8 minuti di letturaL’insostenibile inutilità dell’esame di maturità

Ogni anno, a giugno, una marea di ragazze e ragazzi si ritrova ad affrontare un’inutile fatica: la maturità.

In questo post proverò ad argomentare ciò che penso a riguardo: a molti non piacerà, già lo so. Tuttavia non pretendo di avere la verità assoluta nelle mie mani; anzi, mi piacerebbe che si generasse una seria e serena discussione di questo problema, magari nei commenti di questo post, se volete aggiungere elementi che magari potrebbero essermi sfuggiti.

Non solo per arrivare a un qualche tipo di conclusione, ma soprattutto per parlarne: si tratta di parlare del futuro dei nostri figli, quindi del futuro di tutti.

Partiamo da un dato di fatto ormai incontrovertibile: il voto di maturità è irrilevante. Le ragazze e i ragazzi possono iscriversi all’università e fare alcune prove di ammissione anche mesi prima dello svolgimento della maturità.

Smettiamola di far credere ai nostri figli che devono essere orgogliosi per aver ottenuto un numero che non dice assolutamente nulla su chi realmente sono e su quanto davvero valgono.

La maturità si limita a confermare quanto di buono o non buono è stato fatto nel corso dei cinque anni di scuole superiori. Conferme che però sono già incluse negli scrutini finali del quinto anno, cioè giusto qualche giorno prima dello svolgimento della maturità. L’esame di maturità si limita solo a trasformare lo scrutinio finale in un voto in centesimi uniforme su scala nazionale. Qualcosa di inutile, insomma. Perché un ragazzo ammesso all’esame e quindi scrutinato su un arco temporale di mesi dovrebbe essere bocciato dopo un esame di tre giorni? Dov’è la funzione educativa della scuola?

La maturità non è un momento di passaggio: è solo una bega burocratica su cui lo stato spende milioni di euro. Perché mai la realizzazione di un tema d’italiano dovrebbe essere un momento di passaggio? È una cosa che le ragazze e i ragazzi fanno dalla prima elementare. Durante il quinto anno hanno già fatto svariate volte: perché il tema di giugno dovrebbe avere più valore del tema di aprile?

Anche le seconde prove di indirizzo sono assolutamente inutili perché non certificano le competenze: si tratta ogni anno di una prova uguale per tutti e che quindi per definizione non tiene assolutamente conto dei progressi fatti dal singolo studente. Per com’è strutturata, la seconda prova attuale è solo un grosso scoglio su cui tutti vanno a sbattere. Perché studiare una funzione matematica dovrebbe essere un momento di passaggio? Perché fare una traduzione dal greco o dal latino dovrebbe essere un momento di passaggio? Dov’è la funzione educativa dell’esame di stato?

Il colloquio orale è inutile: un’ora a discutere argomenti estratti da una busta (forse, eh, bisogna vedere ogni anno come funziona) come se si fosse a un quiz televisivo (e questa metafora fa paura, se ci pensate…). Se una ragazza o un ragazzo mi parla bene dell’induzione elettromagnetica, che cosa vuol dire esattamente? Che competenza sto certificando visto che si tratta di un’esposizione orale che ho probabilmente già sentito durante l’anno? Se poi l’obiettivo è la multidisciplinarità, beh, nulla da dire, ma perché farlo per forza con un colloquio? Ci sono altri modi per mostrare questa competenza? Se sì, perché non si prova a fare qualcosa di diverso? Sempre ammesso che queste benedette competenze non siano state già certificate durante l’anno, perché altrimenti diventa di nuovo inutile fare la maturità, cioè verificare di nuovo, per l’ennesima volta, la stessa cosa.

Altro fattore fondamentale di cui ho già parlato spesso su questo blog: l’esame di stato condiziona pesantemente le attività didattica dell’ultimo anno o comunque, magari sotto traccia, di tutto il quinquennio. Gli studenti si abituano presto all’idea che dovranno fare l’esame di stato attuale: gli esercizi, le prove, le attività già dal terzo anno iniziano a essere pensate per l’apice della maturità. I docenti, soprattutto quelli delle materie di indirizzo, hanno praticamente l’obbligo di preparare alla seconda prova e la loro didattica curva pesantemente a causa di questo vincolo. Come si può chiedere da un lato di trovare forme alternative di didattica e dall’altra chiedere di preparare gli studenti a risolvere, per esempio, una prova standard di matematica e fisica? Allucinante. L’esame di stato non è quindi solo l’ultimo anello di una catena: bensì è il motore che alimenta tutti gli altri elementi della catena, il meccanismo che detta le regole didattiche, malgrado tutte le innovazioni e invenzioni possibili.

