Lavorare come un astrofisico

Fare l’astrofisico, a mio avviso, è uno dei lavori più belli che ci siano.

Lo dico subito perché magari dopo aver letto quello che segue potreste essere un pochino confusi. Ma non ne avete motivo: la frase di apertura di questo post è quello che penso. Però, mi rendo conto che ci sono cose che nessuno dice ai ragazzi che si iscrivono all’università per fare gli astrofisici; inoltre, penso che se nessuno lo dice è perché la verità, a volte, rovina un po’ quello che uno si aspetta.

Dunque ho provato a raccogliere le idee (le mie idee) sul quello che vedo mentre faccio il mio dottorato di ricerca in astrofisica.

Si tratta di una visione strettamente personale; non credo possa essere ampiamente condivisa, tuttavia questo è quello che penso del percorso che ho fatto finora (e comunque si tratta di pensieri che avevo già capito quando studiavo all’università).

Se le sensazioni che provo formassero una torta allora ecco che idealmente la dividerei in due fette di diversa grandezza e, di sicuro, la fetta più consistente sarebbe quella relativa all’eccitazione.
Già, proprio come uno si aspetta, chi studia astrofisica si trova ad affrontare problemi relativi al funzionamento delle cose dell’universo che spesso, e comunque a seconda dei gusti, possono essere molto accattivanti, soprattutto per una mente curiosa e affascinata dalla possibilità di gettare luce nuova su alcuni fenomeni poco chiari. E, badate bene, l’eccitazione non è data dal “risolvere” il problema. In realtà basta soltanto trovare, ad esempio, un modo nuovo di “vedere” il problema, un diverso punto di vista che potrebbe far sorgere ancora nuove domande e quindi magari permettere un’analisi più profonda del problema. Meraviglioso!


Poi, che si risolva o meno il problema, tutto questo porta a parlare della seconda fetta della nostra torta, quella più piccola della precedente ma non per questo trascurabile: la competizione.

Già, cari amici di Quantizzando. L’astrofisica (ma credo la scienza in generale) è un mondo dominato dalla competizione e spesso dalla presunzione di essere più bravi degli altri (lo crediamo tutti, d’altronde). Questo, a mio avviso e per quello che posso vedere, è un problema davvero grosso pur tuttavia riconoscendo che si tratti di un problema, come dire, umano.
Infatti noi esseri umani siamo fatti così, abbiamo un nostro carattere e le nostre esperienze che ci portano ad avere le nostre convinzioni e spesso (anche se non sempre ovviamente) questo ci porta, in alcune situazioni ad avere dei pregiudizi, anche in scienza.

Questo, se volete, è ciò che io chiamo il lato oscuro del metodo scientifico.
Sappiamo tutti cos’è il metodo scientifico: penso ad una teoria, faccio un esperimento e capisco se la mia teoria può non essere buttata via. Poi altre persone fanno altri esperimenti e vedono se il mio lavoro può essere accettato come buono o meno. Fin qui tutto bene. Il punto, credo, è che ad usare il metodo scientifico non ci sono dei robot, ma degli esseri umani. Persone che hanno delle emozioni, insomma.

E quindi, inevitabilmente gli scienziati si confrontano dibattendo sulla validità o meno di questa o quella ipotesi. E ognuno ha le sue valide ragioni per dire la sua. E d’altra parte bisogna fare delle ipotesi. Per forza.

Perciò, si arriva ad un punto in cui ognuno ha le proprie convinzioni che poi possono essere giuste o sbagliate, oppure confermate o smentite da esperimenti futuri come è già successo in passato. Questo è un terreno molto scivoloso per la scienza, o almeno, per quello che posso dire, lo è sicuramente per l’astrofisica. Faccio un esempio.

Qualcuno osserva un fenomeno che apparentemente sembra essere contro il modello di universo che pensiamo funzioni. A quel punto inizia un dibattito del tipo: se quel fenomeno è vero in generale allora non torna con la nostra teoria e, viceversa, se la teoria è vera come la cambiamo per inserire quel fenomeno e facendo restare validi tutti gli altri risultati consolidati. Fin qui niente di strano perché è così che lavora la scienza. Però il lato oscuro potrebbe (ripeto potrebbe!) inserirsi nelle lucide menti degli scienziati e chi ha fatto le osservazioni potrebbe convincersi che la teoria è in qualche modo sbagliata mentre chi ha da sempre lavorato con quella teoria potrebbe (!) pensare che le osservazioni hanno un qualche errore di procedura.

Questa fase di dominio del lato oscuro finisce quando arriva una qualche meravigliosa osservazione o una qualche fantastica teoria che riescono a mettere insieme entrambi i punti di vista.

Un altro aspetto della competizione è quello classico: due gruppi di scienziati che lavorano allo stesso problema in maniera indipendente. Cosa succede? Succede che uno dei due gruppi rende pubblici i risultati per primo. Se a prima vista questo vi può sembrare una cosa normale allora vale la pena ricordarvi che fare scienza non è produrre scarpe o far andare avanti un’azienda. O almeno non dovrebbe. O almeno questo è quello che (ingenuamente!) si pensa.

