Diario di docenza

12 minuti di letturaÈ davvero l’ora di costruire una nuova scuola pubblica

Tutti attendiamo di tornare alla normalità pre-Covid-19, ma in realtà non dovremmo. È stata proprio quella normalità a gettare le basi per l’esistenza stessa dell’attuale emergenza. Se il virus si è diffuso è per l’incredibile pressione economica sul processo produttivo e consumistico; se gli ospedali non erano pronti è proprio per i tagli dettati dalla politica.

Anche la scuola è stata colpita duramente dall’emergenza sanitaria: da una parte ci siamo accorti di quanto sia importante come istituzione nella società, dall’altra abbiamo visto la totale inadeguatezza dell’attuale situazione in cui la scuola naviga sempre a causa di tagli e inadempienze da parte della classe politica italiana.

La ministra dell’istruzione Azzolina ha dovuto fronteggiare l’emergenza e ha adottato alcune soluzioni. Sicuramente si poteva fare di meglio, e sicuramente questo meglio andava fatto prima, molto tempo fa. Le varie misure elencate nel decreto, giuste o sbagliate che siano, in realtà non fanno altro che far emergere problemi atavici della scuola italiana che l’emergenza ha reso elefanti negli uffici del MIUR.

Il peccato originale: la votofobia

Gli insegnanti hanno criticato molto il decreto scuola della ministra Azzolina. Una delle maggiori critiche fatte è stata l’inopportunità di dichiarare tutti gli studenti ammessi con ampio anticipo rispetto alla fine dell’anno scolastico.

Ma perché dovrebbe essere un problema questo, secondo gli insegnanti?

Perché da anni ormai la scuola è ossessionata dal voto, a livelli quasi di dipendenza. Alcuni docenti allora si rendono conto conto che verrebbe a mancare il ricatto scolastico, cioè il coltello dalla parte del manico nelle mani dei docenti. Ovvero: come si possono tenere gli studenti attenti alle lezioni se sanno già che sono promossi?

Ora, lo dico senza alcuna pretesa retorica: se così fosse, è una cosa gravissima. Voglio dire: da insegnante comprendo il potere del ricatto scolastico, della votofobia quotidiana sia di studenti sia di insegnanti; ma è assolutamente ingiustificabile sentire degli insegnanti lamentarsi di non poter più applicare questo ricatto, in una visione alquanto giustizialista della valutazione scolastica.

La votofobia infatti è ormai insita nella testa non solo degli studenti, ma anche dei docenti. Per i docenti il voto, con griglie di valutazione che pretendono di essere oggettive (ma lo sono? esistono valutazioni oggettive?), mette al riparo da ricorsi e rogne varie. Gli studenti invece non solo vedono il voto come un modo per sentirsi premiati, ma hanno ormai capito da tempo che si tratta anche di un potente strumento di competizione sociale (e questo spiega perché molto spesso anziché lamentarsi del proprio voto, si lamentano del loro voto in rapporto a quello degli altri).

A volte sono loro i primi a esigere un voto, perché hanno capito che, malgrado i rischi di beccare un’insufficienza, il voto è un certificato che li solleva dalla fatica di riflettere sul loro operato: se il voto è buono, allora OK, se il voto non è buono, allora ci pensiamo la prossima volta. I ragazzi per loro natura non sono lungimiranti, e ci mancherebbe che lo fossero; ma la votofobia, intesa anche come la paura di non ricevere un voto, li rende ormai smarriti e dipendenti da quei numeri ogni singolo giorno della loro vita scolastica.

Insomma, se ne potrebbe parlare per ore, ma il punto è che la votofobia è un disagio sociale sia per gli studenti sia per gli insegnanti. È questo duplice aspetto che la rende difficile da eliminare.

Inventarsi una nuova didattica

Anziché lamentarci della perdita del ricatto scolastico e del giustizialismo degli scrutini, questo dovrebbe essere proprio il momento di riflettere: dobbiamo pensare a una scuola senza votofobia, dove la didattica deve evidentemente avere altri approcci.

