I buchi neri non sono né buchi né neri

Che cosa sono queste robe che intrappolano la luce anche se viaggia alla velocità della luce e che possono avere infilare camionate di materia, per esempio caffè, in una una moka creando l’espresso più denso dell’universo? Sono i buchi neri.

O almeno, così li hanno chiamati.

Perché, SORPRESA, non sono né buchi né neri.

Perché i buchi neri non sono buchi?

L’idea generale è che i buchi neri siano famelici, che siano in grado di trangugiare ogni tipo di materia che spiraleggia troppo vicino. E fin qua, va bene. Ma bisogna tenere a mente che questo succede per un motivo preciso: la gravità del buco nero, così come è descritta dalla Relatività Generale. Questo perché la Relatività dice che un oggetto molto massiccio curva tantissimo lo spazio intorno a sé; questa curvatura che si produce è il motivo per cui la materia cade sul buco nero. È un po’ come quando io ho delle robe sul divano, poi mi siedo sul divano e le robe mi finiscono sotto al sedere. La gravità e lo spazio si comportano come una persona che si siede su un divano.

Quindi, non c’è nessun buco nell’universo. Per essere onesti, la Relatività prevede l’esistenza dei ponti di Einstein-Rosen, ovvero quelli che in inglese si chiamano wormhole – che si potrebbe tradurre come buco prodotto da un verme, ma forse sarebbe meglio dire porzione di universo in cui l’universo si piega su se stesso per “accorciare” le distanze. Esatto: come un verme che cammina sulla superficie di una mela e poi decide di andare dall’altra parte con un bel cunicolo nella polpa.

Ecco, se parliamo di wormhole sembrerebbe inevitabile parlare di buchi nello spazio, anzi di buchi neri che fungono da porte per il cunicolo che collega due punti in realtà distanti dell’universo.

Tuttavia non ci sono evidenze sperimentali che questa scorciatoia spaziale possa esistere. Chissà.
Non solo: le analogie sono buone fino a un certo punto. L’idea che l’universo sia un foglio di carta forato e collegato da una penna rende bene l’idea per capire che cos’è un wormhole, ma ciò non vuol dire che lo spazio sia bucato. Piuttosto, ciò che accade è che una densità estremamente elevata tende a curvare lo spazio (e il tempo) in modi assolutamente incomprensibili alle nostre vite quotidiane. Arriviamo cioè al limite dell’analogia.

Questo vale per molti concetti, come per esempio l’espansione dell’universo vista come se fosse un palloncino che si gonfia. Per esprimere alcuni concetti va bene, ma per andare più a fondo anche no.

Quindi, ricapitolando: i buchi neri non sono dei buchi. I buchi neri sono oggetti estremamente densi dell’universo in cui se la luce entra poi non può più uscire.

Perché i buchi neri non sono neri?

Lo sanno tutti: i buchi neri sono neri perché non possiamo vederli direttamente come facciamo con le stelle che emettono luce ed energia: nulla può sfuggire da lì e sono oggetti oscuri. Nulla nulla? Siamo sicuri?

A complicare le cose ci pensa la meccanica quantistica. Perché, direte voi? Perché la meccanica quantistica dice una cosa tanto bella quanto assurda. Cioè che esiste un principio, chiamato principio di indeterminazione, per il quale non possiamo conoscere con la precisione che ci pare, contemporaneamente, le misure dell’energia di uno stato fisico e dell’intervallo di tempo in cui quello stato si trova a una certa energia. Quindi ciò vuol dire che, anche nel vuoto, si potrebbe creare per un brevissimo intervallo di tempo una certa quantità di energia. E siccome, lo dice la relatività energia uguale a massa, allora da questa energia che viene a generarsi può crearsi una coppia di particelle.

Wow, addirittura si crea energia dal vuoto! Attenzione a non entusiasmarsi troppo: queste coppie di particelle hanno una vita brevissima.

Ma nei pressi dell’orizzonte degli eventi di un buco nero, quello che potremmo chiamare punto-di-non-ritorno, magari può capitare che il campo gravitazionale del buco nero entri in gioco e riesca a dividere la coppia: una particella scappa via e uno cade nel buco nero.

Questa perdita di energia che man mano avviene, comporta una progressiva perdita di massa del buco nero. Tale fenomeno è chiamato meccanismo di evaporazione di Hawking e purtroppo non è ancora mai stato osservato. A seguito di questo meccanismo i buchi neri emettono energia, evaporano e scompaiono. Puff!