E invece è proprio un’azienda: un dipartimento universitario deve produrre delle pubblicazioni scientifiche su prestigiose riviste internazionali per far sì che l’impatto di tale dipartimento sul prestigio totale dell’università sia molto alto. Perché? Molto semplice: per avere più soldi con cui portare avanti esperimenti e pagare gli stipendi dei ricercatori (precari!).
Dunque capite che arrivare secondi può essere un grosso handicap. Per non parlare poi dell’handicap che potrebbe ripercuotersi direttamente sulla carriera stessa del ricercatore il quale si trova con dei risultati prodotti dopo mesi di lavoro ma che altri sono riusciti a pubblicare magari un giorno prima di lui/lei.

Insomma non dovete immaginarvi Albert Einstein che all’ufficio brevetti aveva avuto il tempo di dedicarsi con calma alla Teoria della Relatività. In astrofisica (come nelle altre scienze) al giorno d’oggi si corre. E si corre anche parecchio. E ogni ricercatore deve pubblicare articoli scientifici.  Necessariamente.

Vale la pena anche espandere questo punto. Il posto fisso per un ricercatore è un problema. Molto spesso parecchi di loro girano il mondo con contratti da due-tre anni per diversi anni prima di trovare una posizione permanente. Il problema è che se durante ognuno di questi bienni-trienni non si lavora pesante e non si pubblica a sufficienza risulta difficile trovare il posto biennale-triennale successivo. E quindi? Quindi il lavoro principale di un ricercatore è pubblicare.

Per carità, non c’è nulla di scandaloso in tutto ciò. Fin quando non si guarda bene la torta e si nota che, dopo averla mangiata, essa si trovava su di un bel piatto di porcellana. Ecco, quel piatto è la nostra vita, quella al di fuori della ricerca. Magari uno ha una famiglia o magari vuole farsela. Ma per farlo ci vuole stabilità, non solo economica, ma anche geografica.

Questo post non è una critica sulla ricerca. Si tratta solo di un velo che mi piacerebbe togliere dagli occhi di coloro che quotidianamente fanno un altro lavoro nella loro vita. La ricerca è una cosa bellissima, ci permette di capire meglio il mondo e l’universo in cui viviamo, ci permette di porci domande meravigliose e di fermarci ad assaporare la bellezza di tutto questo.
Ma ci mette di fronte anche al fatto che si tratta di un lavoro a tutti gli effetti nel senso che è pieno di colleghi che a volte si odiano e a volte si amano, che competono gli uni con gli altri e nel senso che alla fine ogni ricercatore vuole, perché ne ha diritto, il suo stipendio con continuità e non solo con contratti a tempo determinato che durano tre anni. E spesso capita di vedere persone che, pur amando la ricerca, scelgono di fare altro nella vita.

In sostanza si tratta di fare una scelta, decidere cosa fare nella vita man mano che uno diventa più grande di età e se ne vale la pena di girare il mondo per una decina d’anni prima di stabilirsi (forse) in maniera permanente.  Molto spesso sento questi discorsi già tra gli studenti di dottorato e ovviamente tra ricercatori post-dottorato, i quali si trovano nella terra di mezzo.

Ricapitolando: dopo la laurea si fanno tre/quattro anni di dottorato che vi permette di fare ricerca in astrofisica ovunque nel mondo. Successivamente dovrete cercare lavoro per un periodo più o meno lungo di tempo e quindi essere precari con contratti di lunghezza due-tre anni chiamati postdoc (non necessariamente nello stesso luogo!) prima di poter finalmente provare ad ottenere una posizione permanente.

Ma lasciatemi tornare alla frase di apertura di questo post: l’astrofisico è uno dei lavori più belli che ci sia. Confermo e sottoscrivo di nuovo ma ci tengo a sottolineare la parola “lavoro”. Perché (anche) di questo si tratta (e lo avevo già chiarito un anno e mezzo fa circa).
Di riuscire ad andare avanti e fare carriera quando siete giovani per ottenere un posto fisso (intorno ai 40 anni?).

Non so se ho rovinato i vostri sogni futuri da scienziato ma questo è quanto.
E ora ne siete a conoscenza.

  • openpoesia

    Buon Giorno,ho sempre avuto un sogno,quello di viaggiare nello Spazio, ma ora sono un'po' vecchio quasi 50 anni,se vorrei fare un corso di laurea in Astrofisica come posso accedervi senza tutta quella menata dei CFU tirocini ed altro, voglio solo seguire dei corsi che mi diano delle basi per guardare le stelle e qualcosa di piu'.
    Fortunatamente sto lavorando mi piace anche, ho solo voglia di uscire di casa.
    Grazie per i suggerimenti in anticipo.
    Vattini Giacomo

  • openpoesia

    Grazie auguri di buona permanenza in GB

    2015-03-01 19:08 GMT+01:00 Disqus :

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