Questa fase in cui noi docenti siamo liberi dal voto è la grande occasione per permetterci di osare come mai abbiamo fatto finora. Paradossalmente (ma non troppo) la mancanza del ricatto scolastico favorisce tutti: possiamo davvero insegnare qualcosa, svincolati da programmi e da inutili seconde prove dell’esame di stato, pur sempre rispettosi delle linee guida principali.

Perché in fondo, a che serve la bocciatura? Che cosa si spera di ricavare dal punire un ragazzo tra i 13 e i 18 anni a ripetere lo stesso anno? Dov’è l’aspetto rieducativo della bocciatura?

Anche senza bocciatura resta aperto comunque il problema della valutazione. Insegnare vuol dire permettere una qualche forma di apprendimento e, verrebbe da dire a molti, questo porta al diritto degli studenti di essere valutati su quell’apprendimento.

Già, ma che vuol dire valutare? Una verifica scritta con la testa sul banco, un’interrogazione che può generare ansia perché sarà emesso un giudizio, sono esempi di valutazioni inutili; purtroppo la burocrazia (e i suoi tempi), l’inesperienza dei primi anni, la mancanza di formazione e, in seguito, l’assuefazione e l’abitudine, sono tutti elementi che concorrono a un adagiamento degli insegnanti su questi standard, diciamo così, classici. Per non parlare poi di quelle situazioni in cui volano dei voti assolutamente incomprensibili, tipo due meno, uno e mezzo.

Vi dirò un segreto: anche io una volta presi due in matematica (sul quadrato di un trinomio), un’interrogazione alla lavagna in primo liceo scientifico. Quale fu il valore educativo di quel voto così negativo? Ve lo dico io: nessuno, persi completamente la fiducia nel prof perché non avevo ricevuto un feedback su quella valutazione. Ciò che entrò nella mia mente fu solo come fare ad alzare la media, a prescindere dall’obiettivo di apprendimento che avrei dovuto raggiungere. Ma quindi, a che serve il voto numerico se non a stimolare l’ossessione per la media e quindi la votofobia anche negli studenti?

Resta il problema della valutazione in sé. Che cosa vogliamo valutare davvero? La capacità di risolvere un problema di induzione elettromagnetica, oppure la capacità di aiutare gli altri a risolvere un problema di fisica? Il fatto di avere una classe, che senso ha se ciascuno riceve un voto individuale e va per la sua strada? Sono domande a cui non si dà risposta nei decreti, ma a cui si dovrebbe pensare in modo critico se si ha a cuore il futuro della società.

In questa situazione di sospensione non dovremmo sentirci a disagio ma dovremmo avere il coraggio di sperimentare nuove metodologie didattiche e di valutazione. Anzi, dirò di più: dovrebbe essere proprio il MIUR a incentivare tutto ciò e poi magari valutare questa esperienza come formativa per un prossimo futuro.

A distanza, ma solo se parcheggiati e sorvegliati?

Come ho già detto su questo blog, la didattica a distanza non può assolutamente sostituire la didattica in presenza. Pensare a una scuola fatta solo di didattica a distanza vuol dire certificare la morte dell’istruzione e dell’educazione. La spinta feroce di queste ultime settimane, dettata soprattutto dall’emergenza covid-19, è però parsa davvero fuori luogo. Ora che sono passate diverse settimane ne possiamo parlare, credo, con maggiore lucidità.

Prima di tutto, ma questo era chiaro sin dall’inizio, le opportunità digitali non sono le stesse per tutti. Questo è un problema gigante che può essere risolto solo in modo strutturale e non può essere trascurato se si vuole ancora usare la didattica a distanza come supporto futuro.

Altra questione: la scuola non è un parcheggio per i ragazzi. Ho sentito, in prima persona e non solo, genitori elogiare/criticare scuole e insegnanti perché magari svolgono/non svolgono la didattica a distanza per tutte le ore mattutine. I genitori sia che si lamentino sia che critichino comunque si ritrovano a dire che è un bene che i ragazzi siano impegnati tutta la mattina.

