Diario di docenza – puntata 12 min di lettura

Quest’anno sono tornato a insegnare a scuola. Sono in una scuola paritaria, un liceo scientifico, e insegno matematica in una quarta e fisica in una terza, due quarte e due quinte.

Si tratta della mio secondo anno da insegnante: la prima volta era stata il 2016/2017, in cui avevo anche portato una quinta all’esame da insegnante sia di matematica sia di fisica e poi fatto con loro la maturità come commissario interno di matematica.

Il racconto di questo mio diario di docenza si svolge settimana dopo settimana all’interno della mia newsletter della domenica. Tuttavia, siccome un blog si presta benissimo, ho deciso che riporterò questo diario anche qui su Quantizzando, anche se con qualche ritardo in termini di tempo. Quindi se volete seguire questo diario, diciamo così, in tempo reale, consiglio di iscrivervi alla mia newsletter (dove tra l’altro trovate anche un mucchio di altre cose interessanti). Per iscrivervi, andate a questo link.

E ora, veniamo a noi.


In questo diario di docenza ho promesso di raccontare le mie riflessioni, i miei commenti e, se capita e non ci sono problemi di privacy violata, alcune delle mie (dis)avventure nell’inferno/paradiso delle scuole superiori italiane. Mi piace molto insegnare: ho cambiato lavoro un paio di volte nella mia vita ma alla fine ho capito che la cosa che mi piace di più è stare in classe con i ragazzi (anche se molto spesso a volte mi fanno incavolare).

È passato un mese da questo mio ritorno a insegnare e già qualche commento lo posso fare. Prima di tutto: come prevedevo, mi sto divertendo molto e mi sta piacendo un sacco.
In generale, però, ci sono due cose molto complicate, che secondo me sono problemi biblici dell’insegnamento della fisica e ora ne parlo brevemente. Se poi volete scrivermi i vostri commenti, ne discuto con voi con piacere.

Come ben ricordavo, i ragazzi sono assolutamente divorati dalla votofobia o votopatia. Non c’è proprio verso di far capire loro che la verifica è un momento valutativo di confronto, non di punizione. Oppure che, per quanto possa sembrare paradossale, è meglio sbagliare nelle verifiche perché, abbastanza banalmente, sbagliando si impara.
Voglio dire: se la scuola perde la sua funzione di apprendimento anche a ritmo di errori, allora chiudiamo tutto e facciamo le valigie. Se ragazzi di 15-16-17 anni hanno l’ansia da prestazione che può avere un professionista che lavora, allora Houston we have a problem, sia chiaro. Ma ci torneremo, ne riparleremo.

L’altro problema riguarda nello specifico l’insegnamento della fisica. Le superiori non sono l’università, anche se molti prof di fisica (e di matematica) non sembrano averlo percepito. Io credo che non è a suon di dimostrazioni che facciamo appassionare i ragazzi o li facciamo ragionare. A scuola, l’insegnamento della fisica deve recuperare quel preciso obiettivo di aprire le menti, non di creare novelli Einstein.

Quando sento dire che bisogna spingere i più bravi, sono d’accordo: ma spingerli per cosa? Sono adolescenti: anziché spingerli verso una pseudo-preparazione formativa di tipo universitario, costruiamo buone fondamenta, inseriamo infissi nuovi nella casa delle conoscenze dei ragazzi, cioè finestre resistenti di curiosità. Noi insegnanti dovremmo capire dove fermarci per far sì che certe cose siano una scoperta poi.
Per i ragazzi più deboli poi questo funzionerebbe uguale perché non li farebbe sentire esclusi dall’apprendimento. Anche di questo ne riparleremo, promesso. Il punto secondo me è che se non è per tutti, allora non è Scuola.

To be continued…

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