7 minuti di letturaLa Scuola nelle mani di Google?

A causa dell’emergenza COVID-19, la didattica a distanza ha stravolto il modo in cui docenti e studenti interagiscono. Tutti vogliono tornare in classe ma per motivi sanitari purtroppo nessuno può. Ho già espresso il mio pensiero sulla didattica a distanza in un altro post.

In sintesi: la didattica a distanza non può essere concepita come strumento che sostituisce totalmente la didattica in presenza. Tuttavia, questo momento può essere usato per sperimentare, inventare nuove metodologie e testarle. Magari in futuro la didattica a distanza potrebbe essere utile per integrare in modo efficace ciò che si fa in presenza e ampliare la funzione sociale della scuola.

Ma nonostante tutte le migliori intenzioni, la realtà è che oggi tra le maglie dei buoni propositi si nascondono sempre problematiche potenzialmente legate alla logica del profitto che pervade il nostro mondo. Provo a spiegarmi meglio.

Un problema didattico che diventa una questione sociale

Il problema non è la didattica a distanza in sè. Il problema è idolatrare la didattica a distanza come potenziale soluzione finale di tutti i problemi della scuola, anche se solo in condizioni di emergenza e solo a chiusura anno scolastico. Proprio come ho criticato già l’uso della didattica innovativa come panacea di tutti i mali, qualcosa di simile mi pare stia accadendo con la didattica a distanza. Anzi, se possibile, con la didattica a distanza si sta agendo in modo più subdolo.

Sicuramente si è partiti a spron battuto a causa dell’emergenza, ma ogni giorno di più il timore è che gli strumenti della didattica a distanza, inseriti oggi nel percorso pedagogico di tutti i docenti in modo così forzato, potrebbero diventare domani a norma di legge. Questo vorrebbe dire imprimere un sigillo sulla didattica senza più lasciare alla libertà del docente la scelta di usare di determinati mezzi didattici a seconda del contesto e della situazione. Inconcepibile.

A mio avviso, la didattica a distanza deve essere vista come la toppa sui pantaloni, non come i pantaloni nuovi. Ripeto: integrazione, non sostituzione della didattica in presenza, sulla quale va benissimo sempre discutere, data la sua importanza. Questo per ribadire che il problema è didattico, prima di tutto.

Eppure, in rete si sprecano gli articoli che suggeriscono app, siti, piattaforme, oppure come inviare materiali agli studenti, come se il problema fosse solo quello di avere gli strumenti giusti e la didattica viene bene comunque. Se nessuno è stato preparato e formato all’eventualità di una didattica a distanza (e molti neanche alla didattica in presenza essendo precari di terza fascia), allora come si fa? Ci si affida alle indicazioni dall’alto. È a questo punto che il problema, all’inizio squisitamente didattico, si trasforma in una questione che si porta dietro un problema sociale ed economico che parte dalla tecnologia.

Aiutati che il MIUR (non) ti aiuta

Il sito del MIUR sulla didattica a distanza, che dovrebbe fungere da riferimento, è eloquente. I primi strumenti che sono elencati sono siti di proprietà di Google e Microsoft. Insomma: la scuola pubblica si affida ufficialmente a colossi privati per gestire l’immensa mole di dati di tutti i suoi studenti. Quantomeno bizzarro.

Il sito del MIUR sulla didattica a distanza (schermata del 18 marzo 2020, ore 14:53)

Lo so cosa state pensando: tutto ciò accade solo perché siamo impreparati all’emergenza e quindi il MIUR ha preso le prime piattaforme utili e semplici da usare per dare modo ai docenti di lavorare.

Beh, questa idea non regge: primo, perché Google Suite esiste da anni, cioè Google invece era ben preparata a questo momento e non è un Ministero dell’Istruzione; secondo, pure la scuola chiusa per neve o danneggiata da un terremoto è un’emergenza (magari locale e circoscritta) per la continuità didattica. In quel caso non importa? Perché il MIUR non ha pensato prima a questo problema? Perché non ci sono soldi per l’istruzione? E perché non ci sono mai soldi per un’attività sociale così importante come l’istruzione? Del resto, l’importanza della scuola alcuni la vedono solo ora che i ragazzi, assolutamente no, non possono stare a casa senza i docenti (sempre sottopagati o precari, di quello non si parla invece).

La domanda nasce spontanea (cit.)

E se invece questa fosse stata solo finalmente l’occasione giusta per imporre certi strumenti di certe aziende a tutti indistintamente, senza troppe lamentele? Lo ammetto, mi turba pensare questa cosa, però è esattamente ciò che è successo. In molte scuole sono stati creati account per docenti e studenti con Google Suite per usare le app Classroom (gestione aule virtuali) e Meet (videochat) e si è andati diritti a pedalare e a lavorare. Senza possibilità di discutere, a giochi fatti insomma.

Perché un gigantesco soggetto pubblico come la Repubblica Italiana deve affidare il suo sistema d’istruzione ad aziende private che hanno sede legale in altri stati? Per la fretta? Per l’emergenza? Qual è il senso?

Voi direte: può darsi che sia solo una fase di transizione. Cioè del tipo: va bene, affrontiamo l’emergenza con Google ma attrezziamoci per un sistema di didattica a distanza che sia gestito dal ministero. Certo, dovrà sempre magari svilupparlo qualcun altro, ma alla fine la gestione dei dati resta al MIUR. Secondo voi andrà davvero così?