Una coppia (virtual pair) composta da particella e anti-particella si forma a causa del principio di indeterminazione. Nei pressi dell’orizzonte (horizon) del buco nero (black hole) una particella della coppia cade nel buco nero (colpa della gravità), un’altra (Hawking particle) magari sfugge e così parte dell’energia del buco nero scappa lontano: il buco nero evapora.

 

Messa così sembra di aver vissuto tutta la vita in una bugia: i buchi neri non sono né buchi né neri e il Big Bang non è un’esplosione. Invece non siamo stati ingannati dalla scienza, bensì dagli scienziati e dall’incessante ricerca della giusta analogia.

Se da un lato le analogie aiutano a capire, dall’altro è sempre necessario fare le giuste premesse e distinzioni, altrimenti si rischia di scavare molto a fondo nei pregiudizi scientifici delle persone che sono appassionate di capire meglio come funziona l’universo. A volte capita di appassionarsi ai concetti solo per il loro nome; in realtà, sono spesso la matematica e la fisica a svelare la bellezza insita in ciò che l’ingegno umano realizza per provare a capire come funziona l’universo.

L’astrofisica e il cambiamento climatico

La California è uno degli stati occidentali degli Stati Uniti e si affaccia sull’Oceano Pacifico. Nell’immaginario collettivo la California significa cinema, tecnologia, vita da spiaggia, le strade e le case di San Francisco; ma anche affitti troppo alti, un numero imprecisato di clochard per le strade, terremoti con magnitudo elevate nella perenne attesa che arrivi The Big One.

Ma non solo. Questo qui sotto è il Golden Gate Bridge di San Francisco, qualche settimana fa.

 

Gli incendi che hanno devastato e che devastano la California ogni anno hanno una matrice principale: il cambiamento climatico. L’aumento globale delle temperature comporta squilibri nelle temperature in quella zona di mondo, come dappertutto. Il risultato è una gran quantità di incendi che imperversano.

La capitale della California è Sacramento, ma probabilmente la prima città che a tutti viene in mente è Los Angeles. Nell’area metropolitana di Los Angeles, a nord-est di Pasadena, c’è Monte Wilson.

Qui, su Monte Wilson c’è uno degli osservatori più importanti della storia dell’astrofisica; anzi, possiamo tranquillamente dire che storicamente è stato un osservatorio fondamentale per tutte le scoperte del secolo scorso.

L’osservatorio di Monte Wilson è stato fondato nel 1904 da George Ellery Hale e il telescopio Hooker da 2,5 metri di diametro fu un telescopio formidabile in quegli anni: nel 1924 Edwin Hubble misurò per la prima volta nella storia la distanza della galassia di Andromeda e nel 1929 sempre Hubble scoprì che l’universo è in espansione. Tutto grazie all’osservatorio di Monte Wilson.

La storia dell’astrofisica americana della prima metà del Novecento è una storia incredibile. Se vi interessa, potete ascoltarla in questa puntata speciale del mio podcast, basta cliccare play qui sotto.

L’osservatorio di Monte Wilson è stato minacciato seriamente dagli incendi in California di quest’anno. Per fortuna le fiamme non sono arrivate fino ai 1740 metri delle San Gabriel Mountains e l’osservatorio si è salvato. Ma c’è mancato davvero poco.

Questa storia che mette insieme gli incendi e Monte Wilson non è altro che una metafora di come gli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici sul nostro pianeta siano arrivati a minacciare anche coloro che studiano cose che non si trovano sulla Terra, come fanno le astrofisiche e gli astrofisici.

Non solo infatti la minaccia a luoghi fisici come gli osservatori in California, ma anche una difficoltà maggiore nell’osservare un cielo pulito e limpido e quindi danni e ritardi che ricadono sulla progettazione degli esperimenti scientifici che puntano il naso all’insù.

Ma non è finita. Se da un lato le fiamme che hanno circondato Monte Wilson sono state un problema serio e tangibile del cambiamento climatico sull’astrofisica, d’altra parte potremmo chiederci: viceversa, l’astrofisica influisce sul cambiamento climatico?

La risposta è sì.

 

Non sto scherzando: l’astrofisica ha un certo impatto sul cambiamento climatico. Anzi, per meglio dire, chi fa ricerca in astrofisica.

