Il Molise e la materia oscura

Come tutti probabilmente ben sapete, io sono molisano, cioè originario della regione probabilmente più bistrattata e presa in giro d’Italia, specialmente sui social. Ma, si sa, la cosa importante è riuscire a vedere il lato positivo in qualsiasi situazione. E allora ecco cosa ho pensato: voglio spiegarvi cosa hanno in comune il Molise e la materia oscura.
Se volete scoprirlo, non vi resta che guardare questo video, buona visione!

Ma i social aiutano la divulgazione scientifica?

Probabilmente, la domanda più difficile a cui deve provare a dare una risposta una persona che si propone di chiacchierare di scienza al grande pubblico è quella che riguarda la maniera per raggiungere un pubblico il più vasto possibile.
Se da un lato spremere le meningi su tale questione non solo ha senso ma è anche importante, dall’altro c’è un aspetto particolare di cui poco si parla, forse.
Ovvero, mi metto nei panni di uno del pubblico: dove trovo quello che cerco? Attenzione, non mi riferisco a questo o quel personaggio o community. Piuttosto, che faccio: leggo il blog, ascolto il podcast, guardo una serie di video, giro sui social? Non credo ci sia una risposta semplice a questo tipo di domanda e, in generale, il punto è che ogni mezzo è buono a seconda dell’uso che se ne fa.
Senza dubbio.

In giro, del resto, si trova di tutto: ottimi post, ottimi podcast, ottimi video, ottimi profili Facebook e Twitter dove gli appassionati di scienza possono avere tutte le informazioni che vogliono. Eppure, nonostante la qualità possa riuscire ad emergere nel marasma di informazioni a disposizione, tuttavia i social sembrano avere un ruolo assolutamente dominante, almeno negli ultimi anni, per veicolare la viralità delle informazioni. Naturalmente, qui non voglio immergermi nella discussione riguardo la bontà delle informazioni trasmesse; sicuramente, il proliferare di bufale sui social è notevolmente scoraggiante tuttavia qui voglio riferirmi solo alla divulgazione di informazioni corrette.
Quindi, il punto sostanziale del discorso che proverò ad impostare nelle prossime righe riguarda i social solo e soltanto nei confronti della divulgazione scientifica e non in quanto propriamente social (quella è una questione più profonda legata al nostro modo di vivere la società e non credo di poterne discutere in questa sede).
Ovviamente, voglio sottolineare che in questo post non c’è assolutamente una risposta finale alle problematiche che secondo me sono rilevanti e che quindi proverò a sollevare tra poco; tuttavia spero che si possa generare una discussione a riguardo.

Se la mettiamo sul piano puramente numerico, sicuramente Facebook, Twitter, Instagram hanno un impatto positivo sulla divulgazione scientifica. Quello che io mi chiedo invece è: si può ancora fare divulgazione senza social? Non fraintendetemi: sono perfettamente conscio del fatto che siamo nel momento storico-tecnologico in cui siamo e non pretendo che si debbano fare salti nel passato. Però mi sembra necessario provare a capire fino a che punto bisogna spingersi nell’intercettare il pubblico sui social a tutti i costi. E attenzione: il problema non è il pubblico, bensì il meccanismo di interazione che c’è sui social.


Il pubblico vuole capire, vuole sapere come funziona l’universo. Ma, naturalmente, il formato fa la differenza: un articolo, un podcast, un video hanno tempi e modi diversi. E per quanto riguarda il luogo in cui l’informazione viene divulgata?

Facebook ha i suoi algoritmi, Twitter i suoi tempi, Instagram i suoi limiti. Queste aziende sono nate con scopi aziendali (chiaramente) e siamo noi che pensiamo che si tratti di qualcosa che possa migliorare le cose che facciamo tutti i giorni. Di certo i social possono essere usati per fare divulgazione, ma si può ragionare come se fossero il canale principale di divulgazione scientifica?
Ecco, la mia personale risposta, per quello che vale, è no e ora proverò a spiegare perché. Come già detto, non pretendo che questa sia la risposta giusta e infatti il titolo di questo post è volutamente una domanda aperta, anche se qui provo a dare una mia visione, ovviamente opinabile, della questione.

