La protesta dei nativi di Hawai’i contro la costruzione di un telescopio6 min di lettura

Il 15 luglio 2019 sarebbero dovuti partire i lavori per la costruzione del Thirty Meter Telescope (TMT) sulla montagna di Mauna Kea, alle Hawai’i.

Sarebbero, perché decine di nativi (Kānaka Maoli) delle Hawai’i hanno protestato ai piedi della montagna per fermare la costruzione del TMT, in quanto per i nativi la montagna di Mauna Kea è sacra.

Ora, capisco che detta così sembra una cosa assurda. Possibile che nel 2019 la costruzione di un osservatorio scientifico debba essere fermata per le proteste legate a un antico culto religioso? Il punto è che non è come sembra: la faccenda è molto più complicata e coinvolge la storia coloniale delle Hawai’i e l’instabile rapporto tra scienza e società.

Che cos’è il TMT?

Il TMT, lo dice il nome stesso, è il progetto di un telescopio con uno specchio principale di 30 metri. Dal punto di vista scientifico è qualcosa di assolutamente fenomenale: avrebbe un potenziale maggiore del telescopio spaziale Hubble che si trova nello spazio in orbita attorno alla Terra. Questo perché più è grande lo specchio principale di un telescopio, maggiore è la luce raccolta e quindi la possibilità di osservare oggetti più deboli e lontani nell’universo. Inoltre, più è grande lo specchio, più è grande la risoluzione di un telescopio, cioè la capacità di distinguere due oggetti molto vicini e lontani. In pratica con il TMT si farebbe un balzo gigantesco nella ricerca in astronomia.

Per ovviare al problema della turbolenza atmosferica, problema che limita le prestazioni di qualsiasi telescopio sulla Terra, TMT userà la tecnica dell’ottica adattiva. Lo specchio principale di 30 metri di diametro sarà composto da 492 pezzi esagonali, con un’area complessiva di 655 m².

Ecco come dovrebbe apparire il TMT una volta terminata la costruzione.

I lavori per la costruzione del TMT dovrebbero durare 14 anni, a fronte di una spesa di circa 1,4 miliardi di dollari. I partner principali coinvolgi sono USA, Canada, Cina, Giappone e India.

Data la potenza di questo nuovo telescopio, come mai c’è una protesta in corso per la sua costruzione? Del resto, grazie al TMT la scienza scoprirà chissà quante nuove cose e poi sulla montagna di Mauna Kea ci sono già 13 telescopi e il TMT sarebbe solo uno in più, sebbene molto più grande.

Nelle ultime settimane si è parlato molto delle proteste dei Kānaka Maoli (anche grazie a questo articolo di Luca Tancredi Barone su Il Manifesto) nei confronti della costruzione del TMT. Per capire bene la situazione dobbiamo fare un altro salto indietro nel tempo di qualche decennio.

Per capirlo, dobbiamo fare un salto nella Storia, con la S maiuscola.

Breve storia di una colonia

Le Hawai’i sono oggi uno stato degli Stati Uniti, ma ovviamente non qualche secolo fa le cose stavano diversamente.

Le popolazioni native hanno abitato le Hawai’i molto prima dell’arrivo di James Cook nel 1778. Da allora gli europei prima e gli statunintensi poi hanno provocato disordini e anche portato malattie che hanno decimato la popolazione nativa. Dal punto di vista cronologico, le varie isole di Hawai’i hanno formato un regno unico a partire dal 1795; Regno Unito e USA hanno provato in tutti i modi a ottenere il protettorato del Regno di Hawai’i e alla fine la spuntarono gli USA nel 1876.

Ma il Regno di Hawai’i non se la passava bene vista l’ormai assodata convivenza tra nativi, europei e statunitensi. Dopo diverse vicissitudini, alla fine la popolazione europea-americana depose la regina Liliʻuokalani nel 1893 (e, nel 1993, il presidente USA Bill Clinton ha firmato un documento di scuse per quell’episodio). Dopo un breve passaggio da Regno a Repubblica, Hawai’i fu annessa agli Stati Uniti nel 1898. Infine, dopo circa cent’anni nel 1959, le Hawai’i divennero il 50° stato degli USA.

