Ma i social aiutano la divulgazione scientifica?

Probabilmente, la domanda più difficile a cui deve provare a dare una risposta una persona che si propone di chiacchierare di scienza al grande pubblico è quella che riguarda la maniera per raggiungere un pubblico il più vasto possibile.
Se da un lato spremere le meningi su tale questione non solo ha senso ma è anche importante, dall’altro c’è un aspetto particolare di cui poco si parla, forse.
Ovvero, mi metto nei panni di uno del pubblico: dove trovo quello che cerco? Attenzione, non mi riferisco a questo o quel personaggio o community. Piuttosto, che faccio: leggo il blog, ascolto il podcast, guardo una serie di video, giro sui social? Non credo ci sia una risposta semplice a questo tipo di domanda e, in generale, il punto è che ogni mezzo è buono a seconda dell’uso che se ne fa.
Senza dubbio.

In giro, del resto, si trova di tutto: ottimi post, ottimi podcast, ottimi video, ottimi profili Facebook e Twitter dove gli appassionati di scienza possono avere tutte le informazioni che vogliono. Eppure, nonostante la qualità possa riuscire ad emergere nel marasma di informazioni a disposizione, tuttavia i social sembrano avere un ruolo assolutamente dominante, almeno negli ultimi anni, per veicolare la viralità delle informazioni. Naturalmente, qui non voglio immergermi nella discussione riguardo la bontà delle informazioni trasmesse; sicuramente, il proliferare di bufale sui social è notevolmente scoraggiante tuttavia qui voglio riferirmi solo alla divulgazione di informazioni corrette.
Quindi, il punto sostanziale del discorso che proverò ad impostare nelle prossime righe riguarda i social solo e soltanto nei confronti della divulgazione scientifica e non in quanto propriamente social (quella è una questione più profonda legata al nostro modo di vivere la società e non credo di poterne discutere in questa sede).
Ovviamente, voglio sottolineare che in questo post non c’è assolutamente una risposta finale alle problematiche che secondo me sono rilevanti e che quindi proverò a sollevare tra poco; tuttavia spero che si possa generare una discussione a riguardo.

Se la mettiamo sul piano puramente numerico, sicuramente Facebook, Twitter, Instagram hanno un impatto positivo sulla divulgazione scientifica. Quello che io mi chiedo invece è: si può ancora fare divulgazione senza social? Non fraintendetemi: sono perfettamente conscio del fatto che siamo nel momento storico-tecnologico in cui siamo e non pretendo che si debbano fare salti nel passato. Però mi sembra necessario provare a capire fino a che punto bisogna spingersi nell’intercettare il pubblico sui social a tutti i costi. E attenzione: il problema non è il pubblico, bensì il meccanismo di interazione che c’è sui social.


Il pubblico vuole capire, vuole sapere come funziona l’universo. Ma, naturalmente, il formato fa la differenza: un articolo, un podcast, un video hanno tempi e modi diversi. E per quanto riguarda il luogo in cui l’informazione viene divulgata?

Facebook ha i suoi algoritmi, Twitter i suoi tempi, Instagram i suoi limiti. Queste aziende sono nate con scopi aziendali (chiaramente) e siamo noi che pensiamo che si tratti di qualcosa che possa migliorare le cose che facciamo tutti i giorni. Di certo i social possono essere usati per fare divulgazione, ma si può ragionare come se fossero il canale principale di divulgazione scientifica?
Ecco, la mia personale risposta, per quello che vale, è no e ora proverò a spiegare perché. Come già detto, non pretendo che questa sia la risposta giusta e infatti il titolo di questo post è volutamente una domanda aperta, anche se qui provo a dare una mia visione, ovviamente opinabile, della questione.