Ora, io non ho figli, ma se li avessi avuti mi sarei lamentato e molto se fosse stato obbligato a stare sei ore davanti a uno schermo tutta la mattina ad ascoltare i prof che parlano, esattamente come non vorrei che accadesse in classe. Solo perché molti di noi, attuali genitori e docenti, abbiamo fatto un certo tipo di scuola (anche rigida) non vuol dire che tale modalità debba essere trasmessa ancora alle generazioni future. Credo sia una considerazione banale, ma a quanto pare la didattica a distanza sembra aver annullato questo concetto, sebbene si tratti di un aspetto tecnologico di questo momento particolare (e questo la dice tutta sul fatto che il digitale spesso sia solo una maschera). Ci sarebbe bisogno di ripensare molto profondamente all’idea di scuola; ma il problema è che, a loro volta, i genitori subiscono un ricatto ancora peggiore di quello educativo subito dai ragazzi con la votofobia.

Infatti è chiaro che la scuola è un supporto validissimo per situazioni di lavoro complicate e precarie. Anzi, purtroppo a volte è l’unico supporto: questo è un problema grosso per chi lavora, ma come fare altrimenti? Da una parte bisogna stare attenti a non svalutare la presenza dei ragazzi a scuola soltanto come un semplice travaso giornaliero di corpi, a non pensare alla scuola solo come un parcheggio, appunto; d’altra parte questa svalutazione è in pieno atto proprio a causa dei problemi di giustizia sociale che affliggono della nostra società, del mondo del lavoro, a causa dei soprusi di un sistema di produzione che obbliga chi lavora a trovare nella scuola l’unico sostegno per la propria situazione economico-sociale. La scuola è il nodo centrale diretto e indiretto di un sacco di problemi della nostra società, a quanto pare.

E i ragazzi? Sono stati interpellati in questa decisione? A proposito: vengono mai interpellati? Beh, certo, gli studenti sono chiamati in causa solo per i dati OCSE-PISA, per dire loro che sono ignoranti e trovare scuse farlocche per digitalizzare la scuola. Ma poi senza alcun progetto lungimirante ma sempre per un aspetto di facciata: infatti, se l’esame di stato resta una brutta copia di un esame universitario, come fanno i docenti a svincolarsi? E comunque sia non è vero, ragazzi, non è vero che siete ignoranti: fateli fare ai vostri genitori i test INVALSI e poi vediamo che succede.

In tutto questo, ci siamo completamente affidati a multinazionali informatiche anima e core a Google, Microsoft e compagnia. Non c’è alternativa, c’è stato detto, c’è fretta di lavorare e far funzionare tutto. Come diceva Thatcher, insomma. Ovviamente non è vero: la verità è che non si è mai lavorato per questo al MIUR in tutti questi anni. Eppure optare per il software libero vuol dire avere a cuore le esigenze delle persone, degli studenti anziché le necessità di grandi aziende private.

Nonostante ciò, sembra incredibile ma in Italia ci sono anche esempi più o meno felici di piattaforme digitali open source gestite dalla scuola. È il caso del progetto FUSS che va avanti da 10 anni in Alto Adige: software libero a disposizione di tutte le scuole della provincia, con tanto di squadra di tecnici e insegnanti a supporto. La scelta del progetto FUSS di usare software libero non è una scelta solo economica, ma è soprattutto una scelta etica, legata alla libertà d’insegnamento e alla filosofica del libero accesso per tutti alla conoscenza e all’informazione.

Voi direte: perché non si è esteso questo splendido progetto a tutta l’Italia già da 10 anni a questa parte? Eh, boh.

Tuttavia (per questo dicevo più o meno felici), proprio in questi giorni, è saltato fuori che la regione ha tagliato i fondi al progetto FUSS con l’obiettivo di chiuderlo definitivamente. Davvero incomprensibile.

