Diario di docenza – puntata 22 min di lettura

Questa che state per leggere è una raccolta di pensieri sparsi su questo mio anno da insegnante a scuola. Questa qui sotto è la puntata del diario apparsa nella newsletter di domenica 20 ottobre. Ogni domenica infatti trovate una nuova puntata nella mia newsletter, e poi la carico sul blog il sabato successivo per tutti. Se volete iscrivervi alla newsletter e leggere il diario il modo aggiornato, allora andate qui. La puntata 1 invece potete leggerla qui.


Le verifiche sono una parte importante della vita scolastica. Ma non per il voto (vedi scorsa puntata di questo diario) bensì perché sono un momento unico e importante, per ciascun studente, per capire se un concetto è stato digerito oppure no. E, in caso di errori nella verifica, bisognerebbe sfruttare l’occasione per imparare qualcosa o comunque per iniziare a ri-digerire quel concetto.

Ma, ovviamente, sapete benissimo anche voi che questo non accade nel mondo reale.

Nel mondo reale gli studenti sono terrorizzati dalla verifica. Per loro il voto è fonte di ansia perché attorno al voto ruotano anche altri protagonisti oltre ai soliti scolastici. Per esempio, entrano in gioco in genitori. Ed è chiaro che una cosa è tornare a casa con un 8, un’altra è tornare con un 4.

Che cosa genera tutto questo? Spesso, insicurezza nei soggetti un po’ più fragili, facilità di errore anche dove si può evitare, studio di una materia senza motivo se non evitare l’insufficienza.

Mi soffermo sull’ultimo punto. Se l’obiettivo degli studenti diventa evitare l’insufficienza, allora la verifica perde tutto il suo significato. Anziché essere un momento scolastico del tipo “vediamo dove siamo arrivati, come ci siamo arrivati e, in caso, come intervenire per sistemare le cose”, piuttosto rischia di diventare “momento supremo in cui evitare rogne nelle prossime settimane”. 

È evidente che questo nostro mondo reale non ha molto senso.
D’altra parte, non è facile scardinare questo preconcetto. Per ora, in ciò che vivo come la mia esperienza, l’unico strumento a mia disposizione è il dialogo: parlare con gli studenti per tranquillizzarli, per infondere loro fiducia nei loro mezzi. Bisogna far capire loro che con la verifica non si vuole punire nessuno, ma che si tratta solo di un momento per tirare le somme. 

Non è facile. D’altronde, i problemi piu difficili della vita sono sempre legati al cambio di mentalità, alla modifica di una prospettiva. 

Ho appena fatto in questi giorni le prime verifiche dell’anno in tutte le mie classi. Non sono certo che tutti abbiano accolto la verifica come momento per tirare le somme. Ci devo ancora lavorare con i ragazzi su questo.

La scuola però dovrebbe educare, non creare ansie da prestazione. Le verifiche (scritte e orali) non possono essere mini-esami universitari (nelle modalità intendo soprattutto); voglio dire che gli studenti devono poter sbgliare una verifica a scuola, perché l’errore a scuola dovrebbe essere un momento educativo centrale. Noi adulti sappiamo bene come la vita e la società attuale spesso non perdonino i nostri errori. Se vogliamo cambiare tutto questo, dobbiamo insegnare ai ragazzi che errare è educativo, e non punire chi sbaglia una verifica. Perché ognuno di noi ha i suoi tempi di apprendimento. 

Certo, voi direte: OK, ma se poi non studiano? Ecco, secondo me sono legate le cose, soprattutto in matematica e fisica. A volte i ragazzi non studiano perché ritengono a prescindere di non potercela fare. E quel “non potercela fare” a cosa è legato? Alle verifiche, al fatto che molte volte il momento valutativo della verifica non è usato come occasione educativa.

Ora, in tutto questo entrano mille altre difficoltà umane e sociali che ogni giorno si palesano negli aspetti quotidiani di una classe. 

Ma come diceva uno più famoso, intelligente e importante di me, “non lo facciamo perché è facile, lo facciamo perché è difficile”. 

To be continued…

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