Ritengo che i social siano insuperabili per quanto concerne il raggiungimento di un gran numero di persone. Ma ritengo, allo stesso tempo, che i contenuti si trovino ad occupare l’anello debole della catena. Infatti, a differenza di un blog, un post su Facebook può andare molto facilmente nel dimenticatoio e solo l’intervento di recupero del gestore di un profilo o pagina permette che il post venga riproposto a distanza di tempo. Un discorso molto simile vale su Twitter, dove le tempestiche sono ancor più brevi, in maniera sensata per le logiche del social network, ma in maniera irragionevole per i tempi divulgativi. Naturalmente, Twitter è favoloso se si tratta di seguire un evento in tempo reale (penso ai Nobel o ai lanci di satelliti o ancora alle missioni Rosetta e New Horizons) oppure se si tratta di rilanciare una notizia. Allo stesso modo Facebook fa il suo buon lavoro quando c’è di mezzo un’infografica oppure un qualcosa di molto simile ad un meme oppure ancora quando c’è da interagire con i commenti di molte persone.

D’altro canto, è molto comune (lo faccio anche io) vedere che i social vengono rilanciati per condividere articoli e notizie sui vari siti web; si tratta, praticamente, solo di un rimbalzo di link, una specie di esca per portare persone dai social al proprio contenuto sul proprio sito. Questo comporta che molti canali di divulgazione (anche Quantizzando!) abbiano tentacoli ovunque, su ogni tipo di social, con l’obiettivo di intercettare più persone possibili. E qui i problemi sono molteplici.

Primo, spesso i contenuti sono molto simili quando condivisi sui diversi social; certo, si fa quel che si può, ma davvero a volte diventa impossibile diversificare e allora la soluzione statisticamente ottimale è quella di un link e via.
Secondo, spesso le persone hanno profili su più di un social e quindi, per una buona parte, il pubblico si sovrappone e si compie solo un lavoro doppio per lo stesso numero di persone.
Terzo, lo abbiamo già detto, i tempi sono assolutamente sfavorevoli a quelli di una divulgazione di tipo “slow”, cioè con tempi maggiormente diluiti.

Ecco, questo porta al fulcro della questione: il tipo di contenuti da proporre.
Se accettiamo che dobbiamo usare i social come mezzo di divulgazione (non per condividere semplicemente link intendo) allora dobbiamo accettare anche dei contenuti di rapida consultazione con obiettivi di tipo virale oppure, nel caso di post di tipo long-form, allora di una minore visibilità sui motori di ricerca e quindi rinunciare ad una divulgazione in linea di principio accessibile a tutti, ovvero in realtà meno accessibile a coloro che non hanno a disposizione (per scelta) un profilo Facebook, Twitter o Instagram.

E quindi? Che si fa? Non si usano più i social? Dai su, non facciamo gli sciocchi. I social hanno certamente il loro ruolo e la loro importanza per la divulgazione scientifica e la storia recente ce lo ha dimostrato più volte, come abbiamo anche accennato in precedenza.
Tuttavia, prima o poi, chi fa divulgazione dovrà fare i conti con tutto ciò. Ovvero dovrà fare i conti con il fatto che non sono più le persone ad andare dalla divulgazione ma la divulgazione che va da loro. Ovvero, lasciatemi articolare meglio quest’ultimo pensiero, voglio dire che in precedenza le persone sicuramente inciampavano sul web in un blog scientifico interessante (o almeno a me così capitava prima dell’avvento dei social), ma capitava mentre stavano cercando qualcosa, cioè mentre stavano già dando libero sfogo alla loro curiosità cercando informazioni in rete.
Sui social non è così: si inciampa sulle pagine divulgative se le si conosce già, oppure se i nostri amici le condividono. E, inoltre, la condivisione non basta: il contenuto deve anche essere fruibile per il contesto social in cui ci troviamo altrimenti non sarà mai condiviso tante volte. E poi, una persona su un blog non ha distrazioni, mentre sui social il post di scienza magari passa in mezzo ad un post di gossip, uno di cucina e l’altro di un video di quelli scemi ma che fanno tanto ridere (non è una critica, eh, bisogna anche rilassarsi nella vita).

