Anno: 2014 Pagina 1 di 14

L’universo che conosciamo

Siete mai stati sull’Himalaya? Beh, fa niente comunque. C’è molto di più. Si può andare ancora più lontano. Si può scorgere da lontano il nostro Sistema Solare e, ad un certo punto, confondere il nostro Sole con le miliardi di stelle della nostra Galassia, tanto che risulta impossibile riconoscere la stella più vicina a noi tra la folla di astri.

E spingendoci oltre, nella selva di galassie che abbiamo osservato finora nel nostro universo, arriva anche il momento in cui la nostra Galassia stessa diventa irriconoscibile.

Fino ad arrivare al limite delle nostre osservazioni, quella che chiamiamo radiazione cosmica di fondo, la prima luce dell’universo che siamo in grado di osservare, solo 300 mila anni dopo il Big Bang.

Tornando indietro dal nostro viaggio, come muovendoci in un bosco che pensavamo di conoscere perché avevamo misurato ogni albero, in questo caso ogni galassia, con la dovuta attenzione e pazienza, ecco che quasi viene da chiederci cosa diavolo ci fa quella minuscola perla azzurra in questo bosco e cosa ci facciamo noi.

E poi, penso di essere sopra l’Himalaya a guardare in alto, a volgere lo sguardo verso questa immensa infinità così grande che ci avvolge e l’unica cosa che mi viene in mente è che Noi, esseri umani minuscoli abitanti di questa perla azzurra, possiamo osservare, misurare e probabilmente capire tutto ciò.

The Known Universe, un video dell’American Museum of Natural History. 
Tutto ciò che è mostrato è in scala.

In fondo un anno non è altro che un giro intorno al Sole, in fondo si tratta di tempi e distanze infinitamente trascurabili rispetto alle dimensioni spaziali e temporali del nostro universo.
E adesso un altro giro inizia. E io vi auguro di passare un anno fantastico, pieno di tutto ciò che desiderate.
Ma anche pieno ancor di più di scienza, di curiosità per l’universo che ci circonda e che ci ospita su questa minuscola perla.

Buon anno a tutti, cari amici di Quantizzando!

Il mio primo articolo scientifico

Ieri è apparso on-line il mio primo articolo scientifico e, dopo una giornata di relax, non vedevo l’ora di condividere con voi questo momento carissimi amici di Quantizzando. Proverò a spiegarvi in parole semplici che cosa ho combinato, ma non aspettatevi una cosa importante; si tratta solo di un modestissimo contributo alla scienza 😉

Qualche tempo fa vi avevo già parlato delle lenti gravitazionali e di come esse siano importanti in astrofisica per capire come è fatto l’universo.
Faccio un brevissimo ripasso (per maggiori dettagli rimando al post con il link di cui sopra).

Prendete una galassia moooolto lontana. La luce delle stelle di quella galassia lontana, per arrivare fino a noi, deve attraversare un bel pezzo di universo. E questo pezzo di universo è pieno di tutta la roba che c’è tra noi sulla Terra e quella galassia lontana.
La teoria della Relatività Generale ci dice che la luce si muove seguendo la curvatura dello spazio-tempo. E lo spazio-tempo curva perché c’è della massa.
Perciò quando la luce di quella galassia lontana incontra “qualcosa”, praticamente altre galassie e ammassi di galassie, allora siccome lo spazio-tempo è curvato la luce cambia la sua direzione di viaggio.
In definitiva, quello che accade è che le immagini delle galassie lontane vengono distorte e ingradite.
Ecco un’immagine bella che potrebbe rendere l’idea:

Sempre in quel post dicevamo che la foto qui sopra è un esempio di lensing (giusto per non dire ogni volta lente gravitazionale!) forte, mentre quello di cui vogliamo parlare oggi è il lensing debole.
Ovviamente gli aggettivi forte e debole si riferiscono agli effetti prodotti, cioé a quanto vengono deformate le immagini delle galassie.

E infine, ultimo richiamo al post dell’anno scorso, avevamo detto che studiando le proprietà statistiche (tra poco spiegherò meglio cosa questo significhi) di queste deformazioni possiamo imparare molto sull’universo, in particolare sull’energia oscura!
Siamo arrivati al punto: ci sono due possibili deformazioni, come abbiamo già detto; le galassie aumentano il loro essere ellittiche e inoltre diventano più grandi in dimensioni, proprio come agisce una lente di ingrandimento.