Ritengo che i social siano insuperabili per quanto concerne il raggiungimento di un gran numero di persone. Ma ritengo, allo stesso tempo, che i contenuti si trovino ad occupare l’anello debole della catena. Infatti, a differenza di un blog, un post su Facebook può andare molto facilmente nel dimenticatoio e solo l’intervento di recupero del gestore di un profilo o pagina permette che il post venga riproposto a distanza di tempo. Un discorso molto simile vale su Twitter, dove le tempestiche sono ancor più brevi, in maniera sensata per le logiche del social network, ma in maniera irragionevole per i tempi divulgativi. Naturalmente, Twitter è favoloso se si tratta di seguire un evento in tempo reale (penso ai Nobel o ai lanci di satelliti o ancora alle missioni Rosetta e New Horizons) oppure se si tratta di rilanciare una notizia. Allo stesso modo Facebook fa il suo buon lavoro quando c’è di mezzo un’infografica oppure un qualcosa di molto simile ad un meme oppure ancora quando c’è da interagire con i commenti di molte persone.

D’altro canto, è molto comune (lo faccio anche io) vedere che i social vengono rilanciati per condividere articoli e notizie sui vari siti web; si tratta, praticamente, solo di un rimbalzo di link, una specie di esca per portare persone dai social al proprio contenuto sul proprio sito. Questo comporta che molti canali di divulgazione (anche Quantizzando!) abbiano tentacoli ovunque, su ogni tipo di social, con l’obiettivo di intercettare più persone possibili. E qui i problemi sono molteplici.

Primo, spesso i contenuti sono molto simili quando condivisi sui diversi social; certo, si fa quel che si può, ma davvero a volte diventa impossibile diversificare e allora la soluzione statisticamente ottimale è quella di un link e via.
Secondo, spesso le persone hanno profili su più di un social e quindi, per una buona parte, il pubblico si sovrappone e si compie solo un lavoro doppio per lo stesso numero di persone.
Terzo, lo abbiamo già detto, i tempi sono assolutamente sfavorevoli a quelli di una divulgazione di tipo “slow”, cioè con tempi maggiormente diluiti.

Ecco, questo porta al fulcro della questione: il tipo di contenuti da proporre.
Se accettiamo che dobbiamo usare i social come mezzo di divulgazione (non per condividere semplicemente link intendo) allora dobbiamo accettare anche dei contenuti di rapida consultazione con obiettivi di tipo virale oppure, nel caso di post di tipo long-form, allora di una minore visibilità sui motori di ricerca e quindi rinunciare ad una divulgazione in linea di principio accessibile a tutti, ovvero in realtà meno accessibile a coloro che non hanno a disposizione (per scelta) un profilo Facebook, Twitter o Instagram.

E quindi? Che si fa? Non si usano più i social? Dai su, non facciamo gli sciocchi. I social hanno certamente il loro ruolo e la loro importanza per la divulgazione scientifica e la storia recente ce lo ha dimostrato più volte, come abbiamo anche accennato in precedenza.
Tuttavia, prima o poi, chi fa divulgazione dovrà fare i conti con tutto ciò. Ovvero dovrà fare i conti con il fatto che non sono più le persone ad andare dalla divulgazione ma la divulgazione che va da loro. Ovvero, lasciatemi articolare meglio quest’ultimo pensiero, voglio dire che in precedenza le persone sicuramente inciampavano sul web in un blog scientifico interessante (o almeno a me così capitava prima dell’avvento dei social), ma capitava mentre stavano cercando qualcosa, cioè mentre stavano già dando libero sfogo alla loro curiosità cercando informazioni in rete.
Sui social non è così: si inciampa sulle pagine divulgative se le si conosce già, oppure se i nostri amici le condividono. E, inoltre, la condivisione non basta: il contenuto deve anche essere fruibile per il contesto social in cui ci troviamo altrimenti non sarà mai condiviso tante volte. E poi, una persona su un blog non ha distrazioni, mentre sui social il post di scienza magari passa in mezzo ad un post di gossip, uno di cucina e l’altro di un video di quelli scemi ma che fanno tanto ridere (non è una critica, eh, bisogna anche rilassarsi nella vita).