Se già la nascita dell’attuale stato di Hawai’i è densa di abusi coloniali, il resto della storia non è da meno. Nel corso degli anni, anche di recente, sono state registrate diverse disparità tra nativi delle Hawai’i e americani che ormai vivono lì.

La faccenda dei telescopi su Mauna Kea è quindi solo una delle tante storie che hanno visto i nativi come minoranza lesa nei propri diritti.

Come si è arrivati ad avere telescopi su Mauna Kea

Le terre coinvolte nelle proteste sono luoghi sacri per i nativi delle Hawai’i. E sono anche terre espropriate nel 1893 quando fu deposta la regina Liliʻuokalani e finite nelle mani degli USA. Poi, nel 1959, quelle terre sono tornate nelle mani dello stato di Hawai’i con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita dei nativi (questa cosa è scritta nello Statehood Act del 1959).

Qualche anno dopo, nel 1968, lo Stato di Hawai’i ha ceduto per 65 anni, per la simbolica cifra di 1 dollaro all’anno, parte di quelle terre (compresa la vetta di Mauna Kea) all’Università di Hawai’i. Da quel momento è partita la costruzione dei telescopi sulla montagna.

Il sito di Mauna Kea infatti è un davvero un gran posto per metterci un telescopio: c’è pochissima umidità e l’atmosfera non è molto turbolenta.

Le proteste dei nativi ci sono sempre state

Negli anni Settanta, gli astronomi iniziarono quindi la loro opera di colonizzazione scientifica della vetta di Mauna Kea, viste le buone caratteristiche del sito. E subito partì il confronto con i nativi.

Dopo i primi colloqui, alcuni telescopi ebbero il pass per la costruzione. Ma attenzione: non fu una concertazione, fu già una lotta dei nativi per cercare di far invadere il meno possibile Mauna Kea.

Molti rapporti di quegli anni (per esempio questo) affermano che nessun sito di interesse culturale e archeologico era stato toccato dalla costruzione dei telescopi, senza però andare a fondo sull’impatto culturale di quelle costruzioni e senza coinvolgere in nativi nella scrittura dei quei rapporti.

Nel 1998, 30 anni dopo la cessione temporanea delle terre all’Università di Hawai’i, è stato reso pubblico un documento d’ispezione del territorio di Mauna Kea. Il documento certifica che la gestione di Mauna Kea da parte dell’Università di Hawai’i non è stata sufficiente dal 1968 al 1998 per presevare la montagna su diversi aspetti. In particolare, è riportato che solo una piccola parte dei fondi concessi è stata usata per rendere minimi i danni ambientali dovuti alla costruzione dei telescopi.

L’anno successivo, nel 1999, un gruppo di studenti delle scuole di Hawai’i incontrarono la principessa giapponese Sayako e palesarono le loro proteste contro lo sfruttamento del sito di Mauna Kea sacro per i nativi. Per inciso: non bisogna pensare alla sacralità di Mauna Kea solo come una divinazzione di un monte. Infatti, l’importanza sacra è anche data dalla presenza su tutta la montagna di moltissimi santuari che i nativi, giustamente, vorrebbero preservare.

Comunque, i piani per la costruzione di telescopi sono andati avanti. Per esempio, nel 2002 c’era un piano per la costruzione degli Outrigger Telescopes. Come dite? Non li avete mai sentiti nominare? Per forza: l’Office for Hawai’ian Affairs ha portato in tribunale la NASA e l’opera, indovinate un po’, è stata fermata.

Le proteste contro il TMT

Quello che è successo al progetto degli Outrigger Telescopes si sta ripetendo, con qualche difficoltà in più per i nativi, anche per quanto riguarda il progetto del Thirty Meter Telescope (TMT).

Le beghe processuali per la costruzione del TMT sono iniziate già nel 2010 e poi con il passare del tempo la tensione è salita sempre più.