Lo studio di questo secondo effetto è quello di cui mi occupo personalmente durante il mio dottorato all’Institute of Cosmology and Gravitation a Portsmouth (UK) e mi piacerebbe condividere con voi qualcosina su un lavoro che abbiamo appena terminato e che potete trovare qui: http://arxiv.org/abs/1412.4606.

Il nostro articolo non è stato ancora pubblicato ma è stato inviato ad un giornale di astrofisica per innescare il meccanismo della cosiddetta peer-review, ovvero una revisione del mio articolo da un esperto del campo in maniera che egli/ella possa accertare che il lavoro che ho fatto sia un buon lavoro (speriamo bene :p).
Così funziona la scienza!
Comunque, nell’attesa che il normale procedere della scienza prosegui, volevo raccontarvi cosa abbiamo trovato.

Intrinsic size correlations in weak lensing. http://t.co/MKP8z7nCoe
— Astrophysics Papers (@AstroPHYPapers) December 16, 2014

Dunque, dicevamo che le galassie vengono ingrandite a causa del lensing. Allora uno potrebbe dire: ottimo, possiamo studiare le proprietà statistiche di questa cosa (insieme alle informazioni sulle distorsioni delle ellitticità) e capire ancora meglio come funziona l’universo. Fantastico!
Mi spiego semplificando parecchio: se trovo che osservo galassie più grosse della media in una certa regione allora potrei dire “ecco il lensing!”.
Però, aspettate un attimo: e se io andassi a beccare una regione in cui le galassie sono più grosse della media anche senza lensing?
Questo sarebbe un problema; infatti io mi troverei di fronte una situazione che sembra lensing ma in realtà è un effetto intrinseco.
Quando dicevo di studiare le proprietà statistiche intendevo proprio vedere se ci sono galassie più grandi rispetto alla media e vedere se questo effetto è dovuto al lensing oppure al fatto che, effettivamente, quelle galassie sono grosse più del solito.
Ecco, io e gli altri autori dell’articolo abbiamo provato a cercare un qualche modello che tenga conto di questo effetto intrinseco. L’idea di base è davvero molto semplice: assumiamo che le galassie più (intrinsecamente) grosse si trovino nelle regioni dove c’è alta densità di materia.
Se facciamo questa assunzione troviamo che se volessimo misurare gli effetti del lensing tramite le dimensioni delle galassie allora proprio non possiamo non tenere conto del fatto che in alcune regioni si potrebbero trovare galassie più grosse della media.

E questo è ciò che abbiamo trovato come risultato dell’articolo.
Ma ora voi direte: a che serve tutto ciò? Nella vita quotidiana non serve a niente, ovviamente!
Serve qualora voleste servirvi delle dimensioni delle varie galassie per capire alcune proprietà dell’universo. Tuttavia il modello che abbiamo sviluppato nell’articolo non è perfetto: ha le sue assunzioni, come tutti i modelli.
Il messaggio importante, comunque a mio avviso, è che gli effetti intrinseci sono importanti quando si studia lensing e non andrebbero trascurati in future analisi.

Questo è il mio primo articolo scientifico. Ammetto di essere ancora un pochino emozionato e sono davvero felice. Si tratta solo di un minuscolo contributo alla scienza ma è proprio così che funziona. Piccoli tasselli che pian piano si uniscono a svelare quel grande, stupefacente, meraviglioso puzzle che è il nostro universo.

Un sistema solare…alla frutta!

Tra tutte le cose che provo a comunicare su questo blog, uno degli argomenti più affascinanti per coloro che mi pongono domande riguarda le dimensioni degli oggetti astronomici.

E allora capirete certamente che quando, navigando e ri-navigando in rete, mi trovo di fronte un qualcosa che possa aiutare tutti noi a dare un senso alle dimensioni delle cose nell’universo, ecco che non vedo l’ora di proporvela.

Dunque, dovete sapere che la BBC nel Regno Unito ogni anno organizza una serie di eventi pubblici (che poi vengono trasmessi anche in televisione) chiamati Stargazing Live dove si fa, appunto, divulgazione scientifica (e astronomica in particolare).