Quindi ricapitolando possiamo dire che i social, secondo me, hanno avuto un impatto altamente remunerativo per la divulgazione scientifica. Il prezzo da pagare è quello di parlare solo al pubblico presente sui social e inoltre spesso, per quanto riguarda i contenuti, nelle forme che vanno per la maggiore su un determinato social. Si potrebbe obiettare che, ormai, tutti hanno un profilo social. Obiezione accolta, ma forse dovremmo chiederci perché tutti hanno un profilo social e credo che, a quel punto, scopriremmo che il motivo non è propriamente la divulgazione scientifica bensì qualcosa di più profondo riguardo la nostra natura umana e lo stare in società. Qualcosa che dobbiamo accettare, anche se magari a molti di noi non piace.

Ma il fatto che ci piaccia condividere le nostre emozioni e i nostri momenti più intimi con delle aziende che traggono profitti da tutto ciò non deve per forza farci accettare anche il modo in cui viene fatta la divulgazione come se fosse un fatto ineluttabile. Per quello che ho potuto sperimentare diverse volte, sia in Italia che all’estero, la migliore divulgazione è quella che si fa chiacchierando e coinvolgendo le persone faccia a faccia. Perché in quel momento, in quel preciso istante in cui ti chiedono qualcosa sull’universo, ecco che ti guardano e vedono le tue mani muoversi, i tuoi occhi illuminarsi e il tuo sguardo irradiarsi per il solo fatto che stai parlando di qualcosa di assolutamente pazzesco (almeno per te); e poi, se ti va bene, ti fanno un’altra domanda, e ancora un’altra, fino a quando ti stringono la mano e ti ringraziano perché, anche se domani torneranno al loro lavoro e ai problemi della loro vita, per una sera hanno viaggiato per milioni e milioni di anni luce semplicemente chiacchierando.

Detto questo, tornando con i piedi sul web, sono convinto che la vecchia via dei blog sia la maniera migliore per fare divulgazione scientifica. Perché un blog ha tutto lo spazio che serve e perché un blog, almeno nella sua concezione originaria, non è fatto per essere condiviso ma è fatto per essere visitato e letto. Per dirla con una metafora, sui social il divulgatore è come se fosse un commerciante che cerca di vendere un prodotto con la moneta dei like e delle condivisioni per poterci guadagnare in visibilità; sul blog invece il divulgatore apre la sua casa a tutti e prepara pure il buffet, tutto gratis, e, pensate un po’, come ritorno non chiede nient’altro che di andarlo a trovare un’altra volta ancora nella sua casa, anzi di andarlo a trovare sempre più spesso.

Vedete, quello che voglio dire è che, con la scusa che si vuole raggiungere un pubblico vasto, forse abbiamo perso di vista il fatto che i contenuti vanno fruiti con i tempi giusti, magari anche ricercati negli archivi del blog e letti con i dovuti cerimoniali di lettura che ognuno di noi ha. Ma, soprattutto, forse abbiamo dimenticato il sapore della ricerca, di andare noi a ravanare nei meandri di internet per trovare quel blog di nicchia che parla e tratta di alcuni temi che mi interessano.

Insomma, la questione non è semplice e, come ho già detto, questo mio post non pretende di contenere la verità assoluta. Spero che contenga, però, almeno qualche spunto di riflessione: magari nei commenti mi direte che non ho capito niente di come funziona il mondo, oppure magari mi direte che ho proprio ragione. Non importa, discutere è bello e fa sempre piacere. Bello e piacevole proprio come scrivere un blog. E Quantizzando, come tanti altri (anche migliori) blog di divulgazione scientifica sono sempre aperti, ventiquattro ore su ventiquattro, per tutti coloro che vogliono passare a fare un salto, anche solo per un caffè.
Noi siamo qua per tutti, nessuno escluso, voi non vi rintanate tra le quattro mura di un social network.