Per esempio, nel 2014 doveva svolgersi una cerimonia per la posa della prima pietra del TMT proprio in cima a Mauna Kea. Diverse persone, astronomi, politici e giornalisti si riversarono poco vicino al luogo in cui dovrebbe sorgere il nuovo telescopio. Ma la cerimonia fu interrotta dall’intervento di Joshua Mangauil, meglio noto con il suo nome Hawai’ian: Lanakila. L’intervento di Lanakila in quel contesto è un puro intervento di rottura nei confronti di una situazione di conformismo. È un fatto importante, che dovrebbe far riflettere.

Non fu posata alcuna prima pietra quel giorno.

Comunque la pensiate, l’intervento di Lanakila è da vedere.

Le proteste sono andate avanti. E arriviamo a oggi, il 2019 e le proteste che hanno preso sempre più ampio spazio su diversi organi di informazione. Per i nativi è la continuazione di una protesta che va avanti dai tempi di James Cook, anche se per motivi diversi certo.

Nativi di Hawai’i che protestano contro il TMT ai piedi di Mauna Kea.

I nativi non vogliono colpire l’astronomia e la scienza: la protesta è indirizzata all’abuso verso loro stessi come popolazione indigena e verso quei territori che loro abitano da secoli e che, come abbiamo visto, hanno sempre difeso dallo sfruttamento incondizionato.

Inoltre, stavolta c’è di più: anche parecchi astronomi hanno deciso di condividere le istanze dei nativi, anche se con motivazioni diverse. Lo hanno fatto con una lettera aperta in cui non vogliono screditare la costruzione del TMT, bensì criticare il metodo e l’approccio che la comunità astronomica ha usato nella gestione di questa storia, in particolare nei confronti dei nativi.

Comunque, va sottolineato che in caso di problemi gli investitori del TMT hanno già pronto un sito alternativo: Las Palmas, Isole Canarie, Spagna.

E quindi?

Mi permetto un commento sulla vicenda, un commento parziale visto che ancora non è finita. Da (ex-)astrofisico non posso negare l’importante impatto scientifico che avrebbe il Thirty Meter Telescope. Tuttavia è abbastanza evidente, almeno secondo me, che i nativi abbiano totalmente ragione.

Come abbiamo visto, quella dei nativi di Hawai’i è una battaglia che viene da molto lontano; non si tratta semplicemente di difendere riti pagani e antichi, si tratta di difendere i loro diritti di abitanti di quelle terre. Diritti che per decenni (se non secoli) sono stati messi da parte da chi aveva i mezzi e la forza per farlo.

La ricerca scientifica si fa con i soldi: ci sono stati, e aziende di quei stati, che investono in ricerca e sviluppo per completare le complesse strutture scientifiche commissionate. Tuttavia la ricerca scientifica dovrebbe anche guardare un bel po’ più in là del proprio conto in banca, proprio perchè depositaria di quell’investitura di ricerca a nome di tutta l’umanità. Credo che in generale non si possa fare a meno di discutere di progetti invasivi sul territorio con le persone che in quei luoghi ci vivono.

Il dialogo è l’unica arma vincente in questi casi, ma solo se tutte le parti in gioco hanno garanzia di equità come peso nel rapporto. Abbiamo già visto diverse volte (anche in Italia, magari in casi di opere non scientifiche) che cosa accade quando non si dà credito ai punti di vista delle popolazioni coinvolte nei casi di costruzione di grandi opere.

Di certo c’è che scienza e società devono rivedere il loro rapporto: non si può prescindere da questo. Sempre da (ex-)astrofisico mi auguro che la vicenda si concluda nel migliore dei modi per i nativi. Nel caso del TMT, come abbiamo visto, la costruzione del telescopio potrebbe spostarsi alle Canarie. Ma siamo sicuri che gli organizzatori rinunceranno in modo facile alle fantastiche caratteristiche del cielo di Mauna Kea? Non credo (ma chissà, magari sarò smentito).

È anche vero che, come ho già detto, un telescopio come TMT sarebbe importante per scoprire meglio come funziona l’universo. Ma senza dialogo reciproco tra scienziati e società il fine non giustificherà i mezzi: scoprire i più reconditi misteri dell’universo non sarà mai abbastanza per recuperare quella fiducia nella comunità scientifica che già oggi vacilla parecchio, non solo tra i nativi.

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