Visto che il MIUR non ascolta, tocca a noi insegnanti attrezzarci dal basso. Per esempio, il progetto OpenDidattica punta a fare questo. Sto partecipando anche io a questo progetto insieme ad altri docenti molto più preparati di me. L’obiettivo è dare la possibilità a chi vuole di usare software open source come Moodle e Jitsi per la gestione della didattica a distanza (a proposito, se volete partecipare scrivetemi a sciarlariello(at)quantizzando.it).

Si sta come d’autunno in classe i polli

La ministra Azzolina ha annunciato, a margine della conferenza stampa sul decreto scuola, che la riapertura a settembre è da verificare poiché c’è il problema delle cosiddette classi pollaio, classi con troppi studenti (a volte 30) in un’unica aula. Sono anni che esistono queste classi, sono l’ordinarietà.

Il problema non è capire ora come distribuire gli studenti nelle classi, ma piuttosto capire per perseguire quale benedetto obiettivo didattico finora la classe pollaio è stata permessa.

Si può fare lezione con 30 persone in classe? Si può fare didattica innovativa con 30 persone in classe? Se finora il MIUR ha spinto e finanziato il digitale nelle scuole senza spingere e finanziare l’ampiamento edilizio allo stesso modo, evidentemente il MIUR ha pensato che la risposta a queste mie due domande fosse affermativa.

Ora, improvvisamente non è più così, però. Ora diventa tutto inconcepibile. Dove neanche il terremoto ha potuto, il covid19 è arrivato: è necessario investire sull’edilizia scolastica, dice il MIUR.

La verità è che è inconcepibile pensare che se non ci fosse stata la pandemia Covid-19 non avremmo mai visto affrontare seriamente il problema. Ma prima di esultare, vediamo che cosa succede da qui a settembre.

Qual è il ruolo sociale dell’insegnante?

Un’altra misura importante del decreto scuola è quella che rimanda l’apertura delle graduatorie dei docenti precari all’anno prossimo. Al di là di tutti i problemi che questa scelta creerà (e di cui ci occuperemo presto da qui a settembre, perché sarà un delirio), sono le motivazioni a destare perplessità.

Secondo il MIUR non è possibile aggiornare le graduatorie perché le domande sono tutte cartacee. Ohibò. Quando si tratta di chiedere ai docenti di fare obbligatoriamente didattica a distanza da un momento all’altro invece i problemi tecnici non ci sono più, puff, spariscono. Per non parlare del fatto che l’ultima volta le graduatorie sono state aggiornate a maggio 2017, con notevoli problemi per quanto riguarda lo smaltimento delle domande cartacee: in tre anni nessuno ha pensato che potesse essere una buona idea digitalizzare questa procedura per il 2020? Ovviamente no, visto che la scuola è sempre uno degli ultimi problemi in Italia. In questo caso poi c’erano di mezzo anche lavoratori precari, quindi figuratevi.

I docenti sono sempre l’ultima ruota del carro. Precari di contratto e di ruolo sociale. I docenti dovrebbero essere quelle persone che spalancano le menti dei nostri figli, la figura del docente dovrebbe essere prima di tutto un punto di riferimento sociale. Non sono né dei babysitter, né delle enciclopedie che parlano di cose strane. Sono esseri umani che svolgono un lavoro fondamentale per la comunità e quel lavoro dovrebbe essere educare socialmente i futuri cittadini.

In condizioni annualmente precarie, con uno stipendio basso rispetto all’impegno profuso e alle responsabilità educative, i docenti sono sempre quelli che devono adeguarsi, capire, cambiare senza mai ricevere uno straccio di formazione e immersi in una classe di 30 persone, ogni giorno. È naturale che la votofobia dilaghi quando si mette a rischio la salute mentale di chi lavora. E torniamo quindi alla radice di tutti i mali, il cerchio si chiude.