Me lo chiedo perché, a mio avviso, è esercizio di cittadinanza porsi queste domande.

Inoltre non è mica la prima volta. Perché non si è mai discusso di ciò neanche con la questione del registro elettronico, per esempio? Si parla di dati sensibili, verbali, privacy ma poi tutto è nelle mani di qualche azienda privata che vende al MIUR un servizio ma tiene i dati con la promessa di farci accedere con una password. Perché in tutti questi anni il MIUR non ha mai pensato a fare un servizio interno da usare come registro elettronico per tutte le scuole pubbliche? Se ci pensate sono sicuro che anche voi concluderete che tutto ciò non ha senso.

E si potrebbe andare avanti all’infinito, toccando altri nervi scoperti: perché nelle aule informatiche delle scuole sui computer non sono installati sistemi open source gratuiti e liberi da licenze private ma invece troviamo Microsoft e Apple? Per quale motivo la scuola pubblica (pagata con le tasse da tutti) si affida ad aziende private anziché privilegiare soluzioni gratuite e soprattutto aperte a tutti?

Usare piattaforme open source e decentralizzate sarebbe molto più comodo anche dal punto di vista economico. Per esempio, il sistema operativo Linux e la suite Open Office si possono scaricare gratuitamente dai rispettivi siti e non richiedono costi di aggiornamento e manutenzione: bisogna solo pagare dei tecnici affinché impostino i computer nelle scuole (ma tanto quello va fatto comunque). Perché tutto questo non si fa?

Educhiamo all’indipendenza digitale

Ritengo che tutto ciò faccia seriamente parte dell’educazione digitale tanto sbandierata dal ministero: bisogna fare in modo che gli studenti non siano digitalmente dipendenti da alcune specifiche piattaforme, la scuola pubblica dovrebbe educare le future generazioni in questa direzione. La situazione di questi giorni dimostra proprio questo.

Infatti l’educazione digitale va di pari passo con l’educazione a diventare cittadini consapevoli di un mondo in continua evoluzione. La scuola dovrebbe essere completamente libera da interessi digitali che, ormai lo sappiamo tutti, sono dominati da aziende che possono accedere a parecchi dati privati di ciascuno di noi: chi siamo, che luoghi frequentiamo, che cosa acquistiamo, che libri o siti leggiamo, che film guardiamo, che temperatura dell’acqua usiamo per farci la doccia. Ci manca solo ora che possano accedere al modo in cui i nostri ragazzi apprendono e noi docenti li valutiamo.

Anzi no, non ci manca: è proprio quello che stiamo facendo in questi giorni. Questo potrebbe essere il Sacro Graal per aziende private che già fatturano miliardi di euro. Siamo diventati davvero totalmente dipendenti da questi colossi capitalistici della sorveglianza se affidiamo loro anche la scuola pubblica, cioè il nostro futuro. È una follia.

La responsabilità di un’occasione

Oggi, ora, con questa emergenza sanitaria ci troviamo a riflettere seriamente su come vogliamo gestire il nostro futuro quando (si spera presto) tutto ciò sarà finito.

Abbiamo una grande responsabilità che ci mette davanti a una grande occasione. Se vogliamo rivoluzionare il nostro approccio alle tecnologie grazie all’open source e mettere seriamente in discussione il monopolio assoluto dei colossi tecnologici che controllano buona parte delle nostre vite, allora dobbiamo partire dall’ultimo baluardo che abbiamo: dobbiamo ripartire dalla scuola prima che sia troppo tardi.

Dobbiamo partire dagli strumenti con cui educhiamo i nostri ragazzi a stare in quello che sarà sicuramente un nuovo mondo nei prossimi mesi e anni. Poi possiamo inventare tutta la didattica che vogliamo.

Se invece lasciamo che l’istruzione sia assicurata da aziende private, se permettiamo l’assuefazione di studenti e docenti a strumenti che non possiamo controllare, allora ci avvieremo inevitabilmente verso un sistema di sorveglianza digitale su tutti i livelli, anche quello didattico. Accadrebbe quello che grandi aziende come Google e Facebook già fanno: in cambio di servizi gratuiti, acquisiscono dati su ciò che acquistiamo, leggiamo, guardiamo per poi vendere quei dati, ad aziende che cercano di creare una previsione su ciò che vorremo acquistare, leggere, guardare. Noi non siamo il prodotto: noi siamo le vacche da mungere. E il cerchio si chiude.

Forse state pensando che stia esagerando, che in qualche modo si deve fare e Google invece ci aiuta, che non ci sono soldi e quindi non ci sono alternative…aspettate, fermi: è proprio questo il punto. Le alternative ci sono, i soldi pure, basta non tagliare i fondi alla scuola per esempio.

Mettere tanti soldi nell’istruzione è una scelta politica fondamentale. Se non lo si fa non è perché non ci siano soldi, ma è perché si preferisce investire su altre priorità. Quando si lascia poi un’istituzione (la scuola) a se stessa, ghermita da aziende private che escono da tutte le pareti, non sono né il destino maledetto né un virus a sfasciare tutto. È la mancanza di lungimiranza, l’incapacità di riconoscere il valore della scuola rispetto al profitto immediato di altre scelte politiche.

Ora siamo in questa situazione. Il danno, già abbastanza visibile, è ora emerso in superficie fin troppo evidente, impossibile da nascondere.

Bisognerà reagire in qualche modo. Sarà inevitabile.

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