Diario di docenza

7 minuti di letturaLa Scuola ai tempi del coronavirus

In un celebre romanzo di Gabriel Garcia Marquez, Florentino Ariza ha amato Fermina Daza tutta la vita. Entrambi da giovani si sono voluti molto bene: poi è accaduta la vita e qualcosa è cambiato. Un lungo e tortuoso percorso ha portato Florentino e Fermina su strade diverse, anzi percezioni diverse della realtà circostante. Passata la bufera della vita, a un certo punto, Florentino e Fermina si riuniscono e sono felici, mentre tutto intorno divampano molti cambiamenti. Più o meno, con qualche licenza, è questa la storia che voglio raccontarvi oggi. I protagonisti però non sono Florentino e Fermina, ma siamo Noi e la Scuola.

E il naufragar m’è dolce in questo mare

Oggi, inteso letteralmente come il giorno in cui sto scrivendo questo post, sono a casa, confinato. È sabato, Bologna è vuota e non sono andato a prendere i cornetti in pasticceria e neanche il giornale (per precauzione, tanto leggo online il pdf). Guardo la finestra e vedo una magnifica desolazione, come disse Edwin Aldrin quando mise piede sulla Luna.

Qualche bus in giro c’è, alcuni buttano il rusco (come si dice qua), altri portano fuori il cane: la vita non è ferma ma estremamente rallentata. L’aria è molto più pulita, me ne accorgo mentre sorseggio la mia tazza di caffè.

Il desiderio di uscire è molto forte, vorrei godermi la giornata, incontrare le persone a cui voglio bene. Ma alla fine resterò a casa: mi metterò a cucinare qualcosa di elaborato, poi finirò di leggere il mio libro e di conseguenza ne inizierò uno nuovo.

Ho quasi finito la mia tazza di caffè quando inizio a pensare già a lunedì. Nella mente comincio a vedere, come in una specie di visione, me stesso di fronte al computer mentre faccio lezione con i ragazzi. Già, sarà la terza settimana di didattica a distanza e qualcosa bisognerà inventarsi, come sempre; la routine può essere già deleteria quando si è tutti i giorni in classe, figurarsi ora in questa nuova situazione.

Diario breve di un’emergenza lunga

Insegno fisica al liceo. La prima settimana dell’emergenza ho per prima cosa sentito i ragazzi via mail e videochat: come stessero, che cosa facessero in quei giorni. La prima settimana di marzo Bologna non era zona rossa (lo sarebbe diventata, come il resto d’Italia, il 9 marzo) e quindi c’era una relativa mobilità per tutti. In quei primissimi giorni di lezione a distanza poggiavo il tablet su una sedia così da inquadrare un foglio bianco e con i pennarelli provavo a svolgere insieme ai ragazzi degli esercizi di fisica: è andata così così, il livello di attenzione era quello di una noiosa lezione frontale in presenza, forse peggio.

La seconda settimana, quella appena conclusa, ho provato a fare delle verifiche. Ho inviato, durante le ore di lezione, la verifica ai ragazzi e loro poi mi hanno consegnato via mail una foto del loro elaborato: è andata così così anche in questo caso, senza il controllo di eventuali copiature da parte dei ragazzi. Vi lascio immaginare.

E ora? La terza settimana? La lezione con la sedia, no, non si può riproporre, perché ha evidenti limiti: non tutti i ragazzi riescono a seguire, non è come in classe, dove tu insegnante guardi tutti negli occhi e fai valere la tua presenza scenica. Le verifiche, invece, oltre al fatto che le abbiamo già svolte, sono un nodo importante sui cui bisognerà riflettere.

Così vicini, così lontani

La didattica a distanza è stata imposta dalla situazione di emergenza sanitaria delle ultime settimane in Italia. I ragazzi sono rimasti a casa e non si poteva lasciarli così, senza fare nulla. Sono d’accordo. Il punto è che, come per tutte le situazioni di emergenza, non eravamo preparati.

Pensateci: io e altri facciamo parte di un corpo docenti che già di suo è stato buttato nel marasma generale della scuola (tramite terza fascia o messa a disposizione) senza alcuna formazione specifica, se non la propria sensibilità ed esperienza pregressa a Scuola. Come studente, però. Tutti quelli che si trovano nella mia condizione hanno dovuto imparare in tutta fretta nuove cose sulla Scuola, imparare a stare in classe visto che nessuno ci ha detto come fare, a fare didattica in modo diverso da quello che oggettivamente non era un granché quando eravamo noi gli studenti. Ci siamo tutti messi in gioco per provare a fare un lavoro nuovo e per creare una società nuova. Non è facile, ve lo assicuro. Il lavoro dell’insegnante può avere zero impatto oppure potenzialmente impatto cento in una scala da uno a cento, appunto.

Per la didattica a distanza questo problema ha coinvolto tutti, anche i docenti che una qualche formazione l’avevano e pure i docenti che hanno esperienza decennale: siamo finiti tutti nella stessa barca. Ma i problemi più grossi li hanno avuti gli studenti, i quali avranno pensato: e adesso?

E hanno ragione: la didattica a distanza non può funzionare come una mera sostituzione della didattica ordinaria. Se la pensiamo così, questa modalità didattica è inutile, allora stiamo prendendo una cantonata. Certo, in una situazione di emergenza con le scuole chiuse per settimane non vedo altre possibili soluzioni all’orizzonte, soprattutto per tenere vivo il rapporto con i nostri ragazzi.

Ma allora interroghiamoci sulle potenzialità, vediamo quali orizzonti futuri si aprono per i docenti. Invece, com’era prevedibile, la didattica a distanza è stata usata come misura di tamponamento dell’emergenza, anziché sfruttarne i contorni. Ovvio, perché nessuno era preparato.