Quindi ricapitolando possiamo dire che i social, secondo me, hanno avuto un impatto altamente remunerativo per la divulgazione scientifica. Il prezzo da pagare è quello di parlare solo al pubblico presente sui social e inoltre spesso, per quanto riguarda i contenuti, nelle forme che vanno per la maggiore su un determinato social. Si potrebbe obiettare che, ormai, tutti hanno un profilo social. Obiezione accolta, ma forse dovremmo chiederci perché tutti hanno un profilo social e credo che, a quel punto, scopriremmo che il motivo non è propriamente la divulgazione scientifica bensì qualcosa di più profondo riguardo la nostra natura umana e lo stare in società. Qualcosa che dobbiamo accettare, anche se magari a molti di noi non piace.

Ma il fatto che ci piaccia condividere le nostre emozioni e i nostri momenti più intimi con delle aziende che traggono profitti da tutto ciò non deve per forza farci accettare anche il modo in cui viene fatta la divulgazione come se fosse un fatto ineluttabile. Per quello che ho potuto sperimentare diverse volte, sia in Italia che all’estero, la migliore divulgazione è quella che si fa chiacchierando e coinvolgendo le persone faccia a faccia. Perché in quel momento, in quel preciso istante in cui ti chiedono qualcosa sull’universo, ecco che ti guardano e vedono le tue mani muoversi, i tuoi occhi illuminarsi e il tuo sguardo irradiarsi per il solo fatto che stai parlando di qualcosa di assolutamente pazzesco (almeno per te); e poi, se ti va bene, ti fanno un’altra domanda, e ancora un’altra, fino a quando ti stringono la mano e ti ringraziano perché, anche se domani torneranno al loro lavoro e ai problemi della loro vita, per una sera hanno viaggiato per milioni e milioni di anni luce semplicemente chiacchierando.

Detto questo, tornando con i piedi sul web, sono convinto che la vecchia via dei blog sia la maniera migliore per fare divulgazione scientifica. Perché un blog ha tutto lo spazio che serve e perché un blog, almeno nella sua concezione originaria, non è fatto per essere condiviso ma è fatto per essere visitato e letto. Per dirla con una metafora, sui social il divulgatore è come se fosse un commerciante che cerca di vendere un prodotto con la moneta dei like e delle condivisioni per poterci guadagnare in visibilità; sul blog invece il divulgatore apre la sua casa a tutti e prepara pure il buffet, tutto gratis, e, pensate un po’, come ritorno non chiede nient’altro che di andarlo a trovare un’altra volta ancora nella sua casa, anzi di andarlo a trovare sempre più spesso.

Vedete, quello che voglio dire è che, con la scusa che si vuole raggiungere un pubblico vasto, forse abbiamo perso di vista il fatto che i contenuti vanno fruiti con i tempi giusti, magari anche ricercati negli archivi del blog e letti con i dovuti cerimoniali di lettura che ognuno di noi ha. Ma, soprattutto, forse abbiamo dimenticato il sapore della ricerca, di andare noi a ravanare nei meandri di internet per trovare quel blog di nicchia che parla e tratta di alcuni temi che mi interessano.

Insomma, la questione non è semplice e, come ho già detto, questo mio post non pretende di contenere la verità assoluta. Spero che contenga, però, almeno qualche spunto di riflessione: magari nei commenti mi direte che non ho capito niente di come funziona il mondo, oppure magari mi direte che ho proprio ragione. Non importa, discutere è bello e fa sempre piacere. Bello e piacevole proprio come scrivere un blog. E Quantizzando, come tanti altri (anche migliori) blog di divulgazione scientifica sono sempre aperti, ventiquattro ore su ventiquattro, per tutti coloro che vogliono passare a fare un salto, anche solo per un caffè.
Noi siamo qua per tutti, nessuno escluso, voi non vi rintanate tra le quattro mura di un social network.

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