I discorsi attorno alla scuola sono sempre i più difficili da affrontare. Da queste parti, su questo blog, ogni tanto si parla di scuola, istruzione e didattica. Si tratta di divagazioni personali che si agganciano alla mia esperienza quotidiana di fresco docente precario e soprattutto a un discorso generale da cui, ritengo, la divulgazione scientifica non possa prescindere.

Galeotta fu, per questo post, la puntata di Presa Diretta dal titolo Cambiamo la scuola andata in onda il 28 febbraio 2020. Temo che in quella puntata abbiano raccontato una realtà che non esiste e che ciò abbia mostrato un quadro molto lontano dalla realtà dei problemi da affrontare con urgenza.

Bisogna partire dai dati OCSE-PISA

Il centro di gravità della questione è l’insieme dei dati OCSE-PISA, dove PISA sta per Programme for International Student Assessment. Per gli amici, cioè, i dati INVALSI: quelle prove, sotto forma di test, che si svolgono durante alcuni anni precisi del ciclo di studi per verificare come se la cavano gli studenti in alcune materie.

Si tratta di questionari che dovrebbero poi rilasciare un punteggio in grado di misurare la temperatura cognitiva di una popolazione scolastica: la capacità di affrontare ragionamenti scientifici o di leggere, comprendere e interpretare un testo scritto.

Dunque, prima di fare qualsiasi elucubrazione a partire dai risultati INVALSI, la domanda da farsi (e che qualunque scienziato si farebbe di fronte ai dati) è: quanto sono affidabili questi dati? O, se preferite: che margini di errore ci sono nell’interpretare questi dati OCSE-PISA?

Per prima cosa, non tutti gli studenti rispondono a tutte le domande: i dati sono perciò incompleti e questo introduce errori grandi nella fase di interpretazione. Certo, questi errori si possono stimare, ma è probabile che siano sottostimati praticamente sempre. Poi, questi dati sono usati per fare confronti tra diversi stati: ma è giusto farlo? Vediamo la risposta direttamente dal report PISA del 2012. Guardate che bel grafico c’è.

Il grafico dice, in verticale, gli studenti di quali nazioni sono migliorati di più; in orizzontale invece il grafico dice gli studenti di quali nazioni hanno avuto risultati PISA 2003 maggiori (a destra) o minori (a sinistra) della media). Che si osserva? Che magari chi ha peggiorato i propri risultati scolastici ha ottenuto brutti risultati PISA-INVALSI 2003, e viceversa.

E allora di che stiamo parlando? Se c’è una cosa che sicuramente i test INVALSI sono buoni a misurare è questa: la capacità degli studenti di fare i test INVALSI.

Presa Diretta e la didattica innovativa

La puntata di Presa Diretta parte però comunque dai dati OCSE-PISA: siamo agli ultimi posti per competenze scientifiche e comprensione del testo. I dati OCSE-PISA, quelli di cui abbiamo parlato finora.

Poi aggiunge che la lezione frontale fa schifo, lo dicono i neuroscienziati, e questo ci sta.

Quindi, ecco che neuroscienze più dati PISA, et voilà, la scuola italiana va cambiata, va seguito il modello finlandese. La Finlandia? Ma perché?

Già, perché? Infatti, come riporta il sito ROARS e come può controllare chiunque senza troppi problemi, gli studenti italiani del nord vanno molto meglio dei finlandesi in matematica. Inoltre: non è assolutamente vero che, sempre secondo i dati PISA da prendere con le molle, noi italiani siamo agli ultimi posti per competenze scientifiche e comprensione del testo: la verità è che siamo praticamente a metà classifica tra le nazioni che partecipano all’indagine PISA. Insomma, pure a volerci credere ai dati OCSE-PISA, almeno bisognerebbe fare lo sforzo di leggerli per bene.

Ma ormai per Presa Diretta è troppo tardi: flipped classroom, debate e molto altro sono la direzione verso cui andare. Lo fanno già in Italia tante scuole, con successo, con entusiasmo, in modo coinvolgente. È una grande festa, è il party con cui ci siamo arrivati non sapendo fare gli INVALSI ma da cui usciamo finlandesi.

Piccola precisazione: qua nessuno è contro la flipped classroom e il debate; semmai si è contro l’uso di questi strumenti didattici evitando qualsiasi analisi critica. Inoltre, non si può prescindere dalle condizioni sociali, dal contesto geografico-culturale di base in cui nascono, crescono e si muovono gli studenti italiani. La scuola pubblica rende tutti italiani, ma tra gli italiani esistono le disuguaglianze sociali. Questo è un dato di fatto.

