Diario di docenza – puntata 33 min di lettura

Questa che state per leggere è una raccolta di pensieri sparsi su questo mio anno da insegnante a scuola. Questo diario appare ogni domenica mattina nella mia newsletter, e poi lo carico sul blog il sabato successivo per tutti. Se volete iscrivervi alla newsletter e leggere il diario il modo aggiornato, allora andate qui.

Puntate precedenti: puntata 1, puntata 2.


A che cosa serve insegnare fisica alle scuole superiori?

Se da un lato è chiaro che l’obiettivo non è sfornare dottorandi di ricerca, d’altra parte i programmi ministeriali (con le famigerate indicazioni nazionali) sono quelli che sono e in qualche modo vanno rispettati.

Forma mentis, ragionamento deduttivo, metodo scientifico. Queste tre competenze a me appaiono molto più importanti dell’equazione che esprime la forza tra due fili percorsi da corrente elettrica. L’idea sarebbe arrivare a quelle competenze attraverso le indicazioni nazionali. Ma l’obiettivo non è facile da raggiungere nel ginepraio di formule e calcoli. Per non parlare, almeno per gli studenti dello scientifico, dello scoglio della seconda prova dell’esame di stato.

Spesso, gli studenti vedono la fisica come una matematica con meno conti, magari però con più aderenza alla realtà che ci circonda. Per loro sembra più intuibile, ma meno meccanica da usare rispetto alla matematica. Per questo l’esame di stato fa paura. Formule, calcoli e risoluzioni di esercizi sono importanti, ma credo che la fisica sia soprattutto una nuvola di concetti e modelli.

Voi direte: ma che facciamo allora, non partiamo più dalle indicazioni nazionali?  Non sto dicendo per forza questo. Non mi sto focalizzando su quali conoscenze selezionare nell’insegnamento della fisica, bensì sul perché dobbiamo insegnare la materia nel suo complesso.

Se ci limitiamo solo alle conoscenze allora non facciamo altro che inculcare nella mente degli studenti, anche con le buone intenzioni, solo una gran quantità di informazioni da memorizzare. Cioè, la situazione attuale è del tipo “è bene che tu capisca, ma poi non puoi non sapere almeno la formula, eddai”. Quindi gli studenti vanno al risparmio: prendono le informazioni e le incorporano in loro stessi come se fossero verità scolpite nella pietra anziché il processo di una più lunga gestazione.

Ci ho pensato molto, anche guardando le facce dei miei studenti. L’unica conclusione – non definitiva, chiaro –  a cui sono arrivato ora è che bisognerebbe fare poche cose ma fatte bene (sul grosso problema del *come* farle ci tornerò la settimana prossima).

Sembra una banalità, forse lo è. Allora mi sono concentrato sul significato di “fatte bene”. Che cosa voglio davvero trasmettere ai ragazzi? Questa settimana, mentre correggevo le verifiche scritte di tutte le mie classi non ho potuto fare a meno di rimuginare su tutto ciò. Sono state le prime verifiche insieme e se dovessi trovare tre parole per descriverle (in media) direi: disordine, disordine, disordine. Ma attenzione, non disordine sul foglio. Intendo disordine meccanico.

Provo a spiegarmi. I ragazzi hanno dimostrato di aver lavorato molto sull’aspetto meccanico degli esercizi della verifica ma allo stesso tempo hanno fatto vedere che per loro l’importante è arrivare al punto finale, al risultato. Lo studente quadratico medio (anche bravo/a) pensa: “ho quattro equazioni, in qualche modo riesco a cavarmela per risolvere l’esercizio (e poi il prof mi ha addestrato abbastanza durante la lezione in classe)”.

Questo aspetto meccanico è, in qualche modo, importante. Saper risolvere un problema è qualcosa di molto utile in generale.
Ma chi sa risolvere un problema di fisica vuol dire anche che necessariamente ha capito quale sia il problema in gioco?

Beh, non è detto: infatti per esempio la capacità di arrivare a un punto morto è una specialità della ricerca scientifica spesso e volentieri, anche se in questo caso si prova a risolvere problemi mai risolti da nessuno.

Le più grandi intuizioni teoriche scientifiche sono arrivate quando si è capito il problema; quando si è ribaltato un punto di vista di un problema che magari già si risolveva in un altro modo (anche se magari, va detto, non un modo soddisfacente).

Credo che sia per questo che valga la pena insegnare la fisica a scuola: per insegnare a vedere i problemi da un altro punto di vista. La fisica, (forse) più di altre materie, permette di stravolgere ciò che i nostri occhi vedono senza riflettere. Attraverso le pupille guardiamo i problemi in modo molto economico e basico; la fisica aggiunge complessità, vero, ma lo fa portando il problema su un altro piano per guardarlo da un’altra angolazione.
E, all’interno stesso della fisica poi, le angolazioni possono anche essere molteplici.

Secondo me noi che insegnamo fisica dovremmo pungolare parecchio gli studenti su questo aspetto: cerchiamo di mostrare come la fisica non sia solo scoprire come funziona l’universo, ma  soprattutto anche scoprire come osservare l’universo con occhi diversi.

Non è facile: bisognerebbe rivedere le indicazioni nazionali, i sistemi di valutazione e lavorare sulla mentalità e l’approccio degli studenti. Fiuuu, ‘na faticaccia. Più che altro, non si può fare già domani mattina. Secondo me, realisticamente, ogni docente che voglia cambiare in questa direzione lo deve fare gradualmente. Possono volerci anche anni per arrivare a un equilibrio. 

Perché non è facile, ci mancherebbe altro. La vita di classe è fatta di mille altre cose e risulta difficile riuscire sempre ad applicare quello che vorremmo. Ci proviamo e lo facciamo sempre per un unico scopo, per cercare di far arrivare i ragazzi al vero successo formativo: diventare persone che ragionano con la propria testa in una società che ha tanto bisogno di persone ragionevoli.

To be continued…

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