stessi, magari per darsi coraggio di fronte alle avversità che dovranno affrontare nei prossimi decenni, di essere comunque sopravvissuti a una scuola che appariva pessima ma che forse tanto male non era.

Se dopo settembre 2020 tutto resterà ancora uguale, se tutto resterà ancora “normale”, allora noi adulti di oggi avremo ancora una volta fallito pesantemente e rischieremo di vedere fallire anche i nostri figli. E forse non avremo possibilità di redimerci, se non avremo la volontà di farlo di fronte a una pandemia Spezziamo questo ciclo maledetto, ognuno faccia il possibile secondo le sue possibilità dentro e fuori la scuola.

E, soprattutto, rimettiamo la scuola tra le priorità del nostro impegno sociale. Non c’è da aspettare un’altra occasione: dopo il Covid-19, piuttosto che essere relegata ai margini delle scelte economiche e sociali, la scuola deve diventare davvero il baricentro in grado di pesare gli equilibri attorno a cui costruire la nostra società.


EDIT 18/05/2020 Oggi su Internazionale è uscito questo ottimo articolo di Franco Lorenzoni contro la pigra e ingiusta pretesa di dare i voti durante la didattica a distanza. Lo condivido totalmente e consiglio la lettura. L’unico neo di questo articolo, a mio avviso, è quello di non spingere per l’importanza della formazione dei docenti, perché chi insegna ha bisogno di basi pedagogiche e psicologiche da cui partire, non può sempre imparare tutto solo dalla propria esperienza.

4 thoughts on “10 minuti di letturaDopo l’emergenza Covid-19, ora rimettiamo la scuola al centro della nostra società

  1. Grazie, c’era bisogno che qualcuno lo dicesse. Seguo Quantizzando da diverso tempo e quest’anno è stata una piacevole sorpresa il diario della docenza. Sono un’insegnante anch’io, con un percorso simile (dottorato, ricerca e poi l’amore per la scuola) e condivido pienamente tutto quello che hai scritto. Alcuni potrebbero ribattere che i 24 cfu colmino le lacune pedagogiche, ma non è così: la pedagogia deve anche essere vissuta, applicata, compresa, non solo studiata tra 4 pareti in modo amorfo come successione di teorie e, purtroppo, in Italia ancora non è stato compreso. Spero davvero che questa emergenza porti ad un cambiamento, ma sono poco fiduciosa, basti pensare all’esame di stato che si farà in presenza perché imprescindibile rito di passaggio… (e grazie anche per l’articolo sull’esame di stato, anche quello condivisibile al 100%, anche da me che insegno materie letterarie e non matematica e fisica)

  2. Grazie, c’era bisogno che qualcuno lo dicesse. Seguo Quantizzando da diverso tempo e quest’anno è stata una piacevole sorpresa il diario della docenza. Sono un’insegnante anch’io, con un percorso simile (dottorato, ricerca e poi l’amore per la scuola) e condivido pienamente tutto quello che hai scritto. Alcuni potrebbero ribattere che i 24 cfu colmino le lacune pedagogiche, ma non è così: la pedagogia deve anche essere vissuta, applicata, compresa, non solo studiata tra 4 pareti in modo amorfo come successione di teorie e, purtroppo, in Italia ancora non è stato compreso. Spero davvero che questa emergenza porti ad un cambiamento, ma sono poco fiduciosa, basti pensare all’esame di stato che si farà in presenza perché imprescindibile rito di passaggio… (e grazie anche per l’articolo sull’esame di stato, anche quello condivisibile al 100%, anche da me che insegno materie letterarie e non matematica e fisica)

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.