L’amore ai tempi di Faraday

L’amore, si sa, non è una cosa semplice da gestire. Ci sono amori che durano una vita e vite senza neanche una goccia d’amore. Poi, però, una volta che si diventa pieni d’amore, magari anche amati, ecco che da un giorno all’altro tutto passa, tutto scompare.
D’altronde, l’amore è uno di quei bisogni primordiali di noi esseri umani e che, in realtà, non hanno una reale spiegazione. O meglio, a dire il vero potremmo dire che l’amore può essere collegato al bisogno instintivo di continuazione della specie; sì, magari è una posizione cruda, sicuramente poco romantica, ma forse non troppo distante dalla verità.

Di certo c’è che noi tutti amiamo e sembra quasi che sia impossibile per noi non finire incastrati nella rete dei sentimenti amorosi prima o poi nella vita. Ovviamente ci sono dei bisogni primordiali ancor più fondamentali, tipo mangiare e bere, bisogni che se non corrisposti a dovere, non riusciremmo a vivere. E qui arriviamo al punto.

Infatti, se da un lato sappiamo benissimo che abbiamo bisogno di mangiare e bere e accettiamo, nel senso che comprendiamo, la fame e la sete come istinti primordiali e inconsci dell’essere umano, dall’altro lato sappiamo tutti che l’amore in qualche modo (magari anche con dolore) potremmo in generale evitarlo e in tal modo risparmiarci le pene amorose, dopo una certa abitudine s’intende.
Quindi in sostanza, tutti amano, e magari qualcuno no, ma comunque si tira avanti, dai.

Tutto ciò mi ha fatto pensare che l’essere umano ha un altro bisogno primordiale molto simile all’amore, ma che spesso viene dimenticato: sto parlando della curiosità scientifica, ovvero intesa come voglia di scoprire come è fatto e come funziona l’universo in cui ci troviamo immersi per qualche motivo sconosciuto.
Solo che, al contrario dell’amore a cui associamo la continuazione della specie, alla curiosità scientifica non associamo (ancora?) una spiegazione simile. Insomma, molta gente vive benissimo senza essere curiosa su come funziona l’universo. E va bene così, eh.

Già, perché, diciamolo chiaramente: gli esseri umani la ricerca di base la fanno solo perché sono curiosi. Voglio dire, non vi è nessun motivo particolare per cercare di capire come è fatto l’universo, se non quello che ci troviamo catapultati in questo universo e ci piacerebbe capire il senso di tutto ciò. Ovvio, poi dopo, ma non necessariamente, la ricerca di base porta dei benefici di primo livello nella vita di tutti i giorni; ma non facciamo ricerca per ottenere questi benefici, o almeno non è quello il motivo per cui i primi scienziati iniziarono. Che poi i benefici arrivino è secondario, almeno agli occhi di chi la ricerca di base la fa (certo magari non è secondario per il contribuente che vuole sapere come vengono spesi i soldi delle tasse, ma questa è un’altra storia).

Tutto questo discorso tra amore e scienza trova, a mio avviso, un elegante collegamento in un personaggio ben specifico:

Michael Faraday

 

Michael Faraday nacque nel 1791 nel Regno Unito ed ebbe un’infanzia piuttosto difficile, soprattutto dal punto di vista economico. Per questo, da giovanissimo, all’età di 13 anni, iniziò a lavorare da un libraio, dove imparò a rilegare e a svolgere altre mansioni. Detta così, sembra la vita del solito sfortunato ragazzo povero costretto a lavorare da giovanissimo e a cui gli viene praticamente rubata l’infanzia. Sembra, perché in tutto questo contesto in cui il 99% delle persone si sarebbero forse date alla droga o all’alcool, ecco che dentro la testa di Faraday comincia a farsi largo quell’istinto primordiale della curiosità scientifica. Già, perché Faraday iniziò a leggere un sacco di libri, come se per qualche motivo capì subito che il vero tesoro erano proprio le pagine di quei libri su cui lavorava tutti i giorni.

Ah, poi, i libri che lesse: chimica, scienze, elettricità, fisica. Se tutto ciò vi sembra qualcosa di normale pensate ad un qualsiasi ragazzino di 13 anni nel 2016 o nel 2017. Ecco, appunto.

