Il problema delle donne nella scienza

Approfitto di un triste evento per buttare giù, anche un po’ di getto, un po’ di riflessioni su di un problema che infonde anch’esso tristezza, anche se un tipo di tristezza differente.

La sera del 25 dicembre 2016 l’astrofisica Vera Rubin ci ha purtroppo lasciati. Ora, se seguite Quantizzando da un po’, sapete benissimo quante volte ho provato a spiegarvi, in questi pochi anni di vita di Quantizzando, quanto Vera Rubin fosse importante per tutta la comunità astrofisica mondiale.  Per questo motivo sono dispiaciuto per la sua scomparsa. Ovviamente non come se fosse venuto a mancare un parente, ma soprattutto perché lei per me è sempre stata un modello di scienziata a cui mi sono sempre riferito e che ora non c’è più.

E poi, lo ripeto per l’ennesima volta: Vera Rubin meritava seriamente il premio Nobel per la Fisica. Lo meritava per essere stata la prima ad aver osservato gli effetti della materia oscura nelle galassie. O meglio, per aver trovato prove per poter dire “Ehi, l’universo ha un sacco di materia oscura, una materia che non emette luce e che per vederla dobbiamo inventarci cose da misurare”. Tutto ciò avveniva negli anni ’70.

Evidentemente, però, sembra che la comunità scientifica abbia un grosso, enorme problema: le donne.
Se un alieno venisse sulla Terra oggi scoprirebbe che dal 1901 al 2016 soltanto DUE donne hanno vinto il Nobel per la Fisica. Un numero direi abbastanza minuscolo, per usare un eufemismo.
Le due vincitrici, per la cronaca, sono state Marie Curie nel 1903 “in riconoscimento dei servizi straordinari che essi hanno reso nella loro ricerca congiunta sui fenomeni radioattivi scoperti dal professor Henri Becquerel” e Maria Goeppert-Mayer nel 1963 “per le scoperte riguardanti la struttura nucleare” (mi sono tenuto stretto perché in questo post voglio parlare d’altro).

L’alieno penserebbe che, cavolo, alle donne non piace la scienza, oppure, peggio, che le donne non sembrano eccellere in fisica. Se l’alieno arrivasse davvero, per me sarebbe un enorme piacere potergli dire che, eh no caro alieno, ti sbagli: la colpa è tutta di noi uomini. Ma poi, probabilmente, lascerei perdere, perché forse l’alieno non capirebbe come in una società evoluta (?) come la nostra ci possano essere ancora questioni di genere.

Già, perché di questo si tratta: per un uomo è enormemente più facile ottenere risultati personali, a livello di riconoscimento, importanti in fisica.
Questo è un problema serio e infatti non è la prima volta che affrontiamo questo discorso qua su Quantizzando (per esempio quando raccontammo la storia di Cecilia Payne-Gaposchkin).

Secondo me, possiamo tranquillamente affermare che la storia di Vera Rubin è davvero quella di un’ingiustizia sociale (d’altronde, la stessa Rubin lo affermava con forza).
La verità è che la storia di Vera Rubin non è altro che lo specchio di una società profondamente sbagliata, una società con dei limiti profondi e, apparentemente, invalicabili.

Nel 2011 venne assegnato il premio Nobel per la fisica a tre astrofisici perché avevano trovato, nel 1998, evidenze riguardo l’esistenza di una componente nell’universo chiamata energia oscura. Al giorno d’oggi, non abbiamo la più pallida idea di cosa sia questa energia oscura. Vi ricorda qualcosa tutto ciò? Ma certo, è la stessa situazione della materia oscura. Faccio quest’esempio non per sottovalutare il Nobel per la fisica del 2011 ma, al contrario, per mettere sullo stesso piano il tanto agognato Nobel per le evidenze a supporto dell’esistenza della materia oscura trovate da Vera Rubin.

Sapete qual è il punto? Il punto è che se uno scopre che nelle galassie oltre alle stelle e al gas c’è anche un tipo di materia nuovo di cui non sappiamo nulla, beh, secondo me il Nobel lo merita: si tratta di una scoperta epocale. Bene, ora ho due domande per tutti noi.
1) Se la scoperta della materia oscura l’avesse fatta un uomo, il Nobel sarebbe stato assegnato?
2) La scoperta della materia oscura è oppure non è una scoperta epocale come quella dell’energia oscura?
3) Quando avrebbe influito sulla cultura mondiale in questo periodo storico un premio Nobel per la fisica ad una donna?