Ora, voi direte: ma quale potrà mai essere l’impatto di un gruppo di astrofisici sul cambiamento globale?
Per capirlo, devo raccontarvi qual è la tipica vita di un astrofisico o di un’astrofisica.

La maggior parte della ricerca astrofisica si svolge in un istituto di ricerca lavorando al computer, anzi ai supercomputer: quindi, a meno che non ci siano tavolate di pannelli fotovoltaici, l’elettricità derivata dal petrolio incombe sulle tonnellate di CO2 emesse da ciascun ricercatore/ricercatrice. Durante il lavoro, una parte essenziale della vita dei ricercatori è quella dei meeting: diverse volte l’anno masse di ricercatori si muovono su degli aerei per raggiungere posti (molto spesso carini!) per discutere delle ultime novità e soprattutto per discutere delle proprie idee.
Questi meeting coinvolgono ricercatori da tutto il mondo: quindi magari può capitare un meeting, che ne so, a Lisbona, dove arrivano con voli aerei ricercatori provenienti dal Brasile, dal Sudafrica e dall’Australia, oltre che da tutto il resto dell’Europa (chi si trova a Madrid non credo che prenda il treno…).
E poi, ovviamente, il viaggio di ritorno verso il proprio istituto di ricerca.

Quello degli astrofisici è un mondo difficile, vita intensa, felicità a momenti e futuro incerto.

 

Tutto ciò che vi ho appena raccontato si può descrivere in numeri ed è il risultato di uno studio pubblicato su Nature il 10 settembre scorso, con un articolo dall’eloquente titolo “An astronomical institute’s perspective on meeting the challenges of the climate crisis“.

L'”astronomical institute” a cui si riferisce l’articolo è il Max Planck Institute for Astronomy (MPIA) di Heidelberg, in Germania; lo studio analizza l’impatto delle ricercatrici e dei ricercatori dello MPIA non per dare giudizi perentori, ma per capire come ridurre l’impatto del mondo della ricerca.

Per esempio, nel 2018 il 47% di tutte le emissioni di CO2 dei ricercatori dello MPIA è dovuta a voli aerei (1308 voli per la precisione, per i circa 150 tra astrofisiche e astrofisici dello MPIA).

In totale, nel 2018, lo MPIA ha prodotto l’equivalente di circa 2720 tonnellate di CO2. Se lo MPIA fosse uno stato si troverebbe al terzultimo posto, prima delle Isole FaeOer (1953 tonnellate di CO2, circa 50 mila abitanti) e della Groenlandia (1530 tonnellate di CO2, circa 50 mila abitanti).

In media, secondo lo studio, ogni ricercatore/ricercatrice dello MPIA produce l’equivalente di 18 tonnellate di CO2 all’anno; ogni ricercatore/ricercatrice australiano, per confronto, produce l’equivalente di 42 tonnellate di CO2.

Ma fare meglio degli australiani non è un sollievo, il problema è l’obiettivo tedesco per il 2030: ogni tedesco dovrebbe produrre l’equivalente di circa 7 tonnellate di CO2 all’anno.

 

Ecco il senso di questo studio sull’impatto dell’astrofisica sul cambiamento climatico. Le astrofisiche e gli astrofisici in Germania, piaccia o meno, devono ridurre le loro emissioni equivalenti nel prossimo decennio. E naturalmente il discorso si estende a tutti i ricercatori del mondo, poi.

Per ridurre le emissioni bisogna agire proprio sui due problemi principali: le strutture di calcolo (i supercomputer) e i voli aerei per le conferenze.
Per risolvere il primo problema c’è bisogno di passare a fonti rinnovabili o comunque fare in modo di posizionare i centri di calcolo in luoghi in cui le fonti rinnovabili vanno per la maggiore (e poi collegarsi da remoto). Per i voli aerei c’è solo una soluzione: non volare, cioè fare le conferenze online, come fatto finora (purtroppo) a causa dell’epidemia di Covid-19.

Comunque, bisogna secondo me tenere conto di una questione principale: è lodevole che il mondo dell’astrofisica abbia fatto una prima analisi autocritica in questa direzione. È tuttavia abbastanza chiaro che il ragionamento autocritico dovrebbero farlo moltissimi settori della vita umana.

Anche perché, come dicevo all’inizio, se da un lato l’astrofisica deve capire come ridurre l’emissione equivalente pro capite di CO2, dall’altra la ricerca già subisce gli effetti nefasti dell’aumento delle temperature.