La didattica deve preoccuparsi di questo? Guardando la puntata di Presa Diretta sembrerebbe di no. Per esempio: in tutte le scuole questi strumenti innovativi funzionano? In tutte le zone della città? Come si fa a generalizzare? Credo sia stato davvero ingiusto proporre la tesi che la didattica innovativa sia la panacea di tutti i mali. Sono metodologie didattiche, tutto qui: è compito degli insegnanti individuare le migliori strategie, non è detto che una strategia sia la migliore in tutti i contesti. Lo so, è una banalità, ma a guardare il servizio di Presa Diretta non si direbbe lo stesso.

Bisogna cambiare l’esame di maturità

La flipped classroom e il debate sono strumenti che hanno un potenziale enorme. Ma il fatto di usarli di per sè non è necessariamente una cosa buona. Se copiamo dalla Finlandia perché non sappiamo interpretare i dati dei nostri test (che, tra l’altro, lasciano il tempo che trovano come abbiamo visto) usando i loro strumenti per cercare di migliorare, allora stiamo toppando e lo stiamo facendo benissimo.

Il punto, secondo me, è: che cosa vogliamo ottenere con la didattica? La prima risposta che viene in mente è: formare culturalmente esseri umani. E ci sta, è così. Gli insegnanti sono persone che vivono in classe con altre persone. È un’esperienza sociale bellissima, fa crescere tutti sia i ragazzi sia i docenti.

Purtroppo però, per capire davvero la natura del problema didattico che secondo me esiste, dobbiamo per una volta abbandonare i ragionamenti astratti (ma veri!), e tenerci sul pragmatico: a scuola si punta anche a insegnare dei contenuti di qualità agli studenti, in modo tale che siano in grado di superare l’esame di maturità.

Che cosa voglio dire? Intendo che se non si ripensa seriamente alla struttura dell’esame di maturità, allora tutto quello che facciamo con la didattica ha un sapore agrodolce, perché spinto verso una finalità che non ha nulla di innovativo.

L’impegno e la dedizione degli insegnanti nel trasmettere ai ragazzi è comunque finalizzato, in qualche misura, al superamento a pieni voti della maturità. Prendiamo il liceo scientifico: devi saper scrivere bene, argomentare (prima prova) e devi saper fare dei calcoli matematici di una certa difficoltà mentre affronti problemi di fisica di elettromagnetismo e relatività. C’è qualcosa che non vi torna? Già, neanche a me.

La seconda prova dell’esame di stato, quella che caratterizza l’indirizzo scolastico scelto, semplicemente non ha alcun senso didattico verso la formazione culturale di esseri umani, come dicevamo prima.

Neanche mi cimento con il colloquio orale perché al MIUR non hanno idea di cosa farne, e comunque gli studenti ci arrivano già dopo aver capito com’è la loro situazione per quanto riguarda l’esame.

Invece provo a chiedermi: dov’è la didattica innovativa nella seconda prova d’indirizzo? La seconda prova scientifica, per esempio, è solo uno pseudo-tema universitario per laureandi in fisica. Ma la scuola non sforna fisici, o almeno non dovrebbe farlo alla maturità. Non si dovrebbe uscire dalla scuola pubblica con un’etichetta pesante dovuta all’indirizzo scolastico scelto. L’esame di stato dovrebbe essere un modo per mettere a frutto i propri talenti davanti a una commissione.

Mi piacerebbe davvero capire la logica che sta dietro l’esame di maturità, oggi, nel 2020. Che cosa davvero vogliamo che questi ragazzi sappiamo, che cosa vogliamo che queste persone dimostrino ogni anno durante quelle giornate globalmente riscaldate di giugno.

Mi piacerebbe un esame di stato di tipo progettuale, in grado di abbracciare diversi anni del ciclo di studi, con ovviamente culmine alla fine del quinto anno. Mi piacerebbe un esame di stato che mette in gioco le personalità dei ragazzi e ciò che potrebbero essere in grado di trasmettere alla società in termini culturali.

Invece abbiamo un esame di stato che vincola l’insegnamento, innovativo e non, delle materie d’indirizzo. Abbiamo un esame di stato che mette in gioco solo ciò che i docenti sono in grado di trasmettere ai ragazzi in termini di nozioni in modo innovativo e non. È chiaro che il punto non è l’innovazione della didattica se la fine del percorso non dipende da quello.

Non è questa la scuola in cui vorrei lavorare.
Immagino la scuola come palestra culturale, in cui sperimentare il non sapere alla ricerca di un metodo da acquisire; in cui esplorare percorsi mentali e personali per trovare la strada verso nuove e inedite domande; in cui non ci si prepara esclusivamente per trovare lavoro nella vita, quanto piuttosto per sviluppare lo spirito critico e avere una vita consapevole.