Tra l’altro, anche io (come molti altri dell’Institute of Cosmology and Gravitation di Portsmouth dove sto svolgendo il dottorato) ho dato il mio contributo ad uno di questi eventi proprio qui a Portsmouth lo scorso gennaio e mi sono divertito un sacco a giocare con adulti e ragazzi che dovevano mettere in ordine di dimensioni pianeti, nebulose e galassie, come testimonia la foto quaggiù che vi posto anche se con quasi un anno di ritardo (Ah, per chi non mi conoscesse sono quello a sinistra del vostro schermo :p ).

It was fun to do ‘Play your cards right’ & guess the size if planets with these 2 from ICG at UoP @BBCStargazing pic.twitter.com/ApjAHOrg6p
— Tara Dean (@TaranehDean) January 7, 2014

Comunque, torniamo al titolo di questo post (che è, appunto, legato a quanto detto finora).
Infatti, la BBC non solo organizza questi eventi a cui partecipano tantissime persone ma inoltre prepara anche una specie di guida per lo spettatore. In particolare, nella guida del 2013, tra le altre interessanti cose, c’è anche questa:

Vado a tradurre il significato e le parole di questo fantastico grafico.
In pratica i pianeti sono rappresentati come diversi frutti a seconda della loro reale grandezza in maniera tale da poter confrontare tra loro le dimensioni.

In questo sistema solare fruttoso tuttavia il Sole non trova spazio. Infatti, come specificato nella figura sopra, il Sole è così grande (potrebbe contenere più di un milione di pianeti come la Terra!) che non c’è modo di farlo entrare proprio nel grafico!

Quindi concentriamoci solo sui pianeti: Giove, il più grande sarebbe una bella anguria mentre Saturno, leggermente più piccolo, sarebbe uno di quei grossi pompelmi belli succosi.
Urano invece sarebbe una mela mentre Nettuno un lime.
E la Terra? Al pari di Venere, non saremmo altro che dei pomodorini! Marte invece sarebbe grande come un mirtillo. Peggio se la passa Mercurio che sarebbe grande come un grano di pepe!

Stupefacente, vero?

Ora sono certo che in cucina o a tavola si scateneranno discussioni pazzesche. Magari mentre state facendo a fette l’anguria ecco che un lettore di Quantizzando potrebbe tentare di fermarvi prima di distruggere Giove! Oppure per voi che mangiate insalate di pomodorini potrebbe essere la fine ed etichettati per sempre come distruttore del nostro pianeta, alla faccia di tutti gli asteroidi!

Ovviamente si scherza, ma a me piace un sacco scherzare, soprattutto sull’astrofisica, sennò sai che noia.
E poi, leggere qualcosa di astrofisica fa bene. Proprio come fanno bene frutta e la verdura!

Qualcosa per i ricercatori italiani

Forse non vi sarà sfuggita la lettera di Cosimo Lacava scritta a La Repubblica il 1 Dicembre 2014. Nel caso ve la foste persa eccovi il link.

Sostanzialmente Cosimo dice due cose importantissime tra le altre importanti. La prima è sottolineare che il disagio che ha un ricercatore quando va all’estero non è quello di “emigrare” piuttosto quello di non poter partecipare attivamente alla vita politico/sociale italiana e di dare possibilità ad un altro stato di usufruire del lavoro di una persona formata in Italia (a spese degli italiani, ovviamente!).
La seconda cosa importante è che Cosimo chiede una modifica alla Legge di Stabilità appena approvata alla Camera dei Deputati e ora in discussione al Senato. Potete trovare il testo completo qui.

Ora, questa modifica (che andrò a spiegarvi in sintesi) è richiesta anche dall’Associazione dei Dottoranti Pavesi tramite una petizione pubblicata sul sito Change.org.
La petizione in questione la potete trovare qui.

Ora proverò a spiegarvi di che si tratta. Qualora foste d’accordo con i promotori della petizione allora andate a firmare perché è davvero importante lanciare un segnale cercando di raggiungere un cospicuo numero di firme.
Vi dico subito che io ho già firmato con convinzione.

