Due parole sul film “Il senso della bellezza”

Non sono mai stato al CERN, purtroppo. O almeno, non ancora: spero tanto di andarci presto. Nel frattempo sono andato al cinema e sono andato a vedere “Il senso della bellezza” (qui trovate il trailer).

Il senso della bellezza – Arte e scienza al CERN” è un film di Valerio Jalongo. Vorrei parlarvi di questo film perché mi ha fatto pensare alla divulgazione scientifica. Il film non mi ha entusiasmato più di tanto, vabbè capita, ma non è questo il punto che vorrei discutere.

Ora provo a spiegarmi meglio e con calma ci arriviamo.

Valeva la pena andare a vederlo: non avrei mai scritto questo post altrimenti.

Il film parte benissimo. Il regista va a Ginevra, ci mostra il CERN da fuori e poi subito dentro.

E poi gli scienziati, la bravissima Fabiola Giannotti, un po’ di immagini di repertorio della conferenza organizzata per annunciare la scoperta del bosone di Higgs, con tanto di Peter Higgs giustamente commosso.

Dopo di ciò, scendiamo sotto terra, dove ci sono i tunnel dell’acceleratore di particelle LHC. E qui partono i primi wow: LHC è un’opera ingegneristica incredibile, imponente, estremamente bella. Ecco, appunto, bella. A questo punto del film viene da pensare che l’arte di cui si parla è quella dell’enorme anello che accelera le particelle, oppure i grafici che mostrano come i dati raccolti con LHC svelano la presenza di nuove particelle fondamentali.

E invece no, qui comincia la fine. Chi si aspetta di vedere il CERN e LHC sotto la luce artistica di un film si sbaglia: le mie aspettative vengono terribilmente deluse.

Si comincia a parlare di arte. Anzi: gli scienziati cominciano a parlare di bellezza, mentre gli artisti iniziano a discutere di fisica. Tutto lecito, tutto permesso, per carità.

A questo punto partono animazioni, idee artistiche di un certo livello che provano a rappresentare il mondo microscopico, fatto di particelle. E gli artisti iniziano a spiegare come vedono la fisica, mentre gli scienziati ci parlano di come le loro teorie possono essere belle.

Questo concetto di bellezza permea l’idea di tutto il film. Cos’è la bellezza? La scienza può essere la nuova frontiera nella ricerca della bellezza? Nel senso di fare scienza, di cercare di rispondere alle domande su come funziona l’universo.

Dal film sembra emergere l’idea che prevalga negli scienziati questo sentimento di ricerca di teorie belle, eleganti, quasi a voler far sembrare la ricerca nel campo della fisica fondamentale qualcosa in cui l’interpretazione dei dati dipende dalla bellezza, anche solo matematica, delle teorie.

Chiaramente si tratta di una forzatura, di un gioco che viene fatto nel film per introdurre un’analogia artistica. Nella realtà, questa storia della bellezza salta fuori spesso in fisica; in verità però le teorie devono passare l’esame dei dati osservati. Ovvero: una teoria può essere bella quanto vi pare, ma se non è in grado di riprodurre i dati, allora niente.

Ma dopotutto, “Il senso della bellezza” è solo un film, il registra può fare quello che vuole e lo spettatore può tranquillamente decidere se applaudire oppure no.

Tornando a noi, se non sono rimasto soddisfatto del film è perché questo film mi ha fatto pensare alla divulgazione scientifica, anche se, si capisce da subito, il film non ha alcuna pretesa di questo genere.

Potrei sbagliarmi, e ditemi se sbaglio, ma forse più di qualcuno si è seduto in sala pensando a uno spettacolo divulgativo. Una di quelle serate in cui, tra una cosa leggera e una più pesante, si sarebbe potuto andare a letto con un’idea più chiara sul bosone di Higgs, per esempio. Ripeto: secondo me non era l’intenzione del regista. Tuttavia, inutile nasconderlo, oggettivamente la sala era gremita proprio perché si parlava del CERN, questo è sicuro. E questo è anche il problema.

Perché, diciamolo, la scienza tira, anche parecchio. E ciò è meraviglioso.

Le persone vogliono sapere di scienza, vogliono avere occasione di trovare un modo nuovo per capire cosa fanno i ricercatori e sicuramente molti di coloro che sono andati a vedere il film hanno pensato che il cinema potesse essere un linguaggio positivo in questo senso.

Questo è un rischio della divulgazione, in generale. Questo rischio si articola in tre punti: 1) sfruttare il mistero della scienza, 2) non spiegare nulla, 3) dirottare l’attenzione sull’esperienza visiva.

Il film di Jalongo passa attraverso i tre punti che dicevo prima: 1) il Cern è un posto straordinario, c’è una macchina enorme che prova a scoprire nuove particelle che non conosciamo 2) ci sono i tunnel sotterranei (perché?), a temperature bassissime (perché?), con magneti giganti (perchè?) 3) proviamo a visualizzare il tutto tramite rappresentazioni artistiche di alcuni artisti di talento.

Il film, lo ripeto ancora, non è un’opera che mira a fare divulgazione scientifica, quindi non ha colpe. Però, pensateci un attimo: quanti video, programmi TV, articoli su giornali o siti web, avete visto o letto fatti proprio così? Quante volete avete visto o letto cose di divulgazione scientifica molto accattivanti ma di cui poi non vi è rimasto niente se non “wow ma è fighissimo, io amo la scienza!”.

Se non vi è rimasto niente, non è perché voi non siete in grado di capire; potrebbe essere perché il divulgatore o la divulgatrice non hanno dato il meglio di sé. O forse, e secondo me è ciò che accade nel 90% dei casi, siamo abituati proprio a confondere un film come quello di Jalongo, cioè un qualcosa dove capitano i tre punti rischiosi che dicevo prima, per divulgazione scientifica.

Secondo me, ma è un parere puramente personale, nella divulgazione scientifica non può più valere il “va bene tutto purché se ne parli“. La divulgazione scientifica è un gioco, ma anche quando si gioca ci sono le regole. Chiunque abbia mai provato anche solo a cimentarsi con la divulgazione, scritta o recitata, sa benissimo che bisogna preparare un progetto in testa, qualcosa da proporre così che gli spettatori o i lettori possano seguire un certo percorso. Non necessariamente per imparare, ma almeno per apprezzare come funziona la scienza, come funziona il suo metodo.

Il film di Jalongo può piacere o meno, de gustibus. Il problema non è del regista del film, ma di noi spettatori: dovremmo tutti essere educati, in primo luogo, a distinguere tra divulgazione e altro. Infilare la scienza in qualcosa non è necessariamente divulgazione. Semplificare un messaggio, trasmettere l’importanza di un risultato scientifico, raccontare a parole una teoria piena di calcoli, questi sono esempi di obiettivi di divulgazione scientifica.

La vera nuova frontiera della divulgazione è educare noi cittadini al metodo d’indagine della scienza, cioè il metodo scientifico. Possiamo imparare ad amare la scienza solo se sappiamo come funziona, come si arriva a un risultato. Quando si vuole colpire e ammicare il pubblico, e capita a tutti di farlo, non si a che fare con la divulgazione scientifica.

Dobbiamo solo esserne consapevoli, tutto qui.

 

  • Daniele Farro

    volevo andarlo a vedere ma la descrizione del film e il prezzo (quasi 10 euro a biglietto nel cinema vicino a casa mia) mi hanno fatto desistere. dopo aver letto le tue impressioni sono contento sia andata così

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