E quindi, dicevamo, la curosità scientifica prese il sopravvento in Faraday. Prese così tanto il sopravvento che alla fine del suo apprendistato in libreria iniziò a seguire lezioni alla Royal Society. E qui scattò tutto: Faraday seguiva con estrema attenzione le lezioni e prendeva appunti con concentrazione. Questo suo constante impegno gli valse l’attenzione del chimico e fisico Sir Humpry Davy che addirittura lo prese come assistente personale per un viaggio in Europa. Per inciso, il viaggio non andò benissimo: Faraday svolse anche il lavoro di cameriere per Davy. E vabbé, Faraday lo fece. Ma era pur sempre l’assistente di Davy. Questa cosa provocò non pochi grattacapi alla moglie di Davy, la quale assolutamente non poteva concepire che quel ragazzo di umile origini potesse essere parte di quel viaggio e quindi lo trattava malissimo. Pensate che, a causa di questa disavventura, Faraday, nonostante fosse stato a contatto con un ambiente parecchio stimolante in giro per l’Europa, aveva addirittura pensato di mollare la fisica e basta. Per fortuna, però, gli effetti della curiosità per la natura sono davvero molto simili a quelli dell’amore e Faraday continuò a fare scienza.

Fin qui sembrerebbe una storia bella di un ragazzo che realizza un sogno, ma in realtà non finisce qui. Anzi, proprio come una storia d’amore, uno sa come parte ma non sa come arriva.
E la stessa cosa accadde per Faraday.

In particolare, Faraday aveva letto e studiato che un filo in cui scorre corrente elettrica genera un campo magnetico, e anche che due fili attraversati da corrente sentivano tra essi una forza dovuta ai campi magnetici prodotti tra i due fili stessi.

Ora, anche se quello che leggerete qui di seguito non corrisponde perfettamente alla realtà dei fatti avvenuti, immaginiamo per un attimo, con la concessione di qualche libertà storica, Faraday nel suo laboratorio che provava a fare esperimenti sull’elettricità e sul magnetismo.

“Chissà cosa accade dunque se metto un filo con corrente elettrica vicino ad uno senza corrente…”, si chiese Faraday nell’anno 1831.

E allora, per rispondere alla sua domanda, fece così: prese due fili, uno attaccato ad una batteria così da farci passare la corrente, ed un altro invece senza batteria quindi senza corrente. Aveva preparato tutto l’impianto sul tavolo del suo laboratorio, il filo con corrente e il filo senza corrente. Unico difetto: per azionare la batteria del primo filo aveva bisogno di andare all’interruttore generale dall’altra parte della stanza, una passeggiata di quindici secondi circa.
“Non importa, sono troppo curioso di vedere che succede, poi ci penserò a mettere tutto a posto se magari un giorno mi toccherà esporre i risultati di questo esperimento. Ora proviamo!”
Così Faraday controllò fosse tutto al suo posto, si diresse all’altro capo della stanza, accese l’interruttore, tornò al tavolo e…niente. Nel filo attaccato alla batteria scorreva corrente come doveva essere, mentre nel secondo filo non accadeva nulla. Un po’ deluso, Faraday provò e ritentò ancora molte altre volte per alcuni giorni, ma niente; ogni volta che tornava al tavolo, il misuratore di corrente del secondo filo segnava zero.

Un giorno, preso da suoi studi, Faraday non si accorse che un suo amico era passato a trovarlo.
“Ciao Michael, come stai? Ti trovo bene. Come vanno i tuoi studi? E gli esperimenti?”, chiese l’amico.

Faraday ancora non aveva digerito la storia dei due fili, anche se aveva promesso a se stesso di provare con altre configurazioni appena possibile. E infatti, pur felice per la visita, negli occhi aveva ancora un po’ di delusione. Ma la scienza, per fortuna,  è fatta anche di esperimenti falliti e non è sempre fatta di scoperte: se non fosse così, allora non sarebbe più scienza, sarebbe una noia (almeno dopo un po’).
Comunque l’arrivo dell’amico (e soprattutto la domanda dell’amico) fu comunque un’occasione per rifare l’esperimento ancora una volta. E, si sa, uno scienziato non si fa certo pregare quando si tratta di rifare un esperimento.