Infine ultimo, ma non meno importante. Il racconto mitologico costruito attorno all’esame di stato è impressionante: canzoni, film, servizi al TG ogni anno a giugno non fanno altro che alimentare questo mito in cui buona parte degli italiani si crogiolano (soprattutto noi adulti, ammettiamolo). Spesso più che altro si nasconde la voglia dei ragazzi di togliersi dalle scatole l’esame e si monta l’aspetto epico della faccenda. E l’aspetto epico in realtà è quello più fuorviante: io, studente, sto facendo qualcosa di inutile e tutto il mondo attorno me lo fa passare come un momento formativo ed essenziale per la mia vita. Beh, non è così: che cosa mi dà in più l’esame di stato, in termini educativi e formativi, rispetto a ciò che ho fatto finora in classe?

Si potrebbe obiettare che l’esame di stato prepara gli studenti a ciò che verrà dopo nelle loro vita. Beh, certo, si potrebbe; ma in questo modo allora ammettiamo che non stiamo più certificando le competenze acquisite al termine del ciclo di studi e quindi stiamo facendo un’altra cosa che non ha nulla a che vedere con gli obiettivi dell’esame di maturità. E allora, di nuovo, sarebbe inutile farlo.


Secondo me ci sono due possibili soluzioni.

La prima, la più rapida, è abolire l’esame di stato: ho finito il quinto anno, sono stato scrutinato, vuol dire che ho svolto il mio percorso educativo con successo. Ottimo, bona, fine.

Altra possibilità: se vogliamo invece tenere una prova finale al termine del percorso di cinque anni, allora dobbiamo assolutamente modificare l’attuale forma. Sarebbe bello se l’esame di stato fosse un momento anch’esso formativo. Ogni studente potrebbe iniziare a lavorarci, con l’aiuto degli insegnanti, già dall’inizio del percorso di studi. Potrebbe essere un lavoro pratico, una qualsiasi forma creativa che sia anche un momento di riflessione per guardare al proprio percorso educativo. Ho imparato, ho sbagliato, ho capito. Ma anche gli aspetti negativi, di crescita. Non ho imparato, non ho capito. Sarebbe bello la creazione di un progetto in grado di svilupparsi su più anni, anche su più livelli cognitivi. L’idea di progettare è associata in modo naturale all’idea di scoperta, all’iniezione di idee e al sincretismo scolastico. Ovviamente tutto ciò sarebbe possibile solo se il numero di studenti per classe non fosse spropositato, così che ogni insegnante, nelle sue 18 ore mattutine, sia in grado di guidare con grande qualità ciascun studente.

Un nuovo tipo di esame di stato richiede un impegno: bisogna sbarazzarsi dell’aspetto selettivo della scuola. Non si va a scuola per essere selezionati, si va a scuola per imparare insieme, insegnanti e studenti. Mi rendo conto che tutto questo richiede un cambio di paradigma mastodontico. È un cambio così enorme che neanche un’emergenza globale come il Covid-19 è riuscito nell’impresa di portare questa riflessione all’ordine del giorno nel dibattito sulla scuola.

Smettiamola di lasciarci raggirare dal falso mito della selezione a 18 anni, della verifica di competenze già verificate nell’anno e negli anni precedenti. L’unica vera competenza che si raggiunge con l’esame di maturità è la consapevolezza di aver appena fatto un esame completamente inutile.

Invece, anche durante la pandemia, l’unica preoccupazione, fin dal primo momento, è stata fare l’esame di stato, portare i ragazzi in classe. Ma perché?

Si è detto (e si dirà ancora nelle prossime settimane): è un’esperienza troppo importante per i ragazzi; non li si può privare anche di questo; è un momento speciale della loro vita; ah, cavolo la notte prima degli esami; oh no, l’ansia delle prove, che momenti indimenticabili nel bene e nel male. Ah, ragazzi, quante cose vi perderete, che peccato.

Sembra quasi che gli adulti vedano l’esame di maturità come una cerimonia laica, un rito ancestrale di iniziazione (a cosa poi? boh!) per diciottenni. Questa visione rituale da parte degli adulti – visione che spesso si sente anche nei consigli di classe! – è molto deludente perché trascende da qualsiasi aspetto educativo.