 

Il complesso del Very Large Telescope all’osservatorio Paranal nel deserto di Atacama in Cile.

Su Nature Astronomy, sempre il 10 settembre 2020, è uscito anche un articolo dall’altrettanto eloquente titolo “The impact of climate change on astronomical observations“. Questo studio anche riguarda l’aspetto generale della questione, ma prende come esempio l’osservatorio Paranal nel deserto di Atacama in Cile, dove si trova il Very Large Telescope (VLT). I problemi di un aumento delle temperature sono molteplici.

Per esempio, l’aumento dell’umidità dell’aria: il deserto di Atacama è stato scelto per costruirci il VLT proprio perché è uno dei posti più secchi del pianeta. Ma se aumenta l’umidità allora ogni discorso di progettazione iniziale va a farsi benedire e la qualità delle osservazioni astronomiche ne risente.

Altro problema, il fatto che l’atmosfera sia più turbolenta e quindi aumenti quello che si chiama seeing. Più è alto il seeing, minore è la risoluzione dei telescopi, cioè la capacità di un telescopio di distinguere due sorgenti vicine (anche solo apparentemente) in cielo. Il grafico qui sotto mostra come si peggiorato il seeing all’osservatorio Paranal negli ultimi anni.

Questi studi hanno l’intento di sensibilizzare la comunità astrofisica a considerare questi problemi come non più rinviabili, anche per la scienza stessa.
Sicuramente, le maxi-conferenze astronomiche vanno avanti da meno tempo dello sfruttamento senza ritegno dei combustibili fossili. Ma non è una gara di virtuosismi. È bello piuttosto vedere che gli scienziati non si limitano a indicare il problema e proporre soluzioni, ma siano consapevoli e pronti ad affrontare anche questioni che richiedono, potenzialmente, un cambio radicale nelle abitudini del mondo della ricerca.

Nella vicenda del cambiamento climatico in atto c’è da ripensare un mondo intero e non c’è molto tempo a disposizione. La colpa principale resterà sempre sulle spalle di un modello di sviluppo che non ha avuto alcun freno negli ultimi 150 anni e che ha plasmato una società, quella di cui facciamo parte, che fa davvero fatica ad affrontare il problema in tackle scivolato.

L’astrofisica ha fatto grandi scoperte che hanno rivoluzionato la nostra concenzione dell’universo in cui viviamo. Tutto questo però è stato possibile solo grazie alle condizioni di evoluzione ambientale del nostro pianeta e che hanno permesso all’homo sapiens di arrivare dov’è oggi, a gettare lo sguardo verso i confini dell’universo per cercare di capirne i segreti.

Non sciupiamo tutto ciò ora: è in gioco il destino della nostra curiosità. Ci sono ancora molte pagine di storia della scienza che possiamo scrivere: se ci daremo il tempo per farlo, le riempiremo.

L’esperimento più bello di sempre: la piuma e il martello di Galileo

Immaginate di inventarvi una teoria secondo cui dentro le zucche ci sono delle reazioni chimiche in grado di produrre banconote da cento euro. Per quanto bizzarra, un’ipotesi teorica del genere può essere verificata scientificamente? Sì, prendiamo una zucca qualsiasi, la spacchiamo in quattro e ci guardiamo dentro.

Nella zucca c’è la banconota da cento euro? Purtroppo no, allora la nostra teoria è sbagliata. Magari abbiamo preso una zucca sbagliata? Magari dobbiamo cambiare terreno?

Alt, fermi tutti. Stiamo facendo un errore molto grosso.

Non stiamo davvero facendo scienza. Infatti, nell’esempio della zucca siamo partiti prima da una nostra teoria e poi abbiamo verificato con un esperimento; e dopo aver scoperto che la nostra teoria era sbagliata, ci è venuta la tentazione di cambiare teoria, vero?

Con la zucca, siamo partiti dalla teoria per arrivare all’osservazione. Ecco, la scienza, quella fatta bene, funziona al contrario: il metodo scientifico parte dall’osservazione e poi arriva alla verifica di una teoria.

Il metodo scientifico funziona così:
(1) osserviamo un fenomeno;
(2) formuliamo una teoria in grado di spiegare ciò che abbiamo osservato;
(3) verifichiamo con degli esperimenti se la teoria è sbagliata.