Non copiare, ma inventare

È abbastanza chiaro, secondo me, che la didattica a distanza non può essere una copia digitale/telematica della didattica ordinaria. Lo sospettavo già all’inizio, ma ora posso dirlo con più consapevolezza dopo aver fatto lezioni e verifiche.

Ma la mia non è una critica, anzi, e qui arrivo al motivo per cui sto scrivendo questo post. Bisogna vedere, anche nelle emergenze, il lato positivo di ogni cosa. Probabilmente da questa esperienza verranno fuori resoconti da parte di tutti gli insegnanti che poi porteranno a modifiche radicali del nostro modo di fare didattica.

Voi direte: dai, su, ma che cosa pretendi? In fondo in questa fase l’obiettivo era solo quello di non abbandonare i ragazzi a se stessi. Obiettivo sacrosanto, perché l’insegnante ha anche il ruolo educativo di guida sociale per i ragazzi.

La didattica a distanza, se interpretata come un modo in cui l’insegnante continua a fungere da guida sociale, allora può avere un grande impatto in questo momento storico così delicato e senza precedenti. Gli insegnanti, ora, possono esserci, ci sono per gli studenti. E non è poco.

Il ministero dell’istruzione ha spronato tutti noi docenti a usare la didattica a distanza. Giusto, irreprensibile. Ma ha anche spronato a valutare, pur lasciando a ciascun docente la libertà di usare i propri riferimenti docimologici (e ci mancherebbe altro, vista la situazione). Ma così siamo punto e a capo: facciamo la didattica a distanza perché non possiamo fare la didattica ordinaria. E non dovrebbe essere questo il movente, come non dovrebbero essere gli scarsi risultati a motivare verso un cambiamento generale della didattica.

Il punto, secondo me, è che cosa impariamo da questa esperienza, che cosa potremmo fare dopo, da settembre 2020 in poi. Bisogna capire che è giunto il momento di inventare qualcosa di nuovo. Ma non solo per non farsi trovare di nuovo impreparati, bensì per creare una novità didattica (in presenza!) che sia in grado di ripensare e ribaltare l’attuale concezione di Scuola come istituzione in grado di creare solo lavoratori da piazzare sul mercato e, di riflesso, un’istituzione a cui poter mettere le mani in tasca ogni volta che c’è da tagliare fondi.

Una palestra di socialità

Ovviamente non è credibile pensare a un futuro in cui i ragazzi restano a casa e fanno totalmente didattica a distanza. Questo perché la Scuola, come entità istituzionale, è uno spazio sociale in cui incontrarsi e discutere, fare amicizie, innamorarsi, ma anche litigare, arrabbiarsi e imparare a guidare la rabbia verso le ingiustizie del sistema.

La scuola deve guidare, non emettere giudizi. Se si assegnano dei compiti, si fanno delle verifiche, si sottopongono esami di maturità che richiedono il mero svolgimento di esercizi assegnati in quel preciso momento, beh, stiamo mirando alla formazione di persone che devono imparare ad accettare un giudizio. Siamo così abituati all’idea di una Scuola in cui bisogna sudare e faticare per ottenere buoni voti e classificare i ragazzi in base a ciò che dimentichiamo totalmente che la Scuola invece è l’unica fase della vita in cui non solo dovrebbe essere concesso, ma addirittura dovrebbe essere incentivata la possibilità di sbagliare, di commettere errori per analizzarli.

Se neanche dopo questa emergenza proviamo a ripensare all’idea di Scuola, a nuove fondamenta culturali su cui erigere il nostro futuro, a ciò che vogliamo per il bene delle prossime generazioni, allora tutto quello che stiamo facendo oggi sarà vano. Saranno vani i pensieri simili ai miei e a quelli di altri docenti in questo sabato di pseudo-reclusione, mentre sorseggiamo tazze di caffè davanti a una finestra di un appartamento in una città deserta.

Se la didattica a distanza, come è usata in questa situazione di emergenza, diventa solo uno strumento di controllo a distanza, allora non ha senso attuarla. Gli strumenti della didattica a distanza non sono il male assoluto: mettere a disposizione risorse online è qualcosa che già praticamente tutti i docenti fanno.

Ma la Scuola non è solo questo, non è solo trasmissione di materiali; la Scuola è soprattutto incontro e sono necessarie ogni giorno di più, soprattutto in questo periodo in cui si delega molto all’online, buone pratiche in grado di permettere di espandere le pareti concettuali della Scuola, di aiutare i ragazzi a capire che la Scuola parla a loro come persone, non solo come futura forza-lavoro che deve imparare a essere esaminata da qualcun altro.

Sarebbe bello se, il prima possibile in presenza, noi tutti potessimo riabbracciare la Scuola soprattutto come palestra di socialità, per costruire una comunità dalle basi.

Forse, vista la situazione attuale dopo anni di svilimento, tornare a riabbracciare la Scuola come palestra di socialità è un processo che potrebbere richiedere anni: in fondo anche Florentino ci ha messo parecchi anni per ritrovare Fermina. E, quando l’ha ritrovata, Fermina era di certo cambiata, più grande, con una vita alle spalle; ma quell’incontro senile era come la prima volta, anche se con la consapevolezza che intorno il fiume, la foresta, le persone fossero diverse.

Ma come per Florentino, la nostra tenacia oggi potrebbe davvero ispirare un mondo nuovo e noi tutti dobbiamo darci da fare per questo, tutti insieme e, soprattutto, ora.

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