Diario di docenza – puntata 43 min di lettura

Questa che state per leggere è una raccolta di pensieri sparsi su questo mio anno da insegnante a scuola. Questo diario appare ogni domenica mattina nella mia newsletter, e poi lo carico sul blog il sabato successivo per tutti. Se volete iscrivervi alla newsletter e leggere il diario il modo aggiornato, allora andate qui.

Puntate precedenti: puntata 1, puntata 2, puntata 3.

Si può fare meglio l’insegnante? Certo, ovvio.
Personalmente, me lo ripeto tutti i giorni: “posso fare meglio, molto meglio”.

È scontato, lo so; ma me lo ripeto non perché voglia auto-assolvermi, quanto piuttosto perché vorrei cercare di capire che cosa potrei fare per migliorare il modo in cui lavoro.
Dopotutto, sono soltanto al mio secondo anno di esperienza (in corso) e non ho mai davvero fatto una specifica preparazione o formazione per docenti. 

Come moltissimi miei amici e colleghi sono finito in una classe senza alcuna esperienza pregressa. Senza aver mai fatto un corso di formazione pedagogica. Anzi: senza aver mai studiato pedagogia. Tutto questo, se ci pensate, è profondamente assurdo. La Scuola è un’istituzione fondamentale, forma i cittadini di domani (e, volendo, anche di dopodomani visto che gli attuali studenti poi saranno a loro volta genitori). Dare le chiavi di questa istituzione a insegnanti senza alcuna formazione pedagogica è grave, sconsiderato, senza alcuna veduta lungimirante.

Certo, una forte conoscenza degli argomenti della materia è importante anche parecchio, ma non può essere l’unico requisito fondamentale per poter diventare insegnante. 

Mi rendo conto di dire queste cose anche contro me stesso. Se le dico è perché vorrei fare tanto l’insegnante in futuro, ma vorrei farlo in modo corretto. E questo vuol dire con una precisa formazione pedagogica che possa rispondere ai bisogni di una qualsiasi classe.

Se ci dovesse essere il concorso quest’anno, beh, comunque sia mi pare chiaro che non potrà essere un concorso a confermare se possiedo o meno capacità di insegnamento. L’unica cosa che può darmi il concorso è l’accesso a una posizione lavorativa privilegiata.

Detto questo, ciò su cui vorrei ragionare oggi è: come faccio a formarmi? Per chiarezza, non sto parlando di corsi in cui mi insegnano come usare meglio strumenti digitali e metodologie didattiche. Sto parlando di formazione nel senso: chi insegna agli insegnanti a stare in classe?

Mi pare, così a occhio, che questa cosa sia data completamente per scontata: cioè, sei una persona adulta, allora sicuramente puoi gestire un gruppo di 10 (20? 30?) studenti.

Beh, ho una cattiva notizia: non è così. Al di là delle conoscenze della materia di insegnamento, oltre il digitale e la didattica innovativa, gli insegnanti devono saper parlare ai ragazzi, sintonizzarsi sulle loro frequenze di linguaggio parlato e presenza fisica.

Voi direte: cavolo, mica è facile! Già è difficile e complicato quando si esce normalmente tra adulti per un appuntamento o con un nuovo gruppo di amici. Come si può fare con due dozzine di ragazzi e ragazze in un’aula di pochi metri quadrati?

Proprio così. Per quanto ne so, nessuno giudica o mette in discussione le capacità pedagogiche, psicologiche e attitudinali degli insegnanti (se non in caso di problemi acclarati, certo). Eppure ne avremmo bisogno tutti noi insegnanti di queste valutazioni.

Il concetto di salute, oggi, non è più quello di assenza di malattie. Piuttosto, salute vuol dire stato di benessere psichico e fisico. Quindi il fatto che un insegnante non stia male, non vuole che stia bene se manca uno stato di benessere personale. Insomma, il discorso è un po’ più articolato e non credo neanche di avere i mezzi opportuni per entrarci dentro come si deve. Ciò che voglio dire è che la formazione degli insegnanti deve assolutamente partire da valutazioni psico-attitudinali; l’obiettivo finale poi sarebbe arrivare allo sviluppo di tecniche pedagogiche personalizzate che ciascun docente possa usare in classe (per esempio la gestione del colloquio con gli studenti, il controllo della postura o dello sguardo sulla classe).

Questo materiale di formazione, naturalmente, non deve essere solo propedeutico all’entrata in classe di un docente; piuttosto deve essere anche un’attività in itinere, cioè che accompagni il docente durante tutto il suo percorso lavorativo. E, sempre naturalmente, tutto ciò richiede che il docente sia valutato, che abbia un feedback formativo.

Tutto molto complicato, ovvio, in un mondo in cui il corpo docente è lavorativamente precario, in attesa di assunzione da anni, con mutui e problemi personali pendenti. Ma se, discutendo con altri di queste cose, vi diranno “beh, ma questi sono problemi di tutti”, allora sarete arrivati al cuore del problema più grosso: a nessuno importa della Scuola nel nostro paese.

Non possiamo sempre appoggiarci a dimostrazioni di passione lavorativa e stakanovismo educativo. L’unica cosa da fare è prendere i soldi è investirli nella Scuola, investirli prima di tutto in formazione pedagogica, psicologica e attitudinale degli insegnanti ed edilizia scolastica.

Se vogliamo una buona scuola allora ci servono buoni insegnanti. Ma i buoni insegnanti non crescono sugli alberi: i buoni insegnanti devono avere certo passione e voglia di mettersi in gioco (come in tutti i lavori) ma devono anche avere gli strumenti di formazione a loro completa disposizione. Una comunità di persone, che sia una nazione o un ente sovranazionale, dovrebbe investire in modo massiccio in tutto questo.

To be continued…

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