Diario di docenza – puntata 54 min di lettura

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Un’opinione diffusa tra gli studenti è che la matematica e la fisica siano difficili. È vero? Beh, se ripenso a quando andavo io a scuola, in realtà era difficile il disegno tecnico, oppure la filosofia.

Quello che voglio dire è che molto spesso, un aspetto soggettivo individuale viene elevato a caratteristica di massa senza alcun fondamento. Per qualche motivo, essere scarsi in matematica e fisica è socialmente accettabile, mentre non sapere chi fosse Pavese lo è di meno (ah, che belle le opere di Pavese!).

Questo stigma sociale matematico-fisico l’hanno percepito in molti e si è protratto per così tanto tempo che sembra quasi che un fondamento ci sia: è davvero così difficile studiare matematica e fisica?

La fisica è come una lingua, è come l’inglese: usiamo simboli per scrivere frasi concise, tutto qua. Quindi, per prima cosa, per capire la fisica bisogna conoscere la grammatica della fisica, le regole che permettono di usare i simboli e le parole in modo opportuno. Pensateci: è più difficile scrivere e usare F = ma oppure raccontarlo a parole? Esatto: l’italiano appare molto più difficile della fisica in questo caso.

Fatto ciò, l’idea che la matematica e la fisica siano difficili purtroppo resta. Frasi tipo “Prof, ma io non ci ho mai capito niente” oppure, all’estremo opposto “Oh prof, forse stavolta ho finalmente capito” sono dritto e rovescio della stessa medaglia: l’incomunicabilità.

Quando si parla un’altra lingua quotidianamente, per esempio perché siamo un periodo più o meno lungo da soli all’estero, ci si trova davanti persone molto esperte (della lingua) che parlano (ovviamente) in modo naturale. E poi ci siamo noi che, magari, non abbiamo la stessa sicurezza di Alberto Angela di fronte alle sabbie mobili di Moint Saint-Michel, e quindi ci lasciamo trascinare dal fango e dallo sconforto. Qui tutto dipende dal nostro interlocutore.
Se troviamo di fronte una persona spazientita, beh, c’è poco da fare: ci liquiderà velocemente e senza cercare di venirci incontro.
Se troviamo una persona disponibile, non solo la conversazione sarà fruttuosa, ma magari riusciamo anche a migliorare un pochino la nostra capacità di parlare in quella lingua: faremo un passettino, piccolo, in avanti e poi domani è un altro giorno (cit.).

Che cosa voglio dire con tutto ciò. Per la matematica e la fisica a Scuola è uguale: contano più le tappe che la meta, conta più la fattibilità che l’effettivo risultato. Ho sottolineato “a Scuola” perché l’obiettivo della Scuola non è sfornare matematici e fisici ma far crescere delle persone. Se noi insegnanti siamo pessimi interlocutori, se interagiamo con loro male, nulla funziona.
Non solo dobbiamo indirizzare i ragazzi verso la meta (tipo, la stazione) ma dobbiamo anche fare in modo che la meta sia raggiungibile attraverso piccoli passi (prima la rotonda, poi il semaforo, poi il ponte…). Se siamo spazientiti facciamo un pessimo lavoro e indirizziamo malissimo.

Molto spesso i ragazzi spengono le loro velleità matematiche semplicemente perché noi insegnanti non li sappiamo indirizzare verso la “stazione”; magari all’inizio ci provano pure da soli, certo, poi si accorgono che in fondo in fondo a loro non serve andare in stazione e che va bene così se non sono in grado di prendere il treno. Magari non usciranno mai dalla città, ma potranno stare in città, anche se parlando il meno possibile nella nuova lingua.

Certo, noi non possiamo pretendere che tutti i ragazzi abbiano voglia di prendere il treno della matematica e della fisica. Ma possiamo dire loro che la stazione esiste e si raggiunge in un certo modo. Poi loro decideranno se andarci o meno per davvero.
Ma per fare ciò, dobbiamo prendere ciascuno studente per mano, parlare usando la grammatica e la motivazione giusta per ciascuno studente e infine, magari se serve, accompagnarlo proprio in stazione (almeno la prima volta, poi vedranno loro se tornarci).

E qui arriviamo al vero punto che vorrei condividere con voi oggi. Per fare un lavoro di questo tipo in matematica e fisica serve una scuola completamente diversa, ripensata completamente. Non voglio essere ripetitivo in questo diario: è solo che secondo me partendo da aspetti diversi si arriva a conclusioni simili. Affrontando argomentazioni differenti si conclude che i nodi della questione sono sempre più o meno gli stessi.

Per prima cosa, non può esistere proprio il concetto di competizione scolastica: tutti dobbiamo andare in stazione e il treno parte quando arriviamo. E nel caso fosse già partito, tranquilli, ne partirà un altro. Non dobbiamo mettere i ragazzi contro tra loro. E come si fa? Bisogna eliminare l’unico strumento che crea tutto questo. Esatto, avete già capito: bisogna eliminare i voti.

E poi: i prof devono aumentare il rapporto qualità per studente, perché se necessario bisogna accompagnare tutti alla “stazione”. Per farlo, a mio avviso, c’è un’unica soluzione: ogni prof deve avere una classe (massimo due). L’idea sarebbe quella di dedicare più tempo a ciascuno studente dentro e fuori dalla classe, avere la possibiltà di preparare attività più mirate (anziché attività poi da riciclare per tutti ogni anno), avere il tempo di costruire momenti di verifica personalizzati, per capire esattamente a che punto è ciascuno studente nella sua strada verso la “stazione”.
Momenti di verifica che, naturalmente, non prevederebbero un voto ma sarebbero un modo per aggiustare il tiro strada facendo. Per chiarezza: non bisogna fare tutto questo per vedere SE poi lo studente arriva in stazione, ma bisogna fare tutto questo per ESSERE SICURI che lo studente arrivi in stazione.

Ovviamente la mia è solo un’idea: ha punti deboli sicuramente, è criticabile, migliorabile, è chiaro questo. Tutto va bene se mettiamo al primo il benessere degli studenti come futuri cittadini.

Il successo formativo deve essere garantito per tutti gli studenti. È un successo di ciascuna persona: gli studenti arrivano alla meta, noi insegnanti cresciamo insieme a loro.
Così tutti noi diventiamo persone migliori. Questo è il vero obiettivo della Scuola: creare una società migliore.

In tutto questo verrebbero assunti più insegnanti, gli studenti sarebbero seguiti molto di più e avrebbero una figura di riferimento che può accompagnarli per più anni. Lo dico perché, al momento, con la mancanza di assunzioni gli studenti si trovano a cambiare davvero troppo spesso insegnanti. Questo non va affatto bene: gli insegnanti a Scuola non possono essere intercambiabili come gli impiegati delle Poste. 

Per questo piano utopico di costruzione sociale a partire dalla Scuola ci vorrebbero più soldi: il governo dovrebbe decidere di investire in modo massiccio in questo settore. Dico utopico non tanto perché quello che ho scritto finora non sia realizzabile, ma lo dico perché non ho mai visto mettere soldi seriamente su questi aspetti sociali scolastici. Promettono un miliardo di euro, anzi minacciano di dimettersi se non arriva.
Poi resta tutto uguale. Anche la Scuola resta uguale, anzi peggiora. Pure la società resta uguale, anzi peggiora.

To be continued…

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