Bene dai. Stavo studiando un po’ di cose sui fili elettrici e sul campo magnetico. Guarda,” disse indicando il tavolo “questo è l’ultimo esperimento che ho provato” e mentre lo diceva metteva a posto i due fili uno accanto all’altro. Dopodiché, dopo averne collegato uno ad una batteria, continuò “Ora tu aspetta lì al tavolo, io vado ad accendere il generatore, arrivo eh” e si avviò verso l’interruttore.
Con passo deciso Faraday attraversò la stanza, con l’aria tutta sua di chi ha una padronanza totale dell’argomento e mentre tirava giù la leva iniziò a dire a voce bassa “Tanto non c’è niente da vedere, che non accade nulla!“.
Solo che, stavolta, mentre lo diceva, l’amico fidato esclamò un “Pazzesco!” e quando Faraday si voltò guidato dalla voce dell’altro, egli stava ancora indicando con una mano l’attrezzo che misura la corrente nel filo senza batteria.
Pazzesco cosa?” con preoccupazione Faraday si avvicinò al tavolo, con la paura negli occhi di aver ripetuto diverse volte un esperimento senza essersi accorto di un particolare a quel punto evidente.
La corrente…nell’altro filo…però ora è strano perché l’attrezzo dà zero corrente…ma ti giuro che ho visto muoversi la lancetta, anche se per un attimo.”
Faraday ci pensò un attimo su e iniziò a rendersi conto che poteva essere plausibile visto che lui ogni volta doveva attraversare la stanza. E allora subito propose all’amico di invertire i ruoli. Stavolta Faraday sarebbe rimasto al tavolo mentre l’amico sarebbe andato ad accendere l’interruttore.

E stavolta, la lancetta della corrente, la vide muoversi anche lui.

Ora, forse i puristi della storia della fisica spero mi possano perdonare, ma questa idea romanzata degli esperimenti di Faraday ci permette di capire per bene come funziona la scienza. Infatti, all’inizio abbiamo una persona che studia un sacco. E, diciamolo chiaramente, lo fa senza motivo, solo per quella curiosità primordiale della nostra specie di cui parlavamo all’inizio. Successivamente, decide di mettere in pratica ciò che ha studiato in situazione non ancora esplorate. E poi, prova e riprova mille volte, alla fine qualcosa va a finire che accade. O forse no. Ma non importa, non è per quello che si fa l’esperimento. Il motivo principale per cui si mette in piedi l’esperimento è solo e semplicemente la curiosità, sempre quella ovviamente.

Per la cronaca, comunque, Faraday scoprì che non era il campo magnetico in sé a far scorrere corrente nel secondo filo. Infatti, che ogni volta che tornava lui al tavolo l’interruttore era acceso e quindi il primo filo generava un campo magnetico, però nel secondo filo (che sentiva il campo magnetico del primo appunto) non scorreva alcuna corrente.
Faraday, invece, capì che era la variabilità del campo magnetico a generare la corrente (tecnicamente: la variazione del flusso del campo magnetico nel tempo). E la corrente, si sa, si viene a formare solo se c’è un voltaggio, cioè una batteria. Quindi la variazione di flusso del campo magnetico nel tempo è uguale all’azione di una pila. Pensate quanta eccitazione avrà attraversato la mente di Faraday una volta compreso questo incredibile meccanismo di funzionamento della natura.
E, ancora una volta, sapete qual è la cosa più bella di tutte? Esatto, proprio così, che Faraday stava facendo tutto solo per pura curiosità e non per la mera voglia di arrivare ad una scoperta.
Sempre per la cronaca, la legge fisica scoperta da Faraday è quella che oggi chiamamo dell’induzione elettromagnetica ed è alla base del funzionamento di una miriade di meccanismi che usiamo tutti i giorni tipo i motori elettrici e gli alternatori (oltre che essere, probabilmente, un incubo per gli studenti del quinto anno di liceo scientifico).

Nella scienza è così, si lavora e si va avanti grazie alla curiosità innata in molti di noi esseri umani. Non sappiamo perché, e a dire il vero neanche ci interessa: siamo curiosi e basta.

Esatto, un po’ come l’amore, anzi proprio come l’amore quando non vuole sentire ragioni.
Viva l’amore e la scienza, quelli veri.