Purtroppo o per fortuna, il premio Nobel è una bella cassa di risonanza mondiale. Vincerlo vuol dire avere una enorme visibilità e quindi avere un ruolo magari anche nelle scelte che fanno i ragazzi, anzi soprattutto le ragazze.

Io, personalmente e lo dico da uomo, non capisco proprio perché gli scienziati uomini si comportino in questa maniera. Voglio dire, quando una persona di scienza, uomo o donna che sia, presenta i propri risultati cosa importa che sia uomo o donna? Ogni volta che ho seguito una presentazione, ho sempre cercato di concentrarmi per provare a capire di cosa stessero parlando, cosa volete che importi il genere della persona? Se un’idea è buona e brillante cosa volete che importi il fatto che sia venuta in mente ad un uomo o ad una donna?

La scienza si fa con le idee. Per quanto mi riguarda ascolterei anche le idee di un gatto se avesse qualcosa di buono da condividere (e se potesse comunicare in maniera scientifica – il gatto di Schroendiger non fa testo, eh).
Ma anche, devo ammettere, che ogni volta che ho seguito una presentazione, di tanto in tanto mi giravo per vedere gli sguardi della platea e ho sempre, e sottolineo sempre, notato che il pubblico era a maggioranza piena maschile, purtroppo.

Il problema è che una persona ingenua (eufemismo, di nuovo) potrebbe dire che vabbè, se ci sono più uomini in scienza ci sarà un motivo (?) e che comunque ci sono donne che hanno successo in scienza (?). Queste argomentazioni sono fallaci per diverse ragioni. Il fatto che ci siano più uomini in scienza non vuol dire che gli uomini siano più intelligenti. Vuol dire semplicemente che le donne fanno più fatica, come in diversi altri campi lavorativi sulla faccia della Terra. I motivi sono molteplici: discriminazione, arroganza, salari più bassi (talvolta) per le donne. E poi, il fatto che ci siano donne che hanno successo non può essere portato come esempio di parità di genere: non si può usare un evento particolare per descriverne uno più generale e complesso.

Ma, la realtà, è che il problema è molto più profondo. L’umanità è abituata a pensare al ruolo della donna nella società in maniera totalmente errata. Ancora in giro si sente parlare di giochi per maschi e giochi per femmine, oppure di passioni tipicamente maschili e altre tipicamente femminili. Dobbiamo imparare a pensare che le persone fanno quello che cavolo gli pare e che non sono limitate dal proprio genere. Lo dico soprattutto ai genitori: lasciate fare ai vostri figli, anzi soprattutto alle vostre figlie, quello che vogliono. Faccio un esempio: vostra figlia vuole guidare il camion? Bene, incoraggiatela, non dite che è un lavoro da maschio. Che poi, che diamine, siamo stati tutti figli e tutti almeno una volta abbiamo voluto il supporto dei nostri genitori per un qualche motivo, anche una sciocchezza.

Insomma, non è che dovete regalare un telescopio o un robot alla vostra prole solo se si tratta di figli maschi. Le vostre figlie hanno diritto a smanettare con un telescopio o una marmitta o quello che vi pare, ad avere l’occasione di appassionarsi a quello che caspita vogliono. Poi decideranno loro. Perché alla fine si tratta di un concetto molto semplice: fornire a tutti le stesse opportunità, senza pregiudizi.

Ma, lo so, sto dicendo delle ovvietà, cose che avrete già letto mille volte in mille altri contesti. Ma che vi devo dire, mi andava di scriverle oggi (sennò a che serve un blog?).
L’unica cosa che vi chiedo è, se ne avete voglia, di contestualizzare tutte le varie sfumature del problema delle donne nella scienza nella storia di Vera Rubin e di provare a pensare a tutte le possibili difficoltà che si presentano per una donna che vuole fare una carriera di tipo scientifico.

Perché ci sono tante cose per cui vale la pena combattere sulla Terra, e tentare di rimuovere dalla faccia della Terra l’ingiustizia sociale di cui è stata vittima Vera Rubin (e di cui sono vittime moltre altre donne nel campo scientifico) è sicuramente una di quelle.

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