Dunque, non è che ho firmato a caso solo perché sono relativamente direttamente interessato alla questione. Sono andato a vedermi un attimo le leggi in questione.
Partiamo dall’inizio (o più o meno dall’inizio, con le leggi le cose sono incasinate). Diciamo che scegliamo un punto iniziale. E il nostro punto è questa legge del 30 Dicembre 2010, n.240 che delinea i contorni della figura del ricercatore a tempo determinato, in particolare date uno sguardo all’articolo 24 comma 3 dove si afferma:

“3. I contratti hanno le seguenti tipologie:
a) contratti di durata triennale prorogabili per soli due anni, per una sola volta, previa positiva valutazione delle attività didattiche e di ricerca svolte, effettuata sulla base di modalità, criteri e parametri definiti con decreto del Ministro; i predetti contratti possono essere stipulati con il medesimo soggetto anche in sedi diverse;
b) contratti triennali non rinnovabili, riservati a candidati che hanno usufruito dei contratti di cui alla lettera a), ovvero, per almeno tre anni anche non consecutivi, di assegni di ricerca ai sensi dell’articolo 51, comma 6, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e successive modificazioni, o di borse post-dottorato ai sensi dell’articolo 4 della legge 30 novembre 1989, n. 398, ovvero di analoghi contratti, assegni o borse in atenei stranieri.”

Dunque abbiamo due tipi di ricercatori a tempo determinato: A e B. I ricercatori A prendono contratti di tre anni (estendibili per altri due anni ma solo una volta eh!) mentre i ricercatori B sono coloro che hanno già beccato il contratto A e che si beccano un bel contratto di tre anni.
Immagino che vista così la cosa non sia chiara. Cioè verrebbe da chiedersi a cosa serva il contratto B. L’utilità del contratto B viene spiegata nella stessa legge del 30 Dicembre 2010, n. 240 all’articolo 5:

“5. Nell’ambito delle risorse disponibili per la programmazione, nel terzo anno di contratto di cui al comma 3, lettera b), l’università valuta il titolare del contratto stesso, che abbia conseguito l’abilitazione scientifica di cui all’articolo 16, ai fini della chiamata nel ruolo di professore associato, ai sensi dell’articolo 18, comma 1, lettera e). In caso di esito positivo della valutazione, il titolare del contratto, alla scadenza dello stesso, e’ inquadrato nel ruolo dei professori associati. La valutazione si svolge in conformità agli standard qualitativi riconosciuti a livello internazionale individuati con apposito regolamento di ateneo nell’ambito dei criteri fissati con decreto del Ministro. La programmazione di cui all’articolo 18, comma 2, assicura la disponibilità delle risorse necessarie in caso di esito positivo della procedura di valutazione. Alla procedura e’ data pubblicità sul sito dell’ateneo.”

Capito dunque? I ricercatori B, alla fine del loro contratto triennale, vengono valutati dall’università per essere inquadrati come professori associati.
Praticamente la fine del precariato.
Ma c’è una legge che dice che l’università deve assumere ricercatori B?

La risposta è nel decreto legislativo del 29 Marzo 2012 n.49, in particolare articolo 4 – comma 2 – lettera c), dove viene affermato che la programmazione di ateneo deve “provvedere al reclutamento di un numero di ricercatori di cui all’articolo 24, comma 3, lettera b) della legge 30 dicembre 2010, n. 240”.

Ottimo, siamo tutti contenti dunque. Di cosa si lamentano Cosimo e i dottoranti pavesi? Dell’ultima Legge di Stabilità che cambia proprio l’articolo 4 – comma 2 – lettera c) del decreto legislativo del 29 Marzo 2012 n.49. E come lo cambia? Lo cambia all’articolo 2 – comma 98 nella seguente maniera:

“98. Alla lettera c) del comma 2 dell’articolo 4 del decreto legislativo 29 marzo 2012, n.49 le parole:  ‘reclutati ai sensi dell’articolo 24, comma 3, lettera b), ‘ sono sostituite dalle seguenti: ‘ reclutati ai sensi dell’articolo 24, comma 3, ‘. “

GENI ASSOLUTI (DEL MALE)!
Hanno cancellato “lettera b)”. Sembra una cosa innocua ma in realtà hanno cancellato proprio l’obbligo di reclutare ricercatori B, ovvero quelli che poi dopo tre anni sarebbero dovuti finire con un posto a tempo indeterminato come professori associati.