Tre semplici passaggi logici. Il terzo passaggio è quello fondamentale: tutte le idee che abbiamo in testa devono, a un certo punto, essere verificate. Altrimenti restano solo idee, speculazioni non dimostrate.
Attenzione però: possiamo solo verificare se la teoria è sbagliata. Voglio dire, se facciamo un esperimento è ciò che otteniamo non torna con la nostra teoria, allora sicuramente la teoria è sbagliata e dovremo tornare di nuovo al punto (2) del metodo scientifico e formulare una nuova teoria.

Se invece il nostro esperimento è in accordo con la teoria (entro gli errori di misura che facciamo, sempre presenti), allora possiamo solo dire che la teoria potrebbe essere giusta. Per esserne sicuri dovremmo fare un numero infinito di esperimenti simili e controllare che ogni volta la teoria ci dia il risultato aspettato. Siccome non è possibile fare un numero infinito di esperimenti, allora dobbiamo accettare il fatto che il metodo scientifico possiamo solo dire che una teoria non si può scartare o, se volete, che è provvisoriamente accettabile.

Questo status provvisorio vale per tutte le teorie, anche per la teoria della relatività: se un giorno (più di) un esperimento dovesse contraddire palesemente la relatività, allora toccherà cercare una nuova teoria o comunque toccherà modificare la teoria di Einstein. Non c’è nulla di certo nella scienza.
L’unica certezza che abbiamo è il dubbio perenne.

Torniamo ora al nostro esempio delle zucche e usiamo il metodo scientifico stavolta come si deve: quindi prima apriamo una zucca e vediamo che cosa c’è dentro. Niente, purtroppo neanche una banconota.

Il metodo scientifico è una procedura con cui possiamo fare scienza: si parte dall’osservazione e si arriva alla teoria. Se volete, questo è il modo più chiaro possibile per distinguere l’attività scientifica vera da quella pseudo-scientifica, la quale invece parte dalla teoria e poi osserva.
L’idea che sta dietro al metodo scientifico è tanto semplice quanto rivoluzionaria.

Ma andiamo avanti.

Supponiamo di aver osservato un fenomeno, per esempio il fatto che se ho una penna in mano a una certa altezza dal pavimento, quando apro la mano la penna cade. Osservo dunque una penna che cade: perché cade?

Usiamo il metodo scientifico: dopo l’osservazione devo formulare una teoria.

Intorno al 350 a.C. filosofo greco Aristotele provò a spiegare la caduta dei corpi. La teoria di Aristotele fu questa: tutti i corpi sono fatti di uno degli elementi principali (terra, acqua, aria, fuoco). Quelli fatti di materiale di terra tendono ad andare dove c’è tanta terra. Cioè, appunto, per terra. Ecco perché, secondo Aristotele, se scocco una freccia verso l’alto essa poi torna giù: torna verso la terra, verso la zona dove c’è gran parte della sostanza di cui è fatta. Il fumo invece, fatto di aria, tende a salire in alto, dove c’è tanta aria. Semplice e lineare.
Ma non solo: secondo Aristotele, poi, se abbiamo due corpi fatti di terra, quello più grosso e massiccio cade più velocemente per terra rispetto all’altro, cioè arriva prima a terra.

Queste teorie di Aristotele hanno resistito anni prima di essere scalfite, sono rimaste in piedi per più di 1800 anni.

La cosa bizzarra non è che siano rimaste in piedi così a lungo, facile per noi dirlo ora che sappiamo come stanno le cose. Il fatto curioso è che per 1800 tutti si siano fermati ai passi (1) e (2) del metodo scientifico, senza mai azzardarsi a fare il passo (3), cioè verificare le teorie con un esperimento. Per questo motivo Aristotele non può essere definito uno scienziato, perché non applicava il metodo scientifico odierno in modo completo.

Fino al 1638, quando qualcuno capì che era giunto il momento di verificare che le teorie di Aristotele fossero giuste.

Quel qualcuno fu Galileo Galilei.

Galileo Galilei è stato un grande scienziato, forse il primo personaggio storico che possiamo davvero definire scienziato. Questo perché Galileo ha prima osservato e poi formulato teorie (come Aristotele, certo), ma poi non si è fermato e ha verificato le teorie con degli esperimenti.

Aristotele dice da 1800 anni che i corpi più massicci arrivano prima a terra? Beh, verifichiamolo seriamente allora. Prima di tutto, facciamo un esperimento mentale, cioè logico, dice Galilei.