Ma uno stipendio più alto e le assunzioni se di certo aiutano non risolvono il problema principale: i docenti devono essere ascoltati, come classe sociale; i docenti non possono essere lasciati deperire sminuendo il loro ruolo sociale in una scuola sempre più accartocciata su se stessa. Se si deve cambiare, bisogna farlo partendo dal basso, non dall’alto.

Che fare?

Nessuno vuole semplificare la situazione o dire che sarebbe stato facile. Il punto qui è che abbiamo l’occasione per cambiare la percezione, il ruolo della scuola e l’impatto educativo sulla società.

Immaginiamo per un attimo una scuola senza bocciature, senza voti numerici ma con valutazioni volte al successo formativo di tutti, senza lasciare nessuno indietro; una scuola in cui essere una classe ha un valore, non è solo un modo per aggregare persone in uno spazio fisico; una scuola in cui il ruolo dei docenti è fondamentale; una scuola in cui la didattica a distanza basata su software libero e accessibile a tutti possa essere un valido supporto in situazioni di disagio personale, se necessario e certificato; una scuola in cui ci si può muovere, spazialmente intendo, all’interno di una classe gestibile in un edificio sicuro.

Una scuola senza test inutili e dannosi come l’INVALSI che classificano il livello di preparazione degli studenti, ma piuttosto una scuola che sia una palestra culturale, in cui sperimentare il non sapere alla ricerca di un metodo da acquisire; una scuola in cui esplorare percorsi mentali e personali per trovare la strada verso nuove e inedite domande; una scuola in cui non ci si prepara esclusivamente per trovare lavoro nella vita, quanto piuttosto per sviluppare lo spirito critico e avere una vita consapevole; quindi una scuola che sia un vero luogo culturale ed educativo e non l’anticamera di un’azienda, magari una scuola senza alternanza scuola-lavoro.

Ma anche una scuola superiore con un esame di stato che sia davvero una prova che permetta a tutti i ragazzi di dimostrare le proprie capacità, qualunque esse siano; una scuola con un esame di stato che sia un momento in cui gli studenti possano sentirsi liberi di esprimere ciò che hanno appreso durante il loro percorso di studi e non obbligati a fare assurdi temi simil-universitari, per esempio allo scientifico, su condensatori circolari (anno 2019) o biciclette con ruote quadrate (anno 2017).

Questa scuola la sogniamo da molto prima dell’emergenza sanitaria. Nella testa di molti non è una scuola post-covid19, sarebbe dovuta essere già una scuola parecchio pre-covid19.

Ma oggi questa scuola non esiste affatto. Mai come in questo momento è davvero compito dei docenti osare, prepararsi a un nuovo modo di concepire la scuola, a far sentire la propria voce contro una burocrazia che ha trasformato i docenti prima di tutto in esecutori di pratiche e pubblici ufficiali che assegnano voti e note, anziché educatori culturali.

Ogni anno a settembre, parte un anno scolastico uguale al precedente, con gli stessi problemi, con le stesse difficoltà educative. Il prossimo settembre però, per i motivi che sappiamo, non sarà sicuramente uguale agli altri. Quindi: che fare?

Come dice Silone in Fontamara, la risposta a questa domanda è più difficile della domanda stessa. Ma se rinviamo ancora una volta la costruzione di una nuova scuola pubblica italiana, se rinviamo anche quest’anno, dopo tutto quello che è successo, allora potrebbe essere definitivamente troppo tardi per il futuro di tutti.


Aggiornamento 20 aprile – Anche la Rete Bessa ha affrontato i problemi attuali della scuola pubblica italiana e ha postato un articolo molto interessante sul blog Giap. L’articolo su Giap è molto dettagliato e preciso e ne consiglio caldamente la lettura.

4 thoughts on “12 minuti di letturaÈ davvero l’ora di costruire una nuova scuola pubblica

  1. Ottima analisi ed interessanti proposte. Mi è balzata alla mente la situazione descritta in “Lettera dalla Kirghisia”.

  2. Ottima analisi ed interessanti proposte. Mi è balzata alla mente la situazione descritta in “Lettera dalla Kirghisia”.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.