La domanda ora sorge spontanea: perchè?
Una possibile interpretazione è quella offerta dal Prof. Eugenio Mazzarella, professore ordinario all’Università Federico II di Napoli e deputato della XVI legislatura nella commisione cultura, scienza e istruzione alla Camera che ha scritto anch’egli una lettera a La Repubblica proprio in risposta alla lettera di Cosimo.
Essenzialmente egli afferma che le università non hanno alcuna possibilità di assumere ricercatori B (che poi andrebbero inquadrati) e che il vero problema (colto anche da Cosimo) è quello del finanziamento degli atenei, dissanguati dopo i tagli della purtroppo celeberrima riforma Gelmini.
E come non essere d’accordo con il Prof. Mazzarella? Più soldi alle università, più soldi per pagare i ricercatori e più soldi per inquadrarli in una situazione più stabile.

A me viene da dire che il vero problema però è che oltre a non vedere finanziamenti all’università nelle varie leggi al momento, inoltre viene anche meno l’obbligo di reclutare ricercatori che avrebbero potuto avere una prospettiva futura migliore.
Ovvero con il finanziamento (certo!) avremmo due piccioni (più ricerca e più ricercatori) con una fava (soldi!), ma a quanto pare il governo non ci mette nè piccioni nè fava!

Dunque, se anche voi ritenete che quel comma non debba essere modificato allora correte a firmare la petizione dell’Associazione dei Dottorandi Pavesi che chiede la cancellazione dell’attuale articolo 2, comma 98 della Legge di Stabilità; Inoltre, soprattutto, invitate i vostri amici e conoscenti a firmare (metto di nuovo il link):

https://www.change.org/p/parlamento-italiano-e-presidente-del-consiglio-italiano-perche-il-futuro-della-ricerca-italiana-non-puo-essere-un-buco-nero

Ma ancora una volta, senza firmare a caso. Spiegate loro qual è il problema. Ovvero che in Italia non si investe affatto sulla ricerca, neanche per sbaglio.

Il problema dell’inquinamento luminoso

Lo dico immediatamente a beneficio del lettore capitato da queste parti. Questo è un post sull’inquinamento luminoso in cui vedremo le seguenti cose: di che si tratta, perché è importante, come ridurlo e se ci sono leggi in merito (almeno in Italia).

Inizio subito con il dire che in Italia c’è gente che si preoccupa sul serio di questo problema e a cui rimando per qualsiasi dettagliata informazione dato che essi si occupano di queste tematiche. Sto parlando dell’associazione CieloBuio che dal 1997 si occupa di promuovere campagne volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema dell’inquinamento luminoso. Un’altra associazione molto impegnata su questo fronte è l’UAI (Unione Astrofili Italiani).

Ovviamente non è che si possa pretendere di spegnere tutte le luci, ovvio. Però molto spesso il modo in cui l’illuminazione pubblica viene installata è da brividi e fa seriamente dubitare sul fatto che ci sia stata un’evoluzione della specie umana. Ma andiamo con ordine e iniziamo con il dire cos’è l’inquinamento luminoso esattamente, magari per coloro che hanno le idee ancora confuse su questo argomento.


Per inquinamento luminoso si intende l’adozione di una strategia inefficiente di illuminazione cittadina che causa la dispersione di una non trascurabile frazione di illuminazione esterna verso il cielo.
Detto in parole semplici: vengono montati i lampioni male in maniera tale che una buona parte della luce va verso l’alto piuttosto che farci vedere dove mettiamo i piedi.

Ora vediamo perché si tratta di una cosa importante.
Sicuramente l’inquinamento luminoso influisce sulle nostre capacità di guardare il cielo notturno. Niente più stelle, niente più pianeti ma soprattutto niente più Via Lattea! Eh già, perché la nostra Galassia in principio potrebbe essere osservata ogni notte (visto che ci siamo dentro!) ma ovviamente l’illuminazione cittadina ci priva ogni notte di questo incatevole spettacolo.
Per avere un’idea di come potrebbero essere le cose in una grande città, per esempio Londra, consiglio la visione di questo affascinante video:

Praticamente non ci sarebbe bisogno di avere attrazioni nelle città: il cielo notturno svolgerebbe abbastanza degnamente il suo lavoro, voi che ne pensate?