Prendiamo un martello e una piuma e lasciamoli cadere. Il martello è più massiccio della piuma, quindi dovrebbe arrivare prima a terra secondo Aristotele. Però, fa notare Galilei, la caduta avviene nell’aria. Se fossimo invece nel vuoto?

Ora, se Aristotele avesse potuto ascoltare Galileo avrebbe avuto una sincope: secondo il filosofo greco il vuoto non esiste – il celebre horro vacui – secondo Aristotele la natura fa di tutto per non avere situazioni in cui esiste il vuoto.

Galileo non la pensava allo stesso modo e ritiene invece che si debba far cadere due corpi di massa diversa nel vuoto. Secondo Galileo è la presenza dell’aria che rallenta la piuma e fa arrivare il martello per primo a terra. Secondo Galileo, se ripetessimo l’esperimento nel vuoto, piuma e martello arriverebbero insieme.

Del resto, non ci vuole molto a capire che Aristotele avesse torto marcio: se mi lancio da un aereo con il paracadute ci metto più tempo rispetto al caso in cui mi lanciassi senza paracadute. Oltre a non morire, con il paracadute sono evidentemente più massiccio (perché ho un peso in più addosso). Ecco che capiamo subito che la teoria di Aristotele è falsa, non è vero che i corpi con massa maggiore cadono più velocemente. Piuttosto, come dice bene Galileo, è l’aria che determina queste differenze: nel vuoto invece tutti i corpi cadrebbero alla stessa velocità.

L’apertura mentale e l’onestà scientifica di Galileo sono incredibili. Galilei non pensa di avere ragione, piuttosto Galilei pensa che sia il caso di controllare l’effetto dell’aria per quanto riguarda la caduta dei corpi. Ma c’è di più.

Il ragionamento di Aristotele è puramente qualitativo: il filosofo osserva la caduta dei corpi e prova a spiegare ciò che vede.
L’atteggiamento di Galileo è invece quantitativo: lo scienziato pisano osserva, spiega e verifica la teoria con un esperimento, cioè misurando qualcosa (in questo caso i tempi di caduta dei corpi). Questa è la svolta, qui nasce la scienza moderna.

Galileo ha mai fatto cadere due corpi per verificare la sua teoria? La leggenda narra che Galileo abbia fatto cadere delle palle dalla torre di Pisa, ma appunto sembrerebbe essere solo una leggenda. Galileo voleva fare le cose per bene e secondo la sua teoria l’esperimento andava fatto in assenza di aria, ma nel 1638 era un po’ difficile realizzare un simile apparato sperimentale. Però Galileo ebbe un’idea: i corpi che cadono diritti da una certa altezza acquistano una velocità elevata; se però li facciamo rotolare lungo un piano sufficientemente inclinato, i corpi comunque cadano ma si può studiare la caduta in modo più calmo. Genio.

In questo modo Galileo non eliminò l’aria dai suoi esperimenti, ma ne ridusse l’impatto. Così, alla fine dei suoi esperimenti, Galileo formulò la legge di caduta dei gravi, secondo cui tutti i corpi cadono con la stessa accelerazione. Aristotele si sbagliava e il filosofo lo avrebbe magari pure capito alla sua epoca, se solo avesse usato il metodo scientifico e verificato le sue teorie.

Tuttavia, anche dopo il 1638 e gli studi sperimentali di Galileo, il suo esperimento mentale della piuma e del martello è rimasto impresso nella testa di tutte le generazioni successive di scienziate e scienziati.

Come diceva Carl Sagan, “affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie” e questo è senz’altro vero per la teoria di caduta dei gravi nel vuoto di Galileo.

L’occasione veramente buona per svolgere l’esperimento ci fu il 2 agosto 1971. David Scott, astronauta dell’Apollo 15, durante l’ultimo giorno di missione sulla Luna decide che è giunto il momento di mostrare al mondo intero che Galileo aveva ragione a contraddire Aristotele. In realtà, Scott e i suoi compagni Worden e Irving erano già arrivati dalle parti della Luna grazie ai precedenti tre secoli di metodo scientifico galileiano. Tuttavia quello di Scott fu un omaggio bellissimo allo scienziato pisano.

Beh, com’è andò? Lo potete guardare voi stessi, con i vostri occhi, in questo video qui sotto.

“Mr Galileo was correct in his findings”, ovvero “Galileo aveva ragione” dice felice Scott, che ha appena verificato una teoria del 1638 con l’esperimento più bello di sempre.