Abbiamo tutti forse delle gran storie da raccontare del nostro esame di maturità o comunque dei giorni prima e dopo quell’esame. O forse no, magari qualcuno non ricorda proprio niente di quei giorni. Ma in fondo cosa importa? E a chi importa davvero? Stiamo parlando di noi, parliamo sempre e solo di noi, delle nostre singole vite: insomma puro egoismo. Non stiamo discutendo dell’effettiva utilità educativa dell’esame. Stiamo solo portando avanti una tradizione laica che appartiene al vissuto di ciascuno. È solo per questo che crediamo sia importante: l’abbiamo fatto noi.

[…] C’è un’enorme differenza tra un Robespierre che si è presentato una volta nella storia e un Robespierre che torna eternamente a tagliare la testa ai francesi. Diciamo quindi che l’idea di eterno ritorno indica una prospettiva nella quale le cose appaiono in maniera diversa da come noi le conosciamo: appaiono prive della circostanza attenuante della loro fugacità. Questa circostanza attenuante ci impedisce infatti di pronunciare qualsiasi verdetto. Si può condannare ciò che è effimero? La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina. Or non è molto, mi sono sorpreso a provare una sensazione incredibile: stavo sfogliando un libro su Hitler e mi sono commosso alla vista di alcune sue fotografie; mi ricordavano la mia infanzia; io l’ho vissuta durante la guerra; parecchi miei familiari hanno trovato la morte nei campi di concentramento hitleriani; ma che cos’era la loro morte nei campi di concentramento davanti alla fotografia di Hitler che mi ricordava un periodo scomparso della mia vita, un periodo che non sarebbe più tornato? Questa riconciliazione con Hitler tradisce la profonda perversione morale che appartiene a un mondo fondato essenzialmente sull’inesistenza del ritorno, perché in un mondo simile tutto è già perdonato e quindi tutto è cinicamente permesso. […]

L’insostenibile leggerezza dell’essere, Milan Kundera

Probabilmente non c’è un solo motivo educativo decente per fare l’esame di stato alla fine del quinto anno delle superiori, nelle modalità in cui si fa attualmente, oltre ai normali scrutini di fine anno.

Magari se fosse qualcosa di diverso, pensato come lavoro spalmato su un intero triennio o quinquennio, ecco magari ci si potrebbe ragionare sopra. Se a scuola si lavorasse sulla scoperta e la consapevolezza di ciò che si è come persona, avere un momento di incontro e discussione alla fine del ciclo di studi sarebbe altamente educativo. Non un semplice colloquio con ruoli ben definiti, bensì delle giornate in grado di esprimere i veri obiettivi formativi della scuola. Un momento utile anche agli studenti per avere un ricordo positivo della scuola quando poi saranno genitori o insegnanti domani.


La discontinuità forzata di quest’anno, dovuta purtroppo a una pandemia, deve assolutamente essere usata come il momento per ripensare, per riflettere.

Non è facile: questa riflessione non è stata fatta quando si poteva fare con calma, figurarsi ora. Eppure sono convinto che molti insegnanti, soprattutto giovani (quindi il futuro nucleo fondante del corpo docente italiano), hanno a cuore questo problema. I giovani docenti, soprattutto quelli precari, stanno vivendo sulla loro pelle tutto ciò che ho raccontato in questo post: l’inutilità della modalità di svolgimento, l’inutilità del voto, l’inutilità di selezionare, l’inutilità del racconto epico-mitologico. E abbiamo visto come, vincolando l’attività didattica, l’esame di stato sia l’architrave che tiene tutto in piedi.

L’attuale esame di stato è già uno strumento stantìo, anacronistico, totalmente inadeguato: non può più essere parte di una scuola del futuro in cui la didattica sarà finalizzata soprattutto verso la crescita personale e la scoperta di sé.

Un pensiero riguardo “L’insostenibile inutilità dell’esame di maturità

  • 25 Giugno 2020 in 23:33
    Permalink

    D’accordo su tutto…penso debba essere fatto un ragionamento globale partendo anche dalle età inferiori…penso che la vera rivoluzione scolastica risieda nell’incidentalita e nelle relazioni vere fuori da ogni schematismo…difficile spiegarsi in poche righe comunque mi sento di consigliare i bollettini dell’esquela moderna di Francisco Ferrer

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