Docenti precari e scuola-azienda

Poi c’è tutto il discorso dei docenti. Sì, sempre quelli precari, chiaro. Gli studenti non riescono a fare due anni di fila con gli stessi insegnanti. Se a questo si sommano le disuguaglianze sociali, il disagio sociale, si arriva spesso all’abbandono scolastico.

Ancora più spesso la scuola pubblica forza troppo la mano: alcuni plessi vogliono mantenere certi standard, alzano il livello in modo sconsiderato, colpiscono senza pietà ragazzi che magari avrebbero bisogno di un approccio più delicato. Questi studenti, se hanno la possibilità di farlo, si muovono verso scuole private spesso più accoglienti con loro; chi non ha i mezzi per farlo invece magari soccombe nel pubblico. Questo per dire che di sicuro non dico che tutti i docenti sono santi, ma comunque tutto va contestualizzato all’interno di un panorama in cui ormai anche le scuole sono praticamente diventando aziende, i presidi manager, gli insegnanti impiegati che devono generare un profitto umano (ma di questo ne abbiamo già parlato, se ricordate). E in tutto questo, i ragazzi vanno a scuola e fanno alternanza scuola-lavoro; “eh” dice qualcuno “ma così imparano un mestiere”, “eh, ma entrano a scuola per crescere e invece finiscono per lavorare gratis” penso io.

Ma lasciamo la scuola-azienda che sforna futuri precari e torniamo a noi precari di oggi.

I concorsi per l’inserimento in ruolo non arrivano mai, e quando arrivano sono comunque dei concorsi: una carneficina di vite precarie che cercano una stabilizzazione. La formazione, la qualità dell’insegnamento dove sono quando si fa il bando di un concorso? Il concorso in fondo si rivolge a neolaureati in discipline precise, non necessariamente in didattica; oppure si rivolge a persone che lavorano già da anni a scuola e che non vedono l’ora di trovare una qualche stabilità anche tra giugno e settembre.

Vogliamo una scuola lungimirante

Si capisce subito che non c’è attenzione a queste cose oggi in Italia. Dobbiamo iniziare a progettare soluzioni a questi problemi; soluzioni che magari entreranno a regime tra dieci anni, e va beh pazienza aspetteremo, ma che siano in grado di risolvere il problema in modo strutturale.

Non c’è lungimiranza, oggi, in Italia. Quello dell’istruzione di base è un meccanismo così complesso, ma al tempo stesso vago, che diventa difficile mettere le mani in pasta. Almeno fino a quando non ci vengono a dire che basta fare un debate a scuola per cambiare tutto. Ma magari fosse così semplice. I problemi qua sono alla radice di un sistema culturale intricato: i mezzi di informazione, il lavoro precario, gli investimenti statali.

Forse le cose andrebbero meglio se gli insegnanti fossero formati pedagogicamente e psicologicamente prima di entrare in classe; se gli insegnanti fossero assunti a tempo indeterminato e non avessero classi ingolfate da 30 studenti ma massimo 15; se le strutture scolastiche non fossero fatiscenti o carenti; se lo stipendio di un insegnante fosse adeguato all’importanza del ruolo svolto di educatore e guida sociale.

Servizi come quello di Presa Diretta seminano vento per raccogliere tempesta: informazioni sbagliate che, e sono certo che l’intenzione non fosse quella, mettono pressione sugli insegnanti precari che non hanno alcun potere decisionale e quindi non possono davvero modificare le carte in tavola. Infatti, verso la fine del servizio, quando il presidente dell’associazione presidi giustamente ricorda i problemi di reclutamento degli insegnanti, alla fine propone che i presidi possano assumere direttamente, per chiamata, gli insegnanti. Cosa?

Cioè, capite il punto: l’idea di creare strumenti di formazione per l’insegnante prima di entrare di ruolo non passa neanche per l’anticamera del cervello di chi ha tutte le responsabilità.

E invece ogni occasione è buona per ricordare a tutti noi che la lungimiranza latita, ormai da decenni, a chi ci governa e anche a chi crede che bastano poche semplici mosse per cambiare la scuola.

Ecco perché serve una rivoluzione didattica, non un’innovazione. Serve cambiare l’inizio e la fine, le ipotesi e gli obiettivi alla base del percorso scolastico, come abbiamo detto prima.

Per fare tutto ciò servono coraggio intellettuale, volontà sociale, consapevolezza culturale. Servono proprio quelle poche cose (ma buone) che la scuola dovrebbe insegnare.

Secondo me, è estremamente necessario darsi da fare nei prossimi mesi se si vuole davvero un giorno vincere questa battaglia e avere una società finalmente migliore. Prendetelo come un invito.