Naturalmente ho iniziato con il cielo stellato perché questo è un blog che si occupa principalmente di fisica. Ma ci sarebbero anche altri motivi per limitare e ridurre l’inquinamento luminoso.
Ci sono aspetti legati alla bellezza dei nostri centri storici possibilmente deturpati da un eccessiva illuminazione per non parlare dell’effetto che una forte illuminazione artificiale notturna potrebbe avere sul naturale ciclo biologico di animali e piante. E poi ci siamo anche noi, gli esseri umani, che potremmo addirittura dimenticarci di abituare il nostro corpo alla sensazione del buio. Una cosa che detta così potrebbe sembrare poetica ma in realtà si tratta di una cosa seria perché un’eccessiva luce notturna potrebbe portare ad alcune disfunzioni come la minore produzione di una sostanza chiamata melatonina che, per chi non lo sapesse, ha proprietà anti-ossidanti ovvero permette la neutralizzazione dei famosi radicali liberi (che distruggono le strutture delle nostre cellule). Infatti la melatonina viene prodotta solo in assenza di luce da una ghiandola presente nel nostro cervello chiamata ghiandola pineale.

Inoltre, ridurre l’inquinamento luminoso ci fa consumare meno energia. Questo da un lato ci fa spendere di meno in tasse per l’illuminazione pubblica e dall’altro ci permette di inquinare meno l’ambiente (visto che bisogna bruciare petrolio per avere la luce!).

Cosa si può fare per ridurre l’inquinamento luminoso?
Una cosa molto semplice: evitiamo di sparare i lampioni delle nostre strade verso l’alto! Quindi usare un particolare tipo di lampade e fari con i dovuti accorgimenti tecnici che permettono di farci vedere dove mettiamo i piedi piuttosto che oscurarci la celestiale visione del cielo notturno.

Per chi volesse saperne di più consiglio la lettura di questo interessantissimo documento, ancora una volta curato dall’associazione CieloBuio, da cui, tra l’altro ho anche preso, oltre che ispirazione per questo post, alcune delle informazioni che state leggendo. Eccovi il link:
http://www.cielobuio.org/cielobuio/lrm2/CieloB-ILmolise.pdf

Insomma, come la mettiamo la mettiamo, ridurre l’inquinamento luminoso fa bene ed è di una importanza assoluta per noi e per le nostre future generazioni.
A parer mio il più grande antagonista della voglia di riduzione dell’inquinamento luminoso è la scarsa lungimiranza dell’essere umano, il quale molto spesso non riesce proprio a controllarsi quando si tratta di qualcosa che potrebbe alleviare le sorti future dell’umanità. Eppure si tratta di una cosa importante.  Fondamentale, direi.

E in Italia? Ci sono alcune regioni che hanno un alto inquinamento luminoso e altre che ne hanno uno di basso livello. Comunque sia, esistono delle normative regionali che dovrebbero regolare il comportamento in questa materia.

Percentuale di popolazione nelle regioni italiane che vive ove la Via Lattea non è più visibile (da Rapporto ISTIL 2001)

Per esempio, qui potete trovare la legge regionale sull’inquinamento luminoso del Molise (la mia regione!) che è stata approvata circa 5 anni fa.
Ma queste leggi sono rispettate? O c’è bisogno di qualcuno che vada lì a controllare se effettivamente vengano rispettate? Non ci sarebbe nulla di cui stupirsi, d’altronde sappiamo benissimo come vanno le cose in Italia, soprattutto su argomenti di questo tipo in una qualche maniera legati allo sviluppo scientifico. Per questo suggerisco a tutti coloro che credono che questa sia una battaglia importante di segnalare tramite questo link qualsiasi mancanza al rispetto della legge in materia della vostra regione alla Commissione sull’Inquinamento Luminoso dell’Unione Astrofili Italiani.

Come abbiamo potuto vedere dunque, i risvolti (negativi) di un eccessivo inquinamento luminoso sono molteplici e gli effetti (per esempio sulla nostra salute) forse, prima della lettura di questo post, non ve li potevate neanche lontanamente immaginare.
Ma tant’è.

Insomma, per concludere come da titolo: queste stelle le vogliamo vedere oppure no?
A noi la scelta.

Pagina 1 di 14

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén