2 minuti di letturaDiario di docenza – puntata 8

Le puntate precedenti sono tutte a questo link.

Ho completato e corretto quasi tutte le verifiche del primo quadrimestre. Sono rimaste un po’ di interrogazioni da fare ma direi che la situazione di questa prima parte dell’anno è abbastanza delineata per tutti gli studenti.
Le verifiche sono un momento particolare, in cui ho notato che gli studenti fanno alcune cose standard.

1) Provano a copiare. Sembra banale ma in realtà non lo è. Di solito sono piuttosto attento ma sono certo che in qualche occasione mi sono fatto fregare. È l’eterna lotta tra controllore e controllato in cui il controllore è sempre il cattivo mentre il controllato assume il ruolo da eroe. Nel bene o nel male, che riesca o meno nell’impresa. L’importante è partecipare, come diceva de Coubertin. Il problema per chi copia è che poi me ne accorgo sempre, magari durante l’interrogazione e quindi poi alla fine tutto si livella. È un peccato, perché l’aver copiato non genera una speranza in chi ha copiato, piuttosto crea una momentanea illusione nell’insegnante che magari, anche solo per un attimo, pensa che il suo lavoro sia stato proficuo, che quello studente ha davvero capito. Invece no, ha solo copiato. Forse emulato?  No, no, ha proprio copiato. Peccato.

2) Sono disordinati. Davvero, fanno più confusione i ragazzi a scrivere esercizi di fisica su un foglio a quadretti che Vincenzo Salemme nel personaggio del cuoco. Personalmente, credo sia dovuto solo alla mancanza di esercizio a casa. Poi ci penso e mi rendo conto che il problema potrebbe essere più profondo: l’obiettivo e fare, non farsi capire. Ecco: la verifica come rogna di cui liberarsi, come momento non per mettersi alla prova ma solo per ottenere il meglio con il minimo sforzo.

3) Si preoccupano. Voglio dire, non è normale questa cosa. Siamo a scuola, mica all’università. Andare male in una verifica è assolutamente normale. Per certi aspetti, dovrebbe essere auspicabile. Non fraintendetemi: quello che intendo è che la verifica dovrebbe essere un momento formativo (anche) e non (solo) un momento valutativo. Io posso valutare gli studenti in qualsiasi momento durante l’anno e comunque la mia è una valutazione complessiva che si integra nell’arco di mesi, non di un singolo evento. L’idea che dobbiamo prepararci a un singolo evento valutativo mi pare assurda. Purtroppo questa idea è quella dell’esame di stato attuale: il voto del diploma è il voto di prove singole e singolari su argomenti diversi. Cinque anni di scuola superiore per ottenere un numero in soli tre giorni (prima prova, seconda prova, colloquio orale). Certo, ci sono i crediti, ma sarebbe disonesto dire che le prove d’esame non rappresentino il grosso della valutazione del diploma. Quindi, certo, gli studenti si preoccupano, gli educhiamo a preoccuparsi. Questa è la cosa preoccupante. Ma del resto, in un mondo in cui c’è necessità di documenti, di prove scritte che attestino, certificati e voti, che cosa possiamo aspettarci se non questo?  

Ho fatto questo mini-elenco di tre cose non per lamentarmi, quanto piuttosto per provare a individuare i punti su cui noi insegnanti dovremmo lavorare. Si copia per il voto, si è disordinati perché si pensa al voto, si preoccupano per il voto. Ma anche: tutto il percorso di studi porta a un voto. Sembra un loop non affrontabile da un insegnante quadratico medio, eppure in futuro bisognerà trovare le forze per affrontarlo. Educhiamo le future generazioni al giudizio, la scuola fa questo a tutti i livelli e non prepara davvero a questo ma rende tutto così lievemente inevitabile. Poi finisce la scuola, inizia un mondo pessimo e precario: da insegnante, avrò fatto il possibile per formare questi ragazzi a un mondo che mi costringe a giudicarli mentre